Anno: XXVIII - Numero 97    
Martedì 19 Maggio 2026 ore 14:00
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Avvocato e IA: il 2025 cambia lo studio legale

Il Rapporto sull’Avvocatura 2026 di Cassa Forense e Censis segna il passaggio dell’intelligenza artificiale da tema teorico a strumento operativo negli studi legali.

Avvocato e IA: il 2025 cambia lo studio legale

Nel 2025 oltre metà degli avvocati utilizza l’IA, soprattutto per ricerca e analisi, senza sostituire il ruolo professionale. Emergono però differenze generazionali, timori sui redditi e una crescente esigenza di governo consapevole della tecnologia, nel rispetto di responsabilità, controllo umano e rapporto fiduciario con il cliente.”

Il 2025 può essere considerato l’anno in cui l’intelligenza artificiale ha smesso di essere, per l’avvocatura, un tema soltanto teorico. Non più una prospettiva futura, non più una curiosità tecnologica, ma uno strumento ormai presente nella pratica quotidiana di molti studi legali.

Il Rapporto sull’Avvocatura 2026 di Cassa Forense, realizzato con il Censis, fotografa con chiarezza questo passaggio. In un solo anno la quota di avvocati che utilizza strumenti di IA è passata dal 27,5% al 55,3%. Il dato sale al 70,3% tra gli avvocati fino a 40 anni. È un salto netto, che segnala un cambiamento culturale prima ancora che organizzativo.

Il confronto con il Rapporto 2024 è utile per capire la portata della trasformazione. Nel 2024 la discussione era ancora centrata sulla percezione dell’IA: opportunità o minaccia. La maggioranza degli avvocati, pari al 58,7%, vedeva l’intelligenza artificiale come un’opportunità, soprattutto nella ricerca legale, pur con la precisazione che essa non potesse sostituire la funzione dell’avvocato. Il 32,1%, invece, la considerava una minaccia, temendo la sostituzione della prestazione professionale, la perdita di controllo sui dati e l’automatizzazione di decisioni delicate.

Nel 2025 il quadro cambia. Il tema non è più soltanto “cosa pensiamo dell’IA”, ma “come la usiamo”. La tecnologia entra nel lavoro ordinario: ricerca giurisprudenziale, analisi documentale, sintesi di atti, organizzazione delle informazioni, supporto nella prima impostazione di testi e pareri. L’IA non decide la causa, non assume la responsabilità della difesa e non sostituisce il rapporto fiduciario con il cliente. Però incide sui tempi, sui metodi e sulla qualità organizzativa dello studio.

Proprio qui si colloca il ruolo dell’avvocato. L’intelligenza artificiale può aiutare, ma non può diventare il dominus della prestazione professionale. Ogni risultato prodotto da un sistema automatizzato deve essere verificato, corretto e ricondotto dentro una valutazione giuridica umana. La differenza tra uso utile e uso pericoloso sta nella capacità dell’avvocato di governare lo strumento.

Il dato Censis mostra anche una professione a doppia velocità. Da un lato vi sono gli studi e i professionisti che hanno iniziato a integrare l’IA nei processi di lavoro. Dall’altro resta una quota ampia di avvocati che non la utilizza. Questa distanza non è solo generazionale. Dipende anche dalla formazione, dalla dimensione dello studio, dalla capacità di investire in strumenti affidabili e dalla consapevolezza dei rischi.

Il passaggio dal 2024 al 2025 mette in luce anche un altro elemento. Cresce la preoccupazione per l’impatto dell’IA sui redditi futuri. Nel Rapporto 2024 l’intelligenza artificiale era indicata come fattore di rischio dal 6% degli avvocati. Nel Rapporto 2026 il dato sale al 14,8%. Non è ancora il principale timore della categoria, che continua a indicare ritardi nei pagamenti, burocrazia e concorrenza tra le criticità maggiori. Tuttavia, l’aumento è significativo.

Questa preoccupazione non va liquidata come resistenza al cambiamento. Al contrario, va letta come richiesta di regole, formazione e responsabilità. L’avvocato avverte che l’IA può incidere sul mercato dei servizi legali, sui rapporti con i clienti e sulla percezione del valore della consulenza professionale. Se il cliente pensa di poter sostituire l’avvocato con una risposta automatica, il rischio non è solo economico. È anche un rischio per la tutela effettiva dei diritti.

La risposta non può essere il rifiuto della tecnologia. Sarebbe una scelta debole e destinata a isolare la professione. La risposta deve essere l’integrazione consapevole. L’avvocato deve conoscere gli strumenti, selezionarli, valutarne l’affidabilità, comprendere dove possono essere usati e dove, invece, occorre maggiore cautela. Riservatezza, protezione dei dati, segreto professionale, trasparenza verso il cliente e controllo dell’output diventano punti centrali.

Il 2025 segna quindi una svolta. L’IA non è più un tema esterno all’avvocatura. È già dentro lo studio legale. Ma proprio per questo la funzione dell’avvocato resta centrale. Più cresce la potenza degli strumenti, più diventa importante la responsabilità di chi li utilizza.

La professione forense non deve subire l’intelligenza artificiale. Deve governarla. E può farlo solo valorizzando ciò che la tecnologia non possiede: giudizio critico, esperienza, indipendenza, responsabilità deontologica e capacità di comprendere la persona dietro il caso.

In questa prospettiva, l’IA non riduce il ruolo dell’avvocato. Lo costringe a ridefinirlo. L’avvocato del 2025 non è quello che ignora la tecnologia, né quello che le delega il proprio mestiere. È il professionista che la usa come strumento, mantenendo saldo il governo della decisione giuridica e della relazione fiduciaria con l’assistito.

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