Scuola, genitori scavalcati
Corsi presentati come lotta al bullismo, ma i contenuti vanno dichiarati alle famiglie.
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“Signora, si metta l’anima in pace: sua figlia deve partecipare per forza, con o senza il suo consenso”.
Se quelle parole sono state davvero pronunciate, non siamo davanti a una semplice incomprensione burocratica. Siamo davanti a una domanda che la scuola deve essere in grado di affrontare senza scorciatoie: che cosa viene insegnato a una ragazzina di dodici anni e perché sua madre non deve poterlo sapere prima?
La vicenda raccontata da una madre è emblematica. La donna aveva chiesto di visionare i materiali di un corso presentato come iniziativa contro il bullismo, affidato a esperti esterni di un’associazione. La risposta della scuola sarebbe stata netta: il contrasto al bullismo rientra nelle attività educative e nei programmi scolastici e, dunque, non sarebbe stato necessario alcun consenso.
Ma il punto, se confermato, è un altro.
Non basta il titolo di un progetto per stabilire che cosa realmente contiene. Se all’interno di un’attività apparentemente dedicata al bullismo vengono affrontati anche temi attinenti alla sessualità o all’identità di genere, la famiglia ha diritto di conoscere preventivamente contenuti, finalità, modalità e materiali utilizzati, nei casi previsti dalla legge.
La legge 9 giugno 2026, n. 104, entrata in vigore il 7 luglio, parla infatti chiaro: per le attività extracurricolari e per quelle di ampliamento dell’offerta formativa che riguardino temi attinenti all’ambito della sessualità è previsto il consenso informato preventivo dei genitori, preceduto dalla possibilità di visionare il materiale didattico. La richiesta deve indicare anche finalità, obiettivi, contenuti, argomenti, temi, modalità di svolgimento ed eventuale presenza di esperti esterni o associazioni.
Dunque, il problema non è impedire alla scuola di parlare di bullismo. Il problema è impedire che una materia venga utilizzata come contenitore per introdurre altri contenuti senza che le famiglie ne siano informate.
Ed è qui che la vicenda diventa inquietante.
Perché se un genitore chiede di vedere i materiali, la risposta di una scuola dovrebbe essere trasparente: eccoli, questi sono gli argomenti, questi sono gli esperti, questo è il programma. Non dovrebbe mai diventare una gara a nascondere ciò che sarà proposto in aula dietro una definizione generica del progetto.
La nuova normativa nasce proprio da questa esigenza: restituire alle famiglie un ruolo informato sulle attività che coinvolgono i figli minorenni. Lo stesso ministro Giuseppe Valditara, nel giorno dell’approvazione definitiva della legge, ha sottolineato che il provvedimento intende dare voce ai genitori sulle tematiche dell’identità di genere e ha ribadito che l’educazione al rispetto, alle relazioni e all’empatia resta parte dell’attività scolastica.
Naturalmente, non ogni lezione sul bullismo, sulle relazioni o sul rispetto richiede automaticamente il consenso dei genitori. La questione giuridica va valutata sulla base dei contenuti effettivamente svolti e del tipo di attività. Ed è proprio per questo che nascondere o rendere indistinti i contenuti sarebbe particolarmente grave.
La trasparenza non è un ostacolo alla scuola. È una garanzia per la scuola stessa.
E c’è un altro elemento che non può essere ignorato: la circolare ministeriale del 14 settembre 2026 ha richiamato espressamente le istituzioni scolastiche all’applicazione della legge 104, precisando il suo ambito di applicazione nelle secondarie di primo e secondo grado.
Perciò, davanti a una contestazione di questo tipo, la strada dovrebbe essere una sola: tirare fuori i documenti.
Qual è il progetto? Chi lo ha elaborato? Chi sono gli esperti? Quali materiali sono stati consegnati agli studenti? Quali argomenti sono stati effettivamente affrontati? In quale parte del Piano dell’offerta formativa è inserita l’iniziativa? E soprattutto: perché una madre che chiede semplicemente di conoscere ciò che viene proposto alla propria figlia dovrebbe sentirsi rispondere che il suo consenso non conta?
Sono domande semplici. Ma sono domande decisive.
La scuola non può diventare una zona franca nella quale le parole “bullismo”, “inclusione”, “educazione” o “rispetto” funzionano come etichette capaci di rendere invisibili i contenuti reali delle attività.
E allo stesso tempo nessuno può trasformare ogni progetto scolastico in una guerra ideologica.
La soluzione è molto più semplice: trasparenza, documenti, informazione preventiva e rispetto della legge.
Se davvero esiste un tentativo di aggirare le nuove disposizioni utilizzando progetti dal titolo generico per inserire contenuti che rientrano nell’ambito coperto dal consenso informato, non servono slogan: servono verifiche. E, se le violazioni saranno accertate, dovranno essere contestate.
Perché il principio è elementare: una famiglia non può essere informata dopo che il figlio ha già partecipato.
E una scuola non dovrebbe mai avere paura di mostrare ciò che insegna.
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