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Martedì 18 Giugno 2024 ore 13:00
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Oltre 56 mila lavoratori stranieri "regolari" lavorano in nero

Nel 2023 solo il 23,5% degli stranieri entrati in Italia con le quote del governo ha ottenuto contratto regolare e permesso di soggiorno. A vantaggio di mafie e caporali. La fotografia nel dossier "Ero Straniero".

Oltre 56 mila lavoratori stranieri

Doveva essere l’unico canale legale per fare entrare in Italia lavoratori provenienti da paesi extra Ue. Doveva rappresentare la risposta del governo alle crescenti richieste di manodopera nel mercato del lavoro italiano. E pure la soluzione alle inevitabili ricadute dell’inverno demografico. Ma in concreto il decreto flussi – e cioè l’atto con cui il governo stabilisce ogni anno quanti cittadini non comunitari possono entrare in Italia per motivi di lavoro – non ha fatto nulla di tutto ciò. Anzi, ha incentivato le condizioni di irregolarità di migliaia di lavoratori stranieri entrati regolarmente in Italia. Sì, perchè al netto di un numero di domande di ingresso maggiore di sei volte rispetto allle quote fissate, nel 2023 solo il 23,5% degli stranieri entrati in Italia ha potuto vantare un permesso di soggiorno e impiego stabile e regolare. Un risultato sconsolante per un meccanismo che dovrebbe garantire un accesso legale di manodopera. Ma che più che contribuire alla crescita al Paese, favorisce lo sfruttamento e il ricorso al lavoro nero da parte dei datori di lavoro.

Il dossier “I veri numeri del decreto Flussi”, stilato dalla rete di organizzazioni laiche e religiose Ero Straniero sulla base dei dati ottenuti tramite accesso civico ai ministeri di Interno, Esteri e Lavoro e presentanto oggi al Senato, parla chiaro. Nel 2023 le domande pervenute nei click day sono state sei volte più numerose delle quote di ingressi stabilite: 462.422 istanze inviate a fronte di 82.705 posti disponibili. Un risultato ben superiore a quello del 2022,quando le domande invece erano state 209.839, più del triplo delle quote messe a disposizione (69.700). Ma soprattutto equivalente a decine di migliaia di richieste extra-quota che corrispondono ad altrettante lavoratrici e lavoratori che sarebbero entrati in Italia regolarmente, in sicurezza, e che presumibilmente non avranno nessun altro modo per venire a lavorare nel nostro Paese.

Criticità che non si cancellano neanche nel passaggio successivo alla domanda, quello del rilascio del nulla osta all’ingresso. È qui che si evince dai dati che migliaia di quote non vengono utilizzate. Nel 2022 i nulla osta rilasciati sono stati infatti solo 55.084 a fronte di 69.700 quote disponibili (il 79,03%). Anche il passaggio del rilascio dei visti per l’ingresso da parte delle rappresentanze italiane nei paesi di origine risulta problematico. Dai dati del ministero degli affari esteri emerge infatti che al 31 gennaio 2024, rispetto ai 74.105 ingressi previsti per l’anno 2023, risultavano 57.967 visti rilasciati e 10.718 visti rifiutati. Non solo. Secondo i dati del report, inoltre, delle 57.967 persone che avevano ottenuto il visto, a quella stessa data, il 67,15% – circa 38 mila – risultavano ancora nello step “attesa convocazione”. Un meccanismo di dialogo tra Italia e Paesi d’origine palesemente inceppato, con dilatazioni dei tempi ben oltre i limiti di legge.

Eppure, il vero dato allarmante è quello che si ha nel passaggio successivo, quello della finalizzazione della procedura con l’assunzione e il rilascio dei documenti. Se si guarda infatti al rapporto tra le quote fissate nei click day del marzo 2023 e i contratti di soggiorno effettivamente sottoscritti, a fronte di 74.105 posti disponibili su 82.705 quote complessive, solo 17.435 sono state le domande finalizzate con la sottoscrizione del contratto e la richiesta di permesso di soggiorno per lavoro. Si tratta solo del 23,5%. Un tasso un po’ più altro rispetto alla procedura per l’ingresso per il 2022 (35,2%) quando il numero delle quote era però inferiore.

Tradotto. Troppa lentezza e troppa burocrazia portano solo una piccola parte di lavoratrici e lavoratori che entrano in Italia con il decreto flussi a stabilizzare la propria posizione lavorativa e giuridica, ottenendo contratti e permesso di soggiorno. Il resto delle persone rimane destinato a scivolare in una condizione di irregolarità e quindi di estrema precarietà e ricattabilità, favorendo il ricorso al lavoro nero o a vere e proprie forme di sfruttamento. Un paradosso drammatico per un sistema che dovrebbe garantire l’ingresso legale di manodopera e contribuire alla crescita al paese, ma che come lamentato da tempo dalla maggioranza non funziona. E la prova ne è anche questa.

Le soluzioni per evitare che un numero consistente di persone diventi irregolari, stando a quanto sostenuto dalla campagna, però esistono. Come il rilascio di un permesso di soggiorno per attesa occupazione, previsto dal Testo unico immigrazione, in caso di indisponibilità all’assunzione da parte del datore di lavoro. Uno strumento che c’è già, ma che non viene utilizzato abbastanza rispetto alle decine di migliaia di persone che avrebbero necessità di poter rimanere legalmente in Italia e cercare un nuovo lavoro. I dati parlano infati di solo 146 permessi per attesa occupazione siano stati rilasciati rispetto agli ingressi stabiliti per il 2022 e di 84 per ill 2023.

Che fare allora? Le richieste delle associazioni al Viminale sono chiare: “canali diversificati e flessibili, con l’introduzione della figura dello sponsor o di un permesso per ricerca lavoro, e un meccanismo di emersione su base individuale – sempre accessibile, senza bisogno di sanatorie – che dia la possibilità a chi rimane senza documenti di mettersi in regola a fronte della disponibilità di un contratto di lavoro o di un effettivo radicamento nel territorio”. Piccoli passi, in attesa di una riforma del sistema di ingresso per lavoro regolare dei migranti da parte del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

 

 

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