25 Aprile, storia senza continuità
Tra Liberazione e guerra civile, manca una memoria condivisa che riconosca la continuità dello Stato e dell’identità nazionale.
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Il 25 aprile “Festa della liberazione” scatena da sempre polemiche tra chi ricorda l’impegno dei combattenti contro i tedeschi ed i fascisti della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.) e chi vi si oppose. “I partigiani sono l’espressione di tutto il popolo italiano, il simbolo della rivolta ideale. Essi dovranno rimanere sempre uniti, al di sopra dei partiti e lontani dalle competizioni politiche: solo così potranno avere un ruolo definitivo nella vita del nostro Paese”, disse nell’immediatezza Umberto di Savoia, Luogotenente Generale del Regno, che emanò il decreto legislativo 22 aprile 1946, n. 185, istitutivo della festività. E, infatti, l’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), ricorda il Presidente Nazionale, Avvocato Alessandro Sacchi, celebra nel 25 aprile la “data che chiude gli anni nei quali gli italiani hanno sofferto gravi limitazioni delle libertà civili imposte da una dittatura che troppi hanno condiviso, fino a quando la misura è stata colma”. E ricorda che il 25 luglio 1943 il Re Vittorio Emanuele III, riassunti i poteri statutari, aveva “assicurato la continuità dello Stato, pur in parte occupato dalle truppe naziste”, così permettendo “a reparti del Regio Esercito ed a cittadini coraggiosi di avviare nelle regioni del Nord quella resistenza contro il nazifascismo che ha consentito, con il concorso eroico delle popolazioni locali, la progressiva liberazione dell’Italia”.
In queste frasi è la verità che deve guidarci nel valutare quegli anni difficili nei quali, come ha testimoniato Indro Montanelli, la resistenza fu combattuta non solo contro i tedeschi perché “fu una guerra civile fra italiani. Ci furono grandi lotte tra i partigiani e i repubblichini cioè l’esercito di Salò. Ci furono delle lotte interne alle formazioni partigiane, perché l’elemento comunista voleva il monopolio assoluto della resistenza. Fu una bruttissima guerra che continuò anche dopo la fine della guerra. E continuò con le foibe. Non furono farina del sacco italiano. Furono gli slavi che fecero queste ma d’accordo con i comunisti italiani”.
Una guerra civile continuata anche al tempo del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 quando in molte regioni del nord ai cittadini di notorie simpatie monarchiche fu impedito di recarsi a votare.
Onestà vuole che questa guerra civile si stata il frutto del fascismo, della compressione delle libertà statutarie, delle leggi razziali, della guerra che tanta morte ha portato ovunque in Italia, insieme a distruzioni mai prima conosciute. Per cui era prevedibile che emergessero insieme eroismi e vendette.
Del resto, da un lato era il Regno d’Italia, sia pure privato del controllo di alcune aree del Nord, e dall’altro, accanto all’occupante tedesco, una sedicente repubblica ribelle allo Stato nazionale. Chi ha combattuto nell’esercito “repubblichino”, “privilegiando il partito alla Patria”, come ha detto il Presidente della Repubblica, nella convinzione di salvare l’onore d’Italia che aveva abbandonato l’alleato tedesco può essere compreso ma non giustificato essendo quella scelta del tutto priva di legittimità. Lo Stato esisteva, sia pure con limitata possibilità di esercitare il potere, e a quello Stato ed al suo Re avevano giurato fedeltà civili e militari.
Del resto, le immagini dei primi combattenti sono stati i reparti del Regio Esercito, che rivediamo nei filmati dell’epoca, inquadrati in reparti che issavano la bandiera del Regno.
Nel fare “memoria del 25 aprile, data della Liberazione del nostro Paese” a San Severino Marche, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto che non lo muove “un sentimento celebrativo di maniera. Tanto meno la pretesa di una storia scritta in obbedienza ad astratte posizioni ideologiche. A muoverci è amor di Patria”.
Certamente testimoniato in primo luogo, come appena avevo scritto, dai militari che il Presidente ritiene siano stati “lasciati allo sbando, in assenza di ordini dopo l’8 settembre 1943”. È la vulgata antimonarchica di comunisti e repubblichini che trascura la realtà del momento, delle decisioni assunte d’intesa con gli angloamericani che non potevano essere ritardate, che comunque avevano dato precise indicazioni alle truppe, cessate le ostilità nei confronti degli angloamericani, di reagire “ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Evidentemente dai tedeschi. Si dice che non vi furono ordini precisi, dettagliati. Non potevano essere emanati. Li avrebbero conosciuti, quanto meno contestualmente ai nostri reparti, i tedeschi. In ogni caso, è evidente che i comandanti dei reparti non avevano bisogno di ordini precisi per mantenere il controllo dei territori di loro competenza. Diciamo che molti generali erano sfiduciati, stante l’andamento della guerra. Molti erano inadeguati al ruolo. Questa la realtà.
Matterella ricorda “l’eroismo delle truppe polacche guidate dal gen. Anders e del Corpo Italiano di Liberazione, con le ricostituite formazioni dell’Esercito italiano”. Del Regio Esercito Italiano, per la precisione, per dire della continuità dello Stato che era stata assicurata dal Re Vittorio Emanuele III, all’indomani della caduta del fascismo che, per dirla con Benedetto Croce, è stato una parentesi possibile per la fragilità dello Stato liberale retto da uno Statuto che purtroppo non era in condizione di garantire l’immunità delle istituzioni dinanzi alla progressiva violenza della dittatura sorretta inizialmente da un’ampia e variegata adesione della classe dirigente politica e culturale del tempo. Ciò che va detto senza tentennamenti se si vuole rendere omaggio alla verità. Il Re fu lasciato solo.
È questo che manca nelle celebrazioni del 25 aprile. Il senso della continuità dello Stato, come dimostra il fatto che nelle chiuse dei discorsi, compreso quello del Capo dello Stato a San Severino Marche, il “viva” è alla Liberazione e alla Repubblica. Si potrebbe dire che la Repubblica è l’Italia. No. “Viva l’Italia” dovrebbe costituire ogni chiusa di un discorso pubblico di ricordi e celebrazioni. Come avviene ovunque nel mondo.
È il limite delle sinistre, del campo più o meno largo, che si propongono di offrire agli italiani una alternativa all’esperienza, deludente, per quanti vi hanno sperato e creduto, della composita alleanza di destre o presunte tali.
L’Italia e la sua storia devono essere un valore per tutti, devono rappresentare una identità sulla quale fondare le scelte politiche dei singoli partiti e movimenti.
Senza riferimenti a questa identità, costruita nei secoli attraverso il pensiero e l’azione di uomini illustri e di volenterosi abitanti delle città e dei borghi, l’Italia non esiste e, soprattutto, non ha futuro. Lo ricordino tutti, soprattutto chi ambisce a proporsi alla guida del Governo.
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