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Caso Ferri, Mirenda attacca il Csm sul ritorno in ruolo

Il consigliere togato indipendente critica il Plenum e punta il dito sulla mancata iniziativa della Sezione disciplinare sulle chat con Palamara.

Caso Ferri, Mirenda attacca il Csm sul ritorno in ruolo

Il ritorno in ruolo di Cosimo Ferri riaccende le tensioni dentro il Csm e riporta al centro del dibattito il peso ancora irrisolto del caso Palamara. A sollevare il tema è il consigliere togato indipendente Andrea Mirenda, che commenta duramente la decisione assunta dal Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, parlando di una scelta formalmente corretta ma politicamente e moralmente carica di ombre.

Secondo Mirenda, il voto del Plenum rappresenta «una cartina di tornasole della pesante crisi morale che ancora avviluppa il Governo Autonomo dell’Ordine Giudiziario, pur a fronte di un esito ineccepibile in diritto». Un’affermazione che mette insieme due livelli distinti: da un lato il riconoscimento della correttezza giuridica della delibera, dall’altro una critica severa al contesto in cui quella decisione è maturata.

Nel ragionamento del consigliere togato, la questione centrale non coincide però con il semplice ritorno in ruolo di Ferri. Il punto, sostiene Mirenda, è un altro e riguarda una scelta mai compiuta dalla Sezione disciplinare del Csm.

«Perché la questione vera è altra e assai più delicata, ed è tutta sottesa a una domanda: perché la Sezione disciplinare di questo Csm, disattendendo le richieste dei pubblici ministeri Fimiani e Perelli, non sollevò nuovo conflitto di attribuzione avverso quel traballante diniego della Camera all’utilizzo delle incommentabili chat tra Ferri e Palamara?», afferma.

Mirenda insiste sul fatto che quel diniego della Camera, a suo giudizio, fosse tutt’altro che insuperabile. Lo definisce infatti un rifiuto «resistibile perché privo di reale consistenza», ridotto polemicamente a un semplice «perché no!». Da qui la critica al mancato intervento davanti alla Corte costituzionale, che secondo il consigliere avrebbe potuto essere investita nuovamente del caso.

Il cuore politico della dichiarazione sta proprio in questo passaggio. Per Mirenda, il Csm avrebbe dovuto rappresentare alla Consulta che il mancato via libera all’uso delle chat costituiva un ostacolo decisivo all’esercizio della funzione disciplinare.

«Non sarebbe stato giusto, allora, rappresentare alla Corte costituzionale che quella mancata autorizzazione si poneva come ostacolo insuperabile, come poi lo fu, all’esercizio dell’essenziale funzione disciplinare del Consiglio? Non se ne fece nulla: un fatto su cui vale riflettere…», osserva.

La critica, dunque, non si limita all’esito finale della vicenda Ferri, ma investe direttamente il comportamento dell’organo di autogoverno della magistratura, accusato di non aver percorso fino in fondo una strada istituzionale che avrebbe potuto cambiare il quadro.

Mirenda si sofferma poi anche sulla condotta dello stesso Ferri, pur riconoscendone la piena legittimità sul piano formale. A suo avviso, la scelta di avvalersi del mancato consenso all’utilizzo delle chat può essere lecita sotto il profilo giuridico, ma resta problematica sul piano dell’etica pubblica di un magistrato.

«Non è inutile, poi, aggiungere che la scelta del dottor Ferri di assicurarsi la “comfort-zonè” del mancato consenso all’utilizzo delle chat, per quanto lecitissima, mal si attaglia ai doveri di trasparenza, equilibrio e indipendenza di un magistrato», afferma il consigliere togato.

Mirenda precisa che Ferri, «al pari di ogni altro cittadino», poteva avvalersi di tutte le legittime possibilità offerte dall’ordinamento. Ma aggiunge che non tutte le scelte producono le stesse conseguenze quando a compierle è un magistrato.

Nella parte finale della sua dichiarazione, il consigliere del Csm lega il caso a una questione più ampia, quella della fiducia dei cittadini verso la magistratura. È qui che la critica si fa più netta e più politica.

«Tuttavia, scelte simili non comportano sempre uguali conseguenze: quando delle scaltrezze si fa scudo un magistrato, si apre una breccia pesante nella fiducia dei cittadini sia verso il medesimo quanto, più in generale, verso l’Ordine a cui egli appartiene. E anche questo è un fatto», conclude Mirenda.

 

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