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Campo largo, la frattura che Schlein non può più nascondere

Dopo Napoli e il caso Russia, l'alleanza inciampa sulle divisioni strategiche e sull'ambiguità internazionale.

Campo largo, la frattura che Schlein non può più nascondere

Il centrosinistra prova a ricompattarsi, ma le crepe sono ormai troppo profonde per essere ignorate. Dopo il flop della manifestazione di Napoli e la bufera innescata dalle dichiarazioni di Giuseppe Conte sulla presunta inesistenza di una minaccia russa, Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno scelto la prudenza: sospendere l’iniziativa prevista a Padova e valutare una nuova manifestazione a Roma contro la riforma elettorale, nel tentativo di evitare un altro fallimento politico e di immagine.

La scelta è anche il segno di una coalizione costretta a gestire le proprie contraddizioni prima ancora che a sfidare il governo. Per il Partito democratico è Igor Taruffi a seguire il dossier organizzativo, con l’ipotesi di una mobilitazione il 16 o il 17 del mese. Ma il problema non è il calendario: è la tenuta politica del cosiddetto Campo largo.

A certificare il malessere è stata la stessa Elly Schlein. La segretaria dem, da sempre convinta sostenitrice dell’unità delle opposizioni, questa volta non avrebbe nascosto il proprio disappunto per l’intervento di Conte, definito “una cosa sbagliata, nel posto sbagliato e nel modo sbagliato”. Una presa di distanza significativa, accompagnata però dalla volontà di non rompere l’alleanza: “Dobbiamo continuare a lavorare uniti, perché battere questa destra si può”.

Un equilibrio sempre più difficile da mantenere. All’interno del Pd cresce infatti il disagio di chi ritiene che l’asse con i Cinque Stelle stia spostando il baricentro della coalizione su posizioni incompatibili con la tradizione europeista e riformista dei democratici. Filippo Sensi ironizza sul “consiglio d’amministrazione ristretto” composto da Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, contestando una gestione sempre più verticistica e poco inclusiva dell’alleanza.

Sul fronte opposto, Goffredo Bettini è intervenuto in difesa del leader pentastellato, sostenendo che Vladimir Putin non avrebbe la forza di attaccare l’Europa e invitando il Pd ad assumere una linea più critica verso la Commissione europea e le politiche di riarmo. Una posizione che ha provocato la reazione immediata dell’ala più europeista del partito. Sensi ha replicato con sarcasmo chiedendosi se “Kiev si trovi su Marte”, mentre Pina Picierno ha accusato Bettini di “puntellare il campo Lavrov”, denunciando il rischio che il Campo largo finisca per legittimare una narrazione coincidente con quella del Cremlino.

La vicepresidente del Parlamento europeo è stata ancora più dura commentando il silenzio del palco di Napoli dopo l’intervento di Conte. Secondo Picierno, il problema non è soltanto il flop della manifestazione, ma soprattutto l’assenza di una presa di posizione netta da parte degli altri leader dell’opposizione davanti all’affermazione secondo cui la minaccia russa sarebbe una costruzione politica funzionale al riarmo. Per l’esponente dem, in qualsiasi altro Paese europeo parole simili avrebbero provocato una immediata smentita da parte delle forze democratiche.

Ad alimentare ulteriormente la polemica è arrivata la precisazione della Nato. Attraverso il portavoce del comandante supremo alleato in Europa, il colonnello Martin L. O’Donnell, l’Alleanza ha chiarito che “la Russia rappresenta chiaramente una minaccia per la sicurezza euro-atlantica”. Una smentita diretta dell’interpretazione fornita da Conte delle dichiarazioni del generale Alexus G. Grynkewich al Financial Times. Il comandante americano aveva infatti spiegato che Mosca oggi evita uno scontro diretto con la Nato proprio perché consapevole della capacità di deterrenza dell’Alleanza, non perché abbia cessato di rappresentare una minaccia strategica.

La vicenda evidenzia una frattura che va oltre la politica estera. Da una parte c’è chi considera l’europeismo e il sostegno all’Ucraina elementi identitari del centrosinistra; dall’altra chi continua a leggere il conflitto attraverso una lente fortemente critica nei confronti della Nato e delle politiche di difesa occidentali. È una distanza politica che Schlein prova a contenere, ma che rischia di diventare il principale ostacolo alla costruzione di un’alternativa credibile al governo Meloni. Perché senza una linea comune sui grandi dossier internazionali, l’unità del Campo largo rischia di restare soltanto un obiettivo dichiarato, più che una realtà politica.

 

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