Conte sfida Schlein: sull’Ucraina il campo largo rischia di saltare
M5S contro le armi a Kiev, Pd per sostegno e negoziato europeo.
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l campo largo non trova nemmeno la strada per arrivare al tavolo delle trattative. Prima ancora di discutere di un programma di governo, Pd e Movimento 5 Stelle si dividono sulla guerra in Ucraina, sulle armi, sul rapporto con l’Europa e sulla stessa idea di pace. Giuseppe Conte mette una condizione: il M5S non firmerà un programma che preveda la prosecuzione dell’invio di armi a Kiev. Elly Schlein risponde confermando il sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia e chiedendo un negoziato europeo. È l’ennesima dimostrazione di quanto sia fragile, contraddittorio e ancora tutto da costruire il progetto del centrosinistra alternativo a Giorgia Meloni. Il problema non è soltanto trovare un candidato premier: è capire se queste forze politiche abbiano davvero qualcosa in comune quando dalle parole devono passare alle decisioni.
Conte, alla festa de Il Fatto Quotidiano in Versilia, mette il veto nero su bianco. Prima di qualsiasi accordo, bisogna chiarire che il Movimento non accetterà un programma che continui sulla strada dell’attuale governo italiano. Per il leader pentastellato l’invio di armi rischia di alimentare un’escalation militare e di trascinare l’Europa verso un conflitto sempre più pericoloso. Una posizione che Conte considera un punto irrinunciabile e che pretende venga chiarita prima, non dopo, una eventuale vittoria elettorale del centrosinistra.
Il messaggio è politicamente pesantissimo: il M5S non è disposto a firmare una cambiale in bianco sulla politica estera. E, soprattutto, non intende lasciare che eventuali accordi elettorali lo costringano successivamente a votare scelte che oggi contesta apertamente.
Dal Pd arriva una reazione altrettanto netta. Filippo Sensi accusa Conte di sostenere una posizione priva di fondamento e ribadisce che il sostegno a Kyiv continuerà. Lia Quartapelle definisce addirittura il leader pentastellato un “sabotatore” dell’unità della coalizione. Piero Fassino porta invece Conte davanti alla domanda dalla quale, secondo il Pd, non si può scappare: se si interrompe il sostegno militare all’Ucraina, quale sarebbe concretamente l’alternativa? E la pace che si invoca comporterebbe l’accettazione delle richieste territoriali di Vladimir Putin?
La questione è tutt’altro che marginale. Perché se il campo largo non riesce a trovare una posizione comune sulla guerra più importante che l’Europa abbia affrontato negli ultimi decenni, come può pretendere di presentarsi agli elettori come una squadra pronta a governare? La politica estera non è un dettaglio da sistemare in fondo a un programma elettorale. È una delle questioni sulle quali un governo deve avere una linea precisa, soprattutto quando sono in gioco sicurezza nazionale, alleanze internazionali e futuro dell’Europa.
Schlein, dalla Festa dell’Unità, prova a tenere insieme due concetti: ripudio della guerra e sostegno all’Ucraina. Il Pd, spiega, continuerà a sostenere il popolo ucraino e contemporaneamente chiederà all’Europa di assumere un ruolo decisivo nel negoziato. Serve un negoziatore europeo, sostiene la segretaria dem, perché l’Europa non può essere assente mentre si discute del futuro della sicurezza del continente. La pace, però, non può essere la resa dell’aggredito alle condizioni dell’aggressore.
Una linea che Lorenzo Guerini considera condivisibile e che ribadisce la necessità di continuare a sostenere l’Ucraina, lavorando nello stesso tempo per una soluzione negoziale e per adeguate garanzie di sicurezza.
Ma il problema del campo largo resta intatto. Anzi, si aggrava. Perché Conte non sta chiedendo una sfumatura diversa in un documento comune: sta chiedendo di cambiare una scelta strategica sulla quale il Pd ha costruito una parte significativa della propria politica estera. E il Pd, dal canto suo, non sembra disposto a rinunciare alla distinzione tra aggressore e aggredito né al sostegno a Kiev.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: che cosa tiene davvero insieme il campo largo? La paura di Meloni? La legge elettorale? La necessità di sommare voti per tentare di battere il centrodestra? Perché se ogni volta che si arriva a una questione decisiva emergono veti, condizioni e posizioni inconciliabili, l’alleanza rischia di essere soltanto un cartello elettorale costruito contro qualcuno, non un progetto politico costruito per governare.
Ed è proprio questa la debolezza che il centrosinistra continua a non voler affrontare. Si discute per mesi di primarie, leadership, candidature e formule di coalizione, ma quando arriva il momento di dire cosa fare concretamente, il fronte si spacca. Sull’Ucraina Conte dice no alle armi, Schlein dice sì al sostegno a Kiev. Sul ruolo dell’Europa le posizioni si avvicinano, ma sul modo di arrivare alla pace la distanza rimane profonda. E domani potrebbero essere altre le questioni capaci di far saltare il banco.
Il campo largo, insomma, rischia di diventare una gigantesca operazione di geometria elettorale: tanti partiti messi nella stessa fotografia, ma nessuna vera fotografia del Paese che intendono governare. Prima ancora di chiedere agli italiani di affidargli Palazzo Chigi, Pd e M5S dovrebbero riuscire a spiegare agli italiani quale Italia vogliono governare e quale posto intendono darle nel mondo.
Perché vincere le elezioni sommando voti è una cosa. Governare è un’altra. E sull’Ucraina è già arrivato il primo, imbarazzante avvertimento: il campo largo non è ancora abbastanza largo per contenere tutte le sue contraddizioni.
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