Conti correnti, le banche presentano il conto
In dieci anni costi aumentati del 23%, mentre sui conti delle famiglie restano parcheggiati 1.163 miliardi di euro.
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Tenere i soldi in banca costa sempre di più. E il paradosso è che, mentre le famiglie italiane hanno affidato agli istituti di credito una montagna di liquidità che ormai sfiora i 1.163 miliardi di euro, il costo medio di gestione di un conto corrente tradizionale continua a salire. Secondo l’analisi di Adusbef, basata sugli ultimi dati disponibili della Banca d’Italia, in dieci anni la spesa media annua è aumentata del 23%, passando dagli 82,2 euro del 2014 ai 101,1 euro attuali.
Una cifra che, presa singolarmente, potrebbe sembrare contenuta. Ma moltiplicata per milioni di correntisti e per anni di rapporto bancario racconta una realtà ben diversa: per custodire e movimentare il proprio denaro gli italiani pagano sempre di più. A pesare sono soprattutto le spese variabili legate alle operazioni quotidiane, dai bonifici ai pagamenti fino ai prelievi.
Il conto corrente, insomma, non è più soltanto lo strumento indispensabile per ricevere stipendio o pensione, pagare bollette e gestire le normali esigenze familiari. È diventato un servizio il cui costo cresce progressivamente, anche mentre la digitalizzazione avrebbe dovuto, almeno in teoria, ridurre una parte delle spese operative sostenute dagli istituti.
La denuncia di Adusbef arriva in un momento particolarmente significativo. Al 31 maggio 2026, secondo i dati richiamati dall’associazione, le famiglie consumatrici italiane conservano sui depositi bancari ben 1.163 miliardi di euro. Una massa enorme di risparmio, esclusa la liquidità remunerata o vincolata, che testimonia la tradizionale propensione degli italiani a mantenere una consistente disponibilità sui conti correnti.
Ma anche la geografia dei depositi racconta un Paese profondamente diviso. La Lombardia concentra quasi 239 miliardi di euro, pari a circa un quinto dell’intera ricchezza depositata sui conti correnti italiani. Seguono, a notevole distanza, il Lazio con 122 miliardi e il Veneto con 105 miliardi. In fondo alla classifica regionale si trova invece la Valle d’Aosta, con circa 2,8 miliardi di euro.
Il dato più significativo emerge tuttavia quando i depositi vengono rapportati alla popolazione residente. In questo caso la provincia più ricca è Bolzano, dove la disponibilità media sui conti correnti sfiora i 30.400 euro per abitante. All’estremo opposto si colloca Crotone, con appena 9.679 euro pro capite.
La distanza tra le due realtà supera quindi i 20 mila euro per residente. Non è soltanto una statistica bancaria: è la fotografia delle profonde disuguaglianze economiche che attraversano il Paese. Da una parte territori dove le famiglie dispongono di una consistente capacità di risparmio, dall’altra aree dove il margine economico disponibile è molto più ristretto.
Indicatore | Dato |
Costo medio conto corrente 2014 | 82,2 euro |
Costo medio conto corrente 2026 | 101,1 euro |
Aumento in dieci anni | +23% |
Depositi delle famiglie al 31 maggio 2026 | 1.163 miliardi di euro |
Depositi in Lombardia | Circa 239 miliardi |
Depositi nel Lazio | Circa 122 miliardi |
Depositi in Veneto | Circa 105 miliardi |
Depositi in Valle d’Aosta | Circa 2,8 miliardi |
Provincia con più depositi pro capite | Bolzano: quasi 30.400 euro |
Provincia con meno depositi pro capite | Crotone: 9.679 euro |
Il risultato è un doppio squilibrio. Gli italiani continuano ad accumulare nei conti correnti una quantità impressionante di risparmio, spesso lasciata improduttiva o poco remunerata, mentre il sistema bancario aumenta il costo per gestire proprio quello strumento che milioni di cittadini non possono fare a meno di utilizzare.
È qui che la questione assume anche un rilievo politico e sociale. Il conto corrente è ormai una porta obbligata per partecipare alla vita economica moderna. Stipendi, pensioni, pagamenti digitali, bonifici e servizi essenziali passano sempre più attraverso il sistema bancario. Quando un servizio di fatto indispensabile diventa progressivamente più costoso, il problema non può essere liquidato come una semplice scelta commerciale.
La crescita del 23% in dieci anni dovrebbe quindi spingere le autorità e gli organismi di vigilanza a interrogarsi non soltanto sulla trasparenza delle commissioni, ma anche sull’effettiva convenienza per i cittadini. Perché mentre le banche custodiscono 1.163 miliardi di euro delle famiglie italiane, la domanda resta una sola: possibile che per tenere i propri soldi in banca si debba continuare a pagare sempre di più?
Il rischio è che il conto corrente, da servizio essenziale, diventi l’ennesimo terreno sul quale il cittadino è costretto a subire rincari senza avere una reale alternativa. E questa, più che una semplice spesa bancaria, è una tassa silenziosa sul risparmio degli italiani.
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