La rivolta dei peones
Il malessere della maggioranza esplode nel voto segreto.
Banali, quando non sbagliati, i titoli dei giornali che oggi hanno commentato il voto sulla legge elettorale, dimostrando di ritenere che quei trenta o quaranta “franchi tiratori” che hanno votato contro lo abbiano fatto per non volere le preferenze nella legge elettorale in gestazione. In realtà, a me sembra, una Camera per quattro anni mortificata dalla volontà governativa di relegarla al ruolo di ratificatrice di provvedimenti d’urgenza approvati, tra l’altro, con ricorso alla fiducia, si sia ribellata ed abbia mandato un messaggio a Giorgia Meloni molto significativo. Il Parlamento è al centro della vita democratica del Paese e il suo ruolo va salvaguardato nell’interesse della democrazia.
Credo che questa sia la lettura più corretta di quel che è accaduto ieri e che esprime il malessere dei parlamentari da tempo privati del collegamento con una base elettorale che alimenta ovunque nel mondo il consenso. Nominati, anziché eletti, deputati e sanatori non rappresentano più una base elettorale, un errore che Forza Italia e Lega vorrebbero perpetuare così affossando il ruolo delle Assemblee legislative che già risente della riduzione del numero di deputati e senatori, presentata come una riforma necessaria perché avremmo avuto più parlamentari di altri paesi mentre avevamo gli stessi di Francia e Regno unito. Con la conseguenza che alcune realtà territoriali sono state private di un rappresentante, così come alcune minoranze linguistiche che sono espressione di una articolazione storica della nostra comunità nazionale.
D’altra parte, la retorica, da un lato, del governo più duraturo “di sempre”, del tutto sbagliata, perché il governo Berlusconi – Fini è durato esattamente l’intera legislatura 2001 2006 ed il fatto che comunque con la legge elettorale vigente Fratelli d’Italia e il centrodestra abbiano avuto la maggioranza che ha consentito di governare in questi anni dimostra che, in realtà, la ricerca di una legge elettorale nuova, con un abnorme premio di maggioranza, ha una origine diversa, la consapevolezza di non farcela a distanza di quattro anni nei quali lo scontento è cresciuto, tra la gente che aveva votato Centrodestra, come dimostra il “fenomeno Vannacci”, e tra i parlamentari. I quali alla prima occasione hanno dato voce nel silenzio del voto segreto al loro dissenso. Il voto segreto è stato demonizzato in tante occasioni; è evidentemente uno strumento di accordi sottobanco ma è anche la garanzia della libertà dei parlamentari i quali purtroppo in Italia sono condizionati dalle scelte delle segreterie politiche, a differenza di quello che accade nel Regno unito dove un parlamentare della maggioranza parla contro il governo, se ritiene di doverlo fare, perché quel sistema elettorale consente un rapporto diretto fra eletto ed elettore per cui la rielezione non dipende dalla decisione di una segreteria di partito ma dal consenso del proprio elettorato. Ricordiamo Jeremy Corbin che, espulso dal partito, ripresentatosi nel suo collegio ha ottenuto un consenso ancora maggiore.
Cosa accadrà nei prossimi giorni o mesi è difficile dirlo. Forse la votazione di ieri non è stata così sgradita alla Presidente del Consiglio come qualcuno sui giornali fa pensare. Giorgia Meloni, infatti, si trova di fronte all’esigenza di valutare se convenga andare rapidamente al voto o rischiare uno sfilacciamento del rapporto con l’elettorato in un anno nel quale pure cercherà di dimostrare che fa le cose che aveva promesso e che nei primi quattro anni non aveva fatto. Non per colpa sua, ma per inadeguatezza della squadra di governo e di coloro che occupano gli uffici “di diretta collaborazione”.
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