La giustizia tributaria fuori dal controllo del Mef
La giustizia tributaria non deve più dipendere dal Mef: per una quinta magistratura tributaria realmente autonoma, terza e costituzionalmente riconosciuta.
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La legge n. 130 del 31 agosto 2022 ha introdotto una svolta importante per la giustizia tributaria in Italia, istituendo la quinta magistratura tributaria. I punti salienti di questa riforma hanno riguardato: il reclutamento dei giudici tramite concorso pubblico; l’esercizio stabile e professionale della funzione giurisdizionale; la nascita delle Corti di giustizia tributaria di primo e secondo grado.
Si tratta di un intervento certamente significativo, ma non ancora sufficiente a garantire una piena autonomia ordinamentale della giurisdizione tributaria. La riforma, infatti, ad oggi resta incompleta finché l’organizzazione, l’amministrazione e il funzionamento della giustizia tributaria continuano a dipendere dal ministero dell’economia e delle finanze (MEF).
Tale collocazione ad oggi non è compatibile con la natura della funzione esercitata dai magistrati tributari, poiché le corti di giustizia tributaria sono chiamate a decidere controversie (di circa 24 miliardi ogni anno) nelle quali l’amministrazione finanziaria è parte sostanziale del rapporto e, attraverso le proprie articolazioni, anche parte processuale.
Dunque, il punto non è mettere in discussione la correttezza o l’indipendenza personale del singolo magistrato tributario, né sostenere l’esistenza di un concreto condizionamento delle decisioni. La questione è diversa e riguarda l’assetto istituzionale della nuova giurisdizione tributaria, in quanto in un sistema fondato sui principi di terzietà, indipendenza e imparzialità, non è coerente che il ministero, al quale è riconducibile l’amministrazione finanziaria, continui a organizzare e gestire il giudice chiamato a decidere le controversie tra fisco e contribuente. Questa criticità è stata sollevata anche dalla commissione europea nella relazione sullo stato di diritto 2025, dove sono state registrate le preoccupazioni del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria riguardo ai limiti strutturali e di risorse derivanti dal controllo del MEF. Nemmeno la sentenza n. 204 del 2024 della Corte Costituzionale risolve il problema profondo. La Corte ha dichiarato inammissibili alcune questioni relative all’indipendenza dei giudici tributari, valorizzando il progresso della riforma e l’assenza di una dimostrazione concreta di interferenze sullo ius dicere. Tuttavia, l’inammissibilità non equivale a piena conformità sistematica. Resta al legislatore il compito di completare la riforma e assicurare garanzie più elevate, coerenti con l’evoluzione della funzione e con la sensibilità europea in tema di stato di diritto.
Per completare il percorso di riforma e tutelare i diritti patrimoniali e la libertà economica dei contribuenti sarebbero pertanto fondamentali i seguenti interventi: passaggio al ministero della giustizia; rafforzamento dell’autogoverno; riconoscimento costituzionale. Circa il primo punto, occorre trasferire la gestione amministrativa e organizzativa delle corti tributarie al ministero della giustizia, seguendo il modello dell’art. 110 della Costituzione, per posizionare la struttura in una sede istituzionale neutrale. Ed ancora, è necessario trasformare il consiglio di presidenza della giustizia tributaria in un organo decisionale effettivo (non solo consultivo), con pieni poteri su assegnazioni, trasferimenti, provvedimenti disciplinari, gestione delle risorse e controllo delle piattaforme del processo telematico. In merito al riconoscimento costituzionale, sarebbe opportuno inserire espressamente la quinta magistratura all’interno della Costituzione (in linea con gli articoli 101, 108 e 111) per blindare l’indipendenza dei giudici da future riforme che potrebbero subordinarli nuovamente al potere fiscale. In questo quadro di complessiva valorizzazione del sistema, volto a garantire una reale parità delle parti, si inserisce perfettamente anche la proposta, costantemente sostenuta dalla Lapet, di estendere il patrocinio tributario a quei professionisti che ne sono attualmente, e ingiustificatamente esclusi.
In conclusione, tutto ciò contribuirebbe a rendere lo Stato più giusto, più autorevole e più conforme ai principi dello Stato di diritto.
Di Avv. Maurizio Villani
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