Anno: XXVIII - Numero 125    
Lunedì 29 Giugno 2026 ore 13:30
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La Corte dei conti denuncia le insufficienze del regime fiscale.

L’82% dell’Irpef la pagano lavoratori e pensionati.

La Corte dei conti denuncia le insufficienze del regime fiscale.

Sergio Rizzo è un attento osservatore delle vicende della politica, governativa e parlamentare. Di lui condivido molto spesso le valutazioni. Anche stavolta, con il suo articolo “Alla resa dei Conti: il bilancio della discordia tra governo e magistratura contabile”, scritto per “Milano Finanza” del 26 giugno, ha riferito delle osservazioni che, in occasione del giudizio sul rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2025 – destinatarie le Camere – la Corte ha, tra l’altro, dedicato al fisco, laddove i magistrati contabili, “pur riconoscendo il peso del Superbonus sul bilancio dello Stato, puntano il dito contro la flat tax, una pressione fiscale poco equa e l’evasione”. Aggiunge Rizzo che, con quel riferimento, la Corte riaprirebbe “lo scontro con il governo Meloni”. “La questione – scrive – va avanti da quando il Sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano, magistrato, ha deciso di bloccare dieci nomine a Presidente di sezione della Corte”.

E qui mi permetto di integrare lo scritto dell’illustre editorialista, per evitare che quanti leggono e non conoscono bene gli antefatti potrebbero immaginare che i magistrati della Corte dei conti siano impegnati in una battaglia di carattere corporativo. 

In primo luogo va detto che motivi di contrasto tra elementi del Governo e la Magistratura contabile sono vecchi di qualche anno, da quando, in sede di controllo “concomitante” sull’utilizzazione dei fondi del PNNR la competente Sezione ha fatto osservare che si andavano delineando dei ritardi, del resto evidenziati dalla stampa, in Parlamento e perfino a livello scientifico se “Amministrazione e Contabilità dello Stato e degli Enti Pubblici” (www.contabilita-pubblica.eu) presenta proprio oggi un articolo di Maria Laura Caponigro, Dottoranda di ricerca,“Analisi dei risultati e dei ritardi in tema di fondi PNRR”. Ebbene, parlamentari che, qualche mese prima dall’opposizione invocavano un potenziamento dei controlli della Corte dei conti, divenuti esponenti del Governo hanno cominciato a sbracciarsi sostenendo che la Magistratura Contabile aveva debordato dai suoi poteri. In realtà la preoccupazione era riferita alla possibile utilizzazione delle osservazioni della Corte da parte dell’opposizione. A dimostrazione dello scarso senso dello Stato di quegli uomini del Governo.

E non è finita lì, perché l’allora Presidente del Gruppo parlamentare della Camera di Fratelli d’Italia, quel Tommaso Foti, poi divenuto ministro per gli affari europei, le politiche di coesione e il PNRR (vedi caso), che adesso ha chiesto di potersi avvalere della collaborazione della dottoressa Giusi Bartolozzi (magistrato che definiva i suoi colleghi “plotone di esecuzione” ed anche per questo dimessasi da Capo di Gabinetto del Ministro Nordio), si faceva promotore di una legge di riforma della Corte dei conti, poi approvata senza che fossero ascoltate le osservazioni provenienti dell’Associazione magistrati e di ambienti del Foro e dell’Università. Tutti disponibili a discutere, convinti che qualche messa a punto del sistema normativo fosse necessaria e utile ma non nei termini che si andavano delineando.

Approvata la legge, essa prevede una delega che ipotizza l’eliminazione di alcune sezioni territoriali, cosa gravissima perché si tratta di uffici vicini alle amministrazioni delle quali la Corte controlla alcune attività, fra l’altro rappresentando ai consigli regionali valutazioni sulla gestione dei bilanci e del patrimonio, relazioni destinate a fornire alle assemblee legislative elementi conoscitivi fondamentali per l’esercizio della loro funzione di controllo politico. Quindi il numero dei Presidenti è collegato agli uffici e non ha nessun profilo personale e retributivo perché i magistrati della Corte dei conti con qualifica di Consigliere o Vice procuratore generale, che potrebbero diventare Presidenti perché in alto nel ruolo, hanno il trattamento economico del Presidente di sezione. Nessuna rivendicazione corporativa, dunque. Devo osservare ancora una volta, peraltro, come questo Governo, che si qualifica “di destra”, lo ripeto spesso ricordando le parole con le quali Camillo di Cavour e Quintino Sella, campioni della “destra liberale” (definita “storica”), usavano rivolgersi ai magistrati della Corte dei conti invitandoli ad esercitare con particolare attenzione la verifica della legalità degli atti per riferire al Parlamento quanto ritenessero non conforme a legge nell’attività di governo. Siamo ad una distanza siderale da quegli uomini e da quelle virtù civili e istituzionali. 

Questo è il tema, non le promozioni. L’ostilità nei confronti della Corte dei conti quale controllore della legalità, alla quale prima di tutto dovrebbe tenere il governo, è la “cifra”, come oggi si dice, di questa maggioranza la quale si è avvalsa anche – così fanno sapere pensando di salvarsi l’anima – di quinte colonne esistenti nella stessa magistratura che, invece, il depotenziamento dei controlli condividono. Come la riduzione del risarcimento del danno erariale al 30 per cento, una misura assolutamente risibile, considerato che si è previsto che i funzionari stipulino una assicurazione. Che senso ha? Si vuole far guadagnare le compagnie con la polizza e ridurre il rischio del risarcimento?

Logico, quindi, per Sergio Rizzo scrivere che “la riforma voluta dal governo Meloni con l’esplicito obiettivo di spuntare le unghie a quei ficcanaso dei giudici contabili dovrebbe in futuro stabilire per via governativa una compressione delle loro figure apicali”.

Intanto, la Corte non fa sconti, com’è suo dovere di magistratura, e il Presidente Guido Carlino presenta la relazione sul rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2025 segnalando al Parlamento numerose, allarmanti disfunzioni a cominciare dal fisco: 

la Corte punta il dito verso la flat tax al 15 per cento dell’Irpef per i lavoratori autonomi che hanno un giro d’affari entro 85 mila euro l’anno. “Il regime forfettario per i titolari di partita Iva – sottolinea Rizzo richiamando il testo del documento – ha raggiunto oltre due milioni di beneficiari, con un costo stimato in termini di minor gettito di circa 3,4 miliardi per il 2025, sensibilmente superiore alle previsioni originarie”; 

nello stesso anno la pressione fiscale è salita dal 42,4 al 43,1 per cento del pil, sicché l’equità resta un miraggio; 

“l’esame dei regimi tributari e del gettito evidenzia la progressiva erosione della base imponibile dell’imposta sul reddito delle persone fisiche per effetto dell’espansione dei regimi sostitutivi e forfettari”; 

l’Irpef, sottolinea la Corte, “continua a gravare quasi esclusivamente sui redditi da lavoro dipendente e da pensione” sicché i lavoratori dipendenti e pensionati pagano l’82 per cento di tutta l’Irpef incassata dallo Stato. Aggiungendo che la faccenda dell’equità dell’imposta sulle persone fisiche deve ancora essere perseguita dall’ennesima riforma fiscale governativa in ballo ormai da quasi tre anni; 

la piaga dell’evasione: nonostante l’introduzione di alcune norme come la fatturazione elettronica e l’aumento dei controlli resta la palla al piede del Paese. Anche perché la maggior parte dei controlli è automatizzata. Mentre i controlli non automatizzati, “quelli che consentono di recuperare effettiva base imponibile”, sono poco più di un terzo, il 34%; 

troppi controlli automatici e verifiche a rilento; 

reddito di cittadinanza, Inps e Gdf scoprono oltre 43 milioni di euro di sussidi percepiti irregolarmente (se individuati i responsabili risarciranno il danno per il 30% per effetto della riforma Foti). Ossia della tassa Foti, quella imposta dalla “riforma” a tutti i cittadini in ragione del 70% del danno che resta a carico dei bilanci pubblici, cioè dei contribuenti.

È certo che se ne parlerà a lungo e sarà anche un argomento polemico nella prossima campagna elettorale per il rinnovo di Camera e Senato.

 

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