Anno: XXVIII - Numero 148    
Giovedì 30 Luglio 2026 ore 13:30
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La sicurezza non cancelli lo Stato di diritto

Gabrielli boccia il decreto Sicurezza, critica il populismo penale e avverte: «La paura non governi le istituzioni».

La sicurezza non cancelli lo Stato di diritto

La sicurezza è un diritto. Ma può trasformarsi in un’arma politica capace di erodere, poco alla volta, le libertà individuali e i principi dello Stato di diritto. È questo il filo conduttore della lunga riflessione di Franco Gabrielli, già capo della Polizia, prefetto di Roma, direttore del Sisde e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, che interviene nel dibattito sulla giustizia, sul decreto Sicurezza, sull’immigrazione e sull’ascesa del generale Roberto Vannacci con parole che pesano proprio perché pronunciate da chi ha trascorso quasi quarant’anni ai vertici delle istituzioni chiamate a garantire l’ordine pubblico.

Il punto di partenza è il caso del gioielliere Mario Roggero, condannato per aver inseguito e ucciso due rapinatori in fuga. Una vicenda che ha profondamente diviso l’opinione pubblica e che, secondo Gabrielli, rischia di essere affrontata esclusivamente sul terreno dell’emotività. La sicurezza, osserva, non coincide con il diritto del cittadino a farsi giustizia da solo, ma nasce dall’equilibrio tra prevenzione, controllo del territorio, repressione dei reati e politiche capaci di ridurre le cause della criminalità. Cercare un solo responsabile del fallimento dello Stato significa ignorare la complessità del fenomeno.

Da qui la critica al populismo penale che, a suo giudizio, sta contaminando il dibattito pubblico. Contestare una sentenza senza conoscerne i meccanismi giuridici, mettere continuamente sotto accusa i magistrati o evocare la grazia presidenziale come se fosse un ulteriore grado di giudizio significa alimentare la sfiducia verso le istituzioni. Il problema, ricorda Gabrielli, spesso non risiede nelle decisioni dei giudici ma nella qualità delle leggi approvate dalla politica.

Ancora più netto è il giudizio sulla teoria della “legittima difesa sempre”. Per l’ex capo della Polizia una simile impostazione conduce verso il “Far West”, perché certifica il fallimento dello Stato nel garantire la sicurezza dei cittadini e finisce per aumentare il livello dello scontro. Se il criminale immagina di trovare dall’altra parte una persona armata e pronta a sparare, sarà indotto ad alzare il livello della violenza. Il risultato non è una società più sicura, ma un’escalation nella quale a perdere sono soprattutto i cittadini.

Gabrielli legge anche in questa chiave il consenso raccolto da Roggero sui social network. Non si tratta soltanto della solidarietà verso una vittima di rapine, ma dell’espressione di una paura diffusa che porta molti italiani a ritenere insufficiente la protezione garantita dallo Stato. È proprio questa percezione, avverte, a rappresentare il terreno più fertile per chi propone soluzioni semplici a problemi estremamente complessi.

L’analisi si sposta quindi sulle politiche del Governo. Gabrielli non usa mezzi termini: il decreto Sicurezza rappresenta, secondo lui, l’ennesimo provvedimento costruito sull’onda dell’emozione suscitata dai fatti di cronaca più che su una strategia organica di lungo periodo. Il susseguirsi di decreti dimostrerebbe proprio l’assenza di una visione complessiva della sicurezza.

Il rischio, avverte, è che il Paese accetti progressivamente uno scambio pericoloso: più controlli, meno libertà. Una deriva nella quale la richiesta di sicurezza diventa la giustificazione per ampliare poteri invasivi dello Stato, restringere spazi di libertà e comprimere diritti fondamentali. È qui che Gabrielli utilizza l’espressione più forte della sua analisi, evocando il pericolo di uno “Stato di polizia”, incompatibile con una democrazia liberale fondata sul primato del diritto.

Pur criticando l’impostazione politica, Gabrielli difende con convinzione le forze dell’ordine. Nel caso della morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia a Bologna invita ad attendere gli accertamenti prima di formulare giudizi definitivi. La presenza della bodycam accesa costituisce, a suo avviso, un elemento di trasparenza. Se emergeranno errori, dovranno essere sanzionati, ma ogni vicenda dovrà servire anche a migliorare protocolli, formazione e coordinamento tra polizia, sanitari e servizi di salute mentale.

L’ex prefetto affronta poi uno dei temi più divisivi del dibattito politico: l’immigrazione. La proposta della cosiddetta remigrazione viene liquidata con un giudizio senza appello. L’Italia, ricorda, vive un inverno demografico senza precedenti, registra un crollo delle nascite e ha un crescente bisogno di lavoratori stranieri, come dimostrano gli stessi decreti flussi approvati dall’attuale Governo. La vera sfida non è limitarsi agli ingressi, ma costruire percorsi di integrazione capaci di prevenire marginalità e criminalità.

Analoga severità riserva al generale Roberto Vannacci. Più dei singoli episodi o dei personaggi che gravitano intorno al suo movimento politico, Gabrielli considera preoccupante il consenso che raccolgono messaggi fondati sulla paura, sull’identità e sulla contrapposizione. Definisce “agghiacciante” il video realizzato con l’intelligenza artificiale che ipotizzava la morte di alcuni leader politici, ritenendolo l’ennesimo segnale dell’imbarbarimento del confronto pubblico.

Nella parte finale dell’intervista arriva anche una riflessione autocritica sul centrosinistra. Secondo Gabrielli, la sinistra ha commesso un errore strategico sottovalutando il tema della sicurezza e lasciandolo per anni alla narrazione della destra. Eppure la sicurezza, sottolinea, rappresenta la condizione essenziale per garantire l’esercizio di tutti gli altri diritti, soprattutto per le persone più fragili, che non possono acquistare protezione privata o vivere in contesti privilegiati.

Nonostante le sollecitazioni politiche, Gabrielli esclude per ora un proprio ritorno nelle istituzioni. Il suo obiettivo, afferma, è contribuire a costruire una cultura della sicurezza fondata sui dati, sull’esperienza e sul rispetto dello Stato di diritto, lontana dalle scorciatoie propagandistiche e dalle risposte dettate dall’emotività.

È una posizione che rompe molti schemi tradizionali. Perché non arriva da un esponente dell’opposizione né da un teorico garantista, ma da uno dei più autorevoli uomini dello Stato, convinto che la sicurezza resti un pilastro della democrazia solo se continua a camminare insieme alla libertà. Quando una delle due prevale sull’altra, conclude implicitamente Gabrielli, a perdere è l’intero sistema democratico.

 

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