Uniti nella diagnosi: la stiamo perdendo. Draghi ai leader d'Europa: Agire è urgente
Al summit sulla competitività nel castello di Alden Biesen interviene l'ex presidente Bce.
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: “Da quando ho presentato il mio rapporto, il panorama economico si è deteriorato ulteriormente”. La supplica di fare qualcosa per salvare l’Ue: ridurre le barriere nel mercato unico, la frammentazione, la protezione del made in Europe, e avanti con chi ci sta. E poi: semplificare non basta, serve debito comune
È passato un anno e mezzo da quando Mario Draghi ha presentato il suo rapporto sulla competitività europea, fatto di ricette per recuperare il terreno perduto rispetto alla concorrenza della Cina ma anche degli Usa. Era settembre 2024, a distanza di un anno da quando Ursula von der Leyen aveva chiesto all’ex banchiere centrale di elaborare un report che potesse diventare la bussola di questa legislatura europea. Al momento, solo l’11 per cento di questo studio è stato concretizzato, secondo un monitoraggio dello European Policy Innovation Council. E nel frattempo, spiega l’ex premier ai leader europei riuniti al castello di Alden Biesen, “il panorama economico si è deteriorato ulteriormente”. Con la furia della convinzione che, avanti di questo passo, perdiamo l’Ue, Draghi torna a sferzare i 27: è sempre più urgente agire per risolvere in positivo quella che più volte l’ex governatore centrale ha definito “crisi esistenziale” dell’Unione. Già, ma come? Investendo, anche con il debito comune che tanto piace alla Francia ma che è ancora indigesto per la Germania.
Le ricette di Draghi non sono una novità. Stamane, nel pieno gelo invernale di un castello del Limburgo dove il presidente Antonio Costa ha convocato il summit informale, l’ex premier si concentra sulla necessità di ridurre le barriere nel Mercato Unico, la frammentazione dei mercati azionari, gli sforzi per mobilitare il risparmio europeo. E poi l’accento sui costi dell’energia in Europa, più alti rispetto a Usa e Cina. E ancora: l’idea di inserire la cosiddetta “preferenza europea, mirata in determinati settori”, per tutelare il ‘made in Europe’. È una lancia spezzata a favore di Emmanuel Macron, che insiste sul ‘Buy European’ nella difesa. E non è l’unica. Nelle parole di Draghi c’è anche il riferimento all’altro cavallo di battaglia del francese: nuove forme di debito comune europeo per fronteggiare gli investimenti necessari. Perché, spiega l’ex premier dedicando oltre un quarto al tema, le semplificazioni non risolvono il problema. Serve parità di condizioni e di investimento nell’attuale contesto geopolitico.
La questione degli eurobond non è stata affrontata nel summit ristretto voluto da Giorgia Meloni e Friedrich Merz stamattina, prima della riunione di tutti i 27 con Draghi. ‘Ristretto’ si fa per dire, visto che alla fine hanno partecipato i leader di 19 paesi: Italia, Germania, Belgio, Austria, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Svezia e Ungheria. Presente anche la presidente della Commissione europea von der Leyen. Lo spagnolo Pedro Sanchez, unico socialista doc tra i leader (considerato che la danese Mette Frederiksen pur socialisti è in massima sintonia con Meloni soprattutto sull’immigrazione) protesta per non essere stato invitato.
Gli eurobond sono un “argomento divisivo”, si limita a dire la premier dopo il summit mattutino, pur non dicendosi contraria al debito comune. Soprattutto dopo l’apertura da parte di tanti banchieri centrali compreso il tedesco Joachim Nagel della Bundesbank, il tema è caldo per la discussione che segue. Con Draghi e senza di lui, dopo che il banchiere se ne va. L’ex premier, che resta tra i maggiori sponsor della creazione di debito comune europeo per trovare gli oltre mille miliardi necessari per recuperare competitività (stima del Fondo Monetario Internazionale), cita il punto come strada utile, se non necessaria, per trovare una soluzione alla mancanza di risorse, per non morire come Ue.
E poi la possibilità di cooperazioni rafforzate per procedere più rapidamente in alcuni temi, se necessario, come previsto dai trattati. È un modo per superare l’unanimità e i diritti di veto, ormai maturo tra i 27, uniti dalla diagnosi – bisogna fare qualcosa – ma ancora divisi sulle soluzioni, su cosa fare. Il come, cioè avanti con chi ci sta, prende sempre più corpo, anche ad Alden Biesen.
Dopo la presentazione da parte di Draghi, segue quello che fonti diplomatiche definiscono “un approfondito scambio di opinioni” dell’ex premier italiano con i leader, che chiedono chiarimenti su come affrontare le sfide per “gli investimenti, sull’Unione dei risparmi e degli investimenti , il funzionamento del settore energetico, le linee guida sulle fusioni e il ruolo internazionale dell’euro”.
Il governatore della Bce se ne va, finita la sua sessione. I 27 avviano il dibattito a pranzo, ma la discussione si dilunga e ritarda l’avvio della seconda sessione, quella con Enrico Letta, autore del report sul mercato unico, commissionato dalla presidenza del Consiglio Europeo. A proposito dell’Unione dei risparmi e degli investimenti, uno degli obiettivi su cui l’Ue è in ritardo, anche Letta avverte da tempo: “Per ogni anno che passa senza aver integrato i mercati europei, si avvicina sempre più la possibilità di diventare una colonia finanziaria degli Stati Uniti”.
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