Anno: XXVIII - Numero 138    
Giovedì 16 Luglio 2026 ore 13:30
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Meloni prepara la resa dei conti

Giorgia congela il chiarimento: prima la legge elettorale, poi il conto a Tajani e Salvini per il caso preferenze.

Meloni prepara la resa dei conti

Fargliela pagare, ma come? Giorgia Meloni sta valutando i prossimi passi. Si fa zen, almeno in pubblico, e intanto gioca sicuro sul rilancio della sicurezza. Ma nelle stanze di Palazzo Chigi la rabbia di ieri non è stata smaltita. La parola chiave è “riflessione”: una minaccia arrivata forte alle orecchie di Antonio Tajani e Matteo Salvini. I due vice volano altrove, evitando di incappare nella frustrazione della premier. Ma la resa dei conti è dietro l’angolo. Troppo violento il no alle preferenze, maturato a voto segreto ma con forte sospetto in direzione Forza Italia e Lega. “FdI fa sempre quello che dichiara, gli altri non so”, lascia intendere il meloniano Tommaso Foti.

La prima fase si conclude il 16 luglio e, sperano in maggioranza, “senza altri colpi di scena”. L’approvazione dello Stabilicum, la nuova legge elettorale, senza l’emendamento galeotto, è il minimo necessario. “Intanto portiamo a casa il testo, poi vedremo come muoverci”. Lo dicono tutti, in Fratelli d’Italia. Mentre l’aula dà il via libera all’articolo 1 – sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 deputati e 35 senatori alla coalizione sopra il 42% dei voti – il ministro Francesco Lollobrigida s’aggira in Parlamento. Dopo conciliaboli serali, avrebbe individuato quattro, cinque franchi tiratori nel suo partito. Ma la retaliation potrebbe colpirne una decina in tutto. “Sono defezioni fisiologiche”, dicono da via della Scrofa, dove calcolano almeno una trentina di traditori. I veri colpevoli, è il senso del ragionamento, sono altrove: in casa degli alleati.

Alla Camera il clima è ancora elettrico. Carlo Nordio scola un bicchiere di vino e ascolta il vannacciano Edoardo Ziello, che ripresenta le preferenze. Un voto affondato, ma che sarebbe stato approvato da FdI e non da berlusconiani e salviniani. Non ci sono ministri leghisti in aula. Nemmeno il mago dei numeri, quel Roberto Calderoli, leghista gran esperto di leggi elettorali. Non compaiono neanche gli altri. Salvini si tiene alla larga. Ieri ha ricevuto la dura reprimenda, a sera, di Meloni. Oggi si occupa di cantieri e rotaie. Più internazionali, ma comunque lontani dal dossier bollente, gli impegni di Tajani: il ministro degli Esteri è a Madrid, per il vertice del Partito popolare europeo.

I due leader sono nel mirino della premier. “Se li vede li insulta”, confida chi esclude contatti nelle ultime ore. Contatti che, però, potrebbero arrivare per cercare di salvare una legge voluta soprattutto, se non solo, dalla premier. Il più esplicito è Foti, appunto: “Forza Italia e Lega avevano dichiarato il loro sì, e invece…ma adesso non si deve fare altro che portare a casa questa riforma”. Sarebbe questa la vera verifica di maggioranza che ieri, dopo la sconfitta di un solo voto per il governo, veniva ventilata a gran voce in un Parlamento sotto choc.

Solo a voto acquisito, quindi, verrà rilasciata la furia della premier, che dichiarandosi a favore delle preferenze a poche ore dal voto “ci ha messo la faccia”. Non è possibile perderla, ora. Trovano poco ossigeno ma comunque marciano le idee su un secondo round. Ad aprire la porta è stato Ignazio La Russa: il presidente del Senato ha spiegato che l’introduzione sulle preferenze alla legge elettorale potrebbe avvenire a Palazzo Madama, dove non è possibile il voto segreto. Il testo arriverà lì a stretto giro, ma la sensazione è che la partita si giocherà dopo l’estate. Non solo: una legge con le preferenze, se approvata, andrà rivotata dalla Camera. Da qui lo spunto: far arrivare il testo alla Camera dopo che il Senato ha aggiunto le preferenze e farlo votare con la fiducia.

Una forzatura solleticata ma esclusa dai dirigenti di FdI. Anche perché i tempi si allungherebbero. “Alla Camera a ottobre inizia anche la legge di bilancio, con questo schema la riforma elettorale potrebbe slittare all’anno prossimo”. Una procrastinazione che obbligherebbe a votare non più ad aprile, come filtrato, ma a settembre 2027. 

La vera riflessione è, quindi, sinonimo di vendetta per il tradimento. Giorgia Meloni prova a sbollire. Premia i Maestri della cucina italiana a Chigi e registra un video per rilanciare l’impegno sulla sicurezza: “Continua a essere una delle priorità del governo”. Un placebo che per oggi potrebbe bastare, anche perché la lavata di capo l’ha già impartita, ieri sera al telefono. Il punto, ragionano in FdI, è che “Tajani e Salvini non tengono più i loro”. Non solo: Meloni sa bene che, almeno in FI, il vero ostacolo sulle sue preferenze non si chiama Tajani ma Marina Berlusconi. L’indicazione è arrivata da Arcore e non è stata smentita. Ma è presto per i contatti con la presidente di Fininvest. Un passo per volta.

Di Giulio Ucciero su Huffpost

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