l tempo della verità e delle riforme
La nota della Giunta Ucpi a seguito del deliberato dell’Anm.
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Durante tutta la campagna referendaria, chiunque denunciasse il correntismo, il carrierismo, l’opacità delle nomine, l’ineffettività delle valutazioni di professionalità, il sistema dei fuori ruolo e la crisi di credibilità del Csm veniva descritto come un nemico della magistratura, un alleato del potere politico nella sua aggressione all’autonomia e all’indipendenza della giurisdizione.
Si è ripetuto ossessivamente che il “caso Palamara” fosse un episodio isolato, ormai superato grazie alle riforme adottate e, nella stessa campagna referendaria, l’allora presidente dell’ANM Cesare Parodi arrivava perfino a sfidare pubblicamente i propri interlocutori a indicare un solo magistrato la cui nomina sarebbe stata influenzata dalle logiche correntizie.
Oggi, però, scampato il pericolo della revisione costituzionale, è la stessa assemblea dell’ANM a riconoscere l’esistenza di quei problemi che per mesi erano stati ostentatamente minimizzati, ridimensionati o addirittura negati.
La mozione conclusiva approvata dall’assemblea generale dell’Associazione Nazionale Magistrati, tenutasi il 16 maggio, parla infatti della necessità di contrastare il carrierismo, limitare la discrezionalità nelle nomine, superare le logiche di appartenenza, ripristinare credibilità e trasparenza del governo autonomo, impedire la formazione di una magistratura dirigenziale separata dalla giurisdizione e restituire centralità al merito.
Si tratta esattamente delle distorsioni che l’Unione delle Camere Penali Italiane denuncia da anni e che durante la campagna referendaria venivano invece ritenute come invenzioni polemiche dell’avvocatura strumentalmente utilizzate contro la magistratura.
Va allora detto con chiarezza che l’avvocatura, nel sostenere il sì, non ha mai inteso attaccare la magistratura ma, al contrario, difenderne l’autonomia e l’indipendenza proprio da quelle degenerazioni correntizie che oggi gli stessi magistrati riconoscono pubblicamente.
La campagna referendaria ha evidentemente avuto il merito di impedire che si continuasse a negare l’esistenza di quei gravissimi problemi che affliggono il governo della magistratura, costringendo ad abbandonare finalmente quella retorica autoassolutoria che ha accompagnato per troppo tempo il dibattito pubblico sulla giustizia. Per non dire di quei magistrati che, sostenendo le riforme, sono stati trattati come traditori della categoria soltanto per avere avuto il coraggio di dire ciò che ora tutti sembrano improvvisamente disposti ad ammettere.
Resta inevitabile l’amarezza per un momento di verità arrivato soltanto dopo il voto: se le stesse parole fossero state pronunciate prima della consultazione referendaria, con la medesima chiarezza, probabilmente anche molti cittadini avrebbero risposto al quesito in modo diverso.
Ma resta inevitabile anche un certo scetticismo. Pensare che l’annoso problema del correntismo possa essere realmente smantellato soltanto dall’interno dell’associazionismo giudiziario significa infatti affidare proprio a quel sistema che negli anni ha consolidato appartenenze, carriere e posizioni di potere il compito di riformare sé stesso. Per questo motivo il tempo della timidezza deve finire e la politica deve assumere su di sé l’onere e l’impegno di realizzare le necessarie riforme ordinamentali.
L’Unione delle Camere Penali Italiane continuerà con coerenza ed impegno anche a sostenere la necessità e la inevitabilità di una riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, troppo a lungo rappresentata come un attacco alla magistratura e non, invece, come un principio elementare di civiltà giuridica e di piena attuazione del processo accusatorio.
Se è dunque vero che per troppi anni il correntismo è stato descritto come una pretestuosa invenzione dell’avvocatura, mentre oggi viene riconosciuto come un problema reale dalla stessa magistratura associata, siamo certi che anche la separazione delle carriere seguirà lo stesso percorso: da presunto strumento di attacco alla magistratura, a riforma necessaria al Paese, quale indispensabile premessa per avere una giustizia più giusta nell’interesse di tutti i cittadini.
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