Adesso i putiniani d’Italia fanno a gara per accreditarsi con Mosca
Nel centrodestra e nel Campo Largo il partito trasversale "pro Putin" è sempre più ampio.
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A dirlo oggi non sembra vero ma fino a pochissimo tempo fa anche i leader politici più favorevoli a un appeasement equivalente nella sostanza alla reso dell’Ucraina, i più disponibili a riaprire il prima possibile i canali commerciali con Mosca, procedevano comunque con i piedi di piombo. Calibravano le parole, cercavano almeno a parole di controbilanciare il loro schieramento con aspre critiche ai danni di Putin. Nessuno, neppure i più contrari a fornire armi a Kiev i voleva correre il rischio di passare per putiniano.
Quella diga ha ceduto. In tutta evidenza una quantità di leader di entrambe le parti si è ormai convinta che sbandierare posizioni sostanzialmente contrarie all’Ucraina e a volte apertamente filorusse porti consenso, popolarità e voti. A destra la competizione tra la coalizione di Giorgia Meloni e i corsari neri di Roberto Vannacci si gioca tutta su questo fronte, che si trascina dietro l’intero approccio nei confronti della Ue. Ma la contrapposizione, come tutti sanno e riscontrano ogni giorno, non è affatto lineare perché uno dei partiti della maggioranza, la Lega, la pensa esattamente come Vannacci e si sente pertanto in obbligo di calcare la mano molto di più di quanto non abbia fatto sinora per reggere la competizione con l’intruso.
A sinistra non va meglio e anzi forse va peggio. Se dall’altra parte c’è una forza che sovrasta le altre due, la cui leader può pertanto dettare legge, a sinistra i due schieramenti si equivalgono. Conte, in campagna elettorale per le primarie, alza i toni e scopre gli altarini della spaccatura. Avs, che è invece preoccupatissima per la tenuta del Campo Largo, invece li abbassa tanto da rendere inutile persino il cornetto acustico. Ma nella sostanza le sue posizioni in materia non differiscono da quelle del M5S. Nella sostanza i due schieramenti sono più o meno equivalenti anche perché nella base del Pd le posizioni “anti-ucraine” non sono affatto marginali.
Lo spinoso dossier sarebbe un bel guaio, per gli uni e per gli altri, in qualsiasi momento. Lo è tanto più, soprattutto per chi è al governo ma non poco anche per gli altri, in un momento di tensione diretta e inaudita tra Europa, Italia inclusa, e Russia. Effettivamente non è cosa quotidiana lo spettacolo di un vicepremier che incassa i complimenti di Mosca mentre il ministro della Difesa discute con l’omologo lituano della minaccia russa, subito dopo l’abbattimento da parte dei caccia italiani di un drone, probabilmente di Mosca, nei cieli della Lituania.
La situazione peraltro potrebbe complicarsi presto ulteriormente. Oggi l’Europa alla regata al Regno Unito fa quadrato sulla linea adottata anche dal governo italiano. Ma le cancellerie dei principali Paesi europei sono tutte assediate da forze politiche che, sui temi della guerra in Ucraina, dei rapporti con Mosca e del riarmo europeo sono molto più omogenee ai gemelli duellanti Salvini e Vannacci che non alla premier convertitasi all’europeismo anche armato. In questa condizione è di per sé un azzardo scommettere su quale sarà tra un anno la posizione di quelle capitali, incalzate da forze antisistema che traggono in parte la loro forza proprio dall’impopolarità degli aiuti all’Ucraina.
Di fronte a una situazione simile pur se non simmetrica di lacerazione, le due parti politiche reagiscono allo stesso modo: accumulando polvere sotto il tappeto pur sapendo che si tratta di polvere da sparo potenzialmente esplosiva. Fuor di metafora, minimizzano, occultano, fingono che si tratta di un particolare come tanti. Possono farlo perché negli ultimi quattro anni condizioni non ripetibili lo consentivano. I partiti di centrosinistra potevano ripararsi dietro la loro collocazione all’opposizione e al semplice fatto di non dover decidere niente. In quelli della maggioranza la preponderanza assoluta del suo partito ha permesso alla premier di procedere come se le posizioni della Lega non esistessero.
Quelle condizioni in un cero senso ideali sono tutte venute meno. Il Campo Largo ha di fronte concrete possibilità di arrivare al governo. Di fronte a una spaccatura sul punto più di ogni altro determinante in questa parte del mondo non può far finta di niente sbandierando la formula magica “Testardamente unitari”. La premier, alle prese con l’ascesa di una forza che per la prima volta le contende il terreno a destra e, all’interno della maggioranza, con un alleato che lotta per la sopravvivenza non potrà ignorare ancora a lungo la lacerazione in nome della propria onnipotenza. La guerra in Ucraina promette così di rivelarsi un banco di prova per tutta la politica italiana. Cioè per leader e partiti che non sembrano affatto pronti ad affrontare quella prova.
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