La "flat tax" sugli affitti ha ridotto l'evasione
Il Mef: con la cedolare secca, una flat tax, meno evasione dei canoni d'affitto. Smentita la correlazione diretta flat tax/nero
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La cedolare secca, “flat tax” per gli affitti immobiliari, ha ridotto l’evasione. Lo confermano i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze sul rendimento del sistema di tassazione introdotto dal governo Berlusconi IV nel marzo 2011.
Sulla base di questo ordinamento le persone fisiche possono assoggettare i redditi scaturenti dalle locazioni per uso abitativo ad un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle altre imposte indirette che si basa su un’aliquota unica. Una flat tax vera e propria, al 10% per i contratti a canone agevolato e del 21% del contratto a canone libero.
Il rapporto di Via XX Settembre ha analizzato la propensione all’evasione nel mondo immobiliare dopo l’introduzione della cedolare secca e, come riporta Il Sole 24 Ore, è emerso che 2rispetto al 2015, quando la cedolare nata quattro anni prima è stata rafforzata con l’aliquota ultraleggera al 10% per i canoni concordati, la propensione all’evasione è crollata del 62%, passando da 1,275 miliardi a 487 milioni”.
La normalizzazione della situazione fiscale, in quest’ottica, ha risolto un ginepraio normativo e la semplificazione aggiunto chiarezza nei controlli, riducendo inoltre la propensione alla frode nel settore immobiliare. Affitti in nero, mancanza di formalizzazione dei contratti, subaffitti diventano problemi costosi con la norma sulla cedolare secca che è un incentivo a rapporti trasparenti, onesti e poco onerosi. In questo caso difficile applicare quanto spesso da sinistra si sente dire nel caso delle critiche mosse alla Flat tax per gli autonomi, che il governo Meloni ora vuole estendere ai redditi fino a 85-90 mila euro, o della Flat tax sulle persone fisiche (aliquota Irpef) circa una diretta proporzionalità tra introduzione di un’aliquota piatta e evasione.
L’ideologia sembra prevalere sulla realtà
Nei giorni scorsi è emerso l’allarme, ripreso anche da Repubblica, circa una corsa dell’evasione fiscale a causa dell’estensione della platea di partite Iva in regime forfettario. Constatazioni per altro parallele al commento alla Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef) complementare alla manovra che segnala come nel 2019 per la prima volta l’evasione fiscale sia invece scesa sotto i 100 miliardi di euro.
Come sul fronte di altre questioni legate alla politica economica, prima fra tutte il tetto al contante, l’ideologia sembra prevalere sulla realtà. E si tratta di puntare il dito contro una misura non criticandola su dati reali o su possibili criticità, ma piuttosto di applicare etichette. In questo caso, il ragionamento è basato sull’assioma “flat tax uguale evasione”, che però la questione della cedolare secca e della lotta generale al nero sembra sfatare. Come riportato su Lavoce.info, “la Relazione di quest’anno conferma il dato (già sostanzialmente anticipato nell’aggiornamento dello scorso dicembre) per il 2019, dove il tax gap relativo si attesta al 18,4 per cento, evidenziando ulteriormente la tendenza alla riduzione riscontrata in questi ultimi anni: è calato di 3,7 punti percentuali dal 2014 ovvero, in termini assoluti, di circa 11 miliardi (da 110 a 99). Anche le prime e provvisorie indicazioni sul 2020 vanno nella medesima direzione”. Continua a pesare “l’evasione con consenso, che si ha quando fornitore e cliente sono perfettamente allineati nel comportamento evasivo”, ma come spiegato già parlando del tetto al contante qua non c’è livello di tassazione o soglia di pagamento che tenga, si tratta di un problema di costume generale che, per fortuna, va retrocedendo.
E sta retrocedendo – lo ribadiamo – in un contesto in cui la cedolare secca non è l’unica flat tax. Lo sono anche la tassa al 12,5% sui guadagni e le plusvalenze da titoli pubblici; soprattutto, l’Imposta sul reddito degli esercizi societari (Ires), che è al 24,5%. Tutte presenti nel momento in cui l’evasione è calata. Smentendo sul campo ogni luogo comune sul tema.
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