Genova, l’incendio ai cavi di FiberCop.
La Digos: «L’azienda ci indichi i punti deboli».
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L’attentato alla fibra ottica di Genova è un caso nazionale. Dell’incendio appiccato alla canalina che conteneva i cavi della rete FiberCop che passa da salita Bersezio, tra Rivarolo e Sampierdarena, si sta occupando la Direzione centrale della polizia di prevenzione, l’ufficio centrale dell’antiterrorismo che coordina le sezioni Digos delle questure di tutta Italia. I super poliziotti della Dcpp hanno chiesto informazioni ai colleghi che venerdì scorso hanno svolto i rilievi lungo la creuza che unisce via della Pietra a corso Martinetti, individuando i cinque punti di innesco – solo uno ha funzionato – posizionati da chi aveva deciso di mandare in tilt le comunicazioni in tutta la Liguria (e parte del Basso Piemonte). Perché il dipartimento che si occupa di prevenzione vuole vederci chiaro: incendiare un impianto che passa ad altezza uomo in una strada poco frequentata non è una missione impossibile, ma il piano degli attentatori era ben congegnato. Hanno individuato uno dei punti deboli della rete, hanno avuto il tempo di piazzare gli inneschi e di cospargere di benzina i componenti che volevano danneggiare. Si sono dileguati senza farsi notare da nessuno, come erano venuti del resto. Persone che non hanno avuto alcun ripensamento, scegliendo di mettere in ginocchio la città durante il Salone Nautico per ottenere una eco maggiore. In una parola: pericolosi.
La Direzione centrale della polizia di prevenzione ha preso in mano le redini dell’inchiesta – agli ordini del procuratore capo Nicola Piacente e della sostituta procuratrice Monica Abbatecola della Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo della Procura di Genova – quando è stato chiaro che si trattava di un gesto doloso. E quando – all’inizio era questa l’idea – era parso che altri sabotaggi fossero stati messi a segno nell’entroterra genovese (fake news) e in Lombardia (il guasto era reale ma era stato causato da un operaio).
Sembrava un attacco frontale a una struttura nevralgica (la fibra ottica) del Paese, e quindi occorreva individuare il nemico e reagire al più presto. Con il passare delle ore, invece gli indizi raccolti dai detective hanno disegnato uno scenario locale. Limitato alla Lanterna e a zone marginali servite dall’hub di FiberCop che si trova al Lagaccio.
Ed è a questo punto che si è rafforzata la pista anarchica. Forte localmente, meno credibile se rapportata su scala nazionale. Manca però un elemento per escludere le altre ipotesi, che comunque restano ancora in ballo. Non c’è la rivendicazione, un marchio per le frange estremiste dell’anarchia che attraverso i propri canali (soprattutto i siti, ma pure sui social) si vantano quando un loro attentato colpisce nel segno. Lo hanno fatto nel 2018 dopo aver dato fuoco a un ripetitore al Lagaccio, e lo hanno fatto quando hanno spostato le loro attenzioni sulle infrastrutture (soprattutto antenne) della Guardia e di San Gottardo. Su salita Bersezio invece silenzio assoluto. E questo fa crescere i dubbi sulla matrice del sabotaggio.
L’altra ipotesi è che si tratti di terroristi No hi-tech, che in modo plateale vogliono protestare contro l’intelligenza artificiale e le multinazionali come Ericsson che si occupano di fibra ottica ma licenziano il personale (131 i posti a rischio all’ombra della Lanterna). In attesa di trovare una traccia utile a individuare i responsabili del rogo, la Digos ha chiesto a FiberCop e agli altri gestori di indicare tutti i punti deboli come salita Bersezio per aumentarne la sicurezza. Magari installando delle telecamere. Una delle poche armi utili per fare prevenzione. Ma anche repressione, visto che sono state acquisite le immagini della videosorveglianza di via della Pietra e di corso Martinetti. Gli attentatori sono per forza passati da lì.
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