Anno: XXVIII - Numero 172    
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Crisi scongiurata al fotofinish

La maggioranza si ricompatta sulla legge elettorale.

Crisi scongiurata al fotofinish

Al Senato un rinvio dopo l’altro, il voto sulle preferenze slitta al pomeriggio. Il centrodestra si autoconvoca in una girandola di riunioni per sciogliere il nodo tra chi voterebbe volentieri l’emendamento Pd sulle preferenze, FdI, e chi minaccia di far saltare tutto, FI e Lega. Ma alla fine i meloniani rinunciano alla forzatura

Novantanove senatori di maggioranza bocciano l’emendamento del Pd sulle preferenze libere, a favore 68 senatori delle opposizioni. In maggioranza almeno 20 assenze. Giorgia Meloni tiene fede al patto di maggioranza e non risponde alla sfida che Roberto Vannacci di buon mattino le ha lanciato sui social.
Nel giorno in cui la legge elettorale va al voto dell’aula del Senato, l’ex generale ripubblica una vecchia card di Fratelli d’Italia favorevole alle preferenze. “FdI sia coerente, voti le preferenze pure, senza liste bloccate contenute in un emendamento del Pd analogo a quello che noi di Futuro nazionale avevamo presentato alla Camera. Mi appello a tutta la destra e in particolare a FdI: ne va della sua coerenza”, dice l’eurodeputato.
L’inedito asse tra Pd e Vannacci, con il sostegno fattivo di Matteo Renzi, per tutta la mattina rinfocola le divisioni nel centrodestra, dove FdI, da sempre a favore delle preferenze, è oggettivamente tentata dal voto. Di contro Lega e FI sono contrarie. “C’è un patto di maggioranza, che vincola a votare solo i testi presentati dalle forze di centrodestra”, ricorda a tutti Matteo Salvini. A mezzogiorno, quando i lavori d’aula vengono sospesi per due ore e mezza, la situazione è questa: se Meloni insegue Vannacci, spacca la maggioranza. Se tiene compatto il centrodestra, si espone alle critiche del generale.
Per risolvere lo stallo, con il corollario del possibile voto anticipato, la ministra delle riforme Elisabetta Casellati riunisce in una sala accanto all’emiciclo i capigruppo e gli esperti di legge elettorale di FdI, Forza Italia e Lega. Partecipano tra gli altri Giovanni Donzelli, Massimiliano Romeo, Giorgio Bergesio, Stefania Craxi. Ognuno tiene i collegamenti coi dante causa: Giorgia Meloni parla a lungo con Salvini e Tajani. Circola anche l’ipotesi di un vertice di maggioranza nel pomeriggio. Nella testa di ognuno c’è il precedente del 18 luglio scorso, quando il governo è andato sotto proprio sulla questione delle preferenze nella legge elettorale. A differenza della Camera, il voto del Senato è palese. È a tutti chiaro che un eventuale nuovo passo falso del centrodestra aprirebbe la crisi del governo. Questo induce a placare gli animi.

“Fosse per me io voterei a favore, sono da sempre favorevole”, dice ad esempio Alberto Balboni, sottosegretario alle riforme, che tuttavia come i colleghi di partito si assoggetta alla disciplina di coalizione. Passano le ore, ma la riunione di Casellati coi capigruppo non scioglie completamente il nodo. Il governo intanto decide di non fare l’errore di Montecitorio, quando a luglio diede parere favorevole a un emendamento poi impallinato dai franchi tiratori. Questa volta si rimetterà all’aula, lascerà cioè libertà di voto. Ma come voteranno i senatori di Fratelli d’Italia? Numeri alla mano sono loro l’ago della bilancia. Le opposizioni (Pd, M5s, Autonomie, Italia viva, gruppo Misto) pesano per 85 voti. Forza Italia e Lega assommano in totale a 57 senatori. Fratelli d’Italia da sola è formata da 63 senatori. Per impedire alle opposizioni (e a Vannacci) di cantare vittoria, ai Fratelli non basta non votare. Una trentina di senatori devono votare contro l’emendamento dem.

Alla fine sono oltre 40 i senatori dei Fratelli contrari. Votano ‘no’ anche se le opposizioni ricordano in aula le parole di Giorgia Meloni, quando, era il 2014, invitava l’allora maggioranza di centrosinistra a votare a favore delle preferenze. Il senatore centrista, in Transatlantico, commenta deluso: “Speravo che i Fratelli mostrassero un po’ di coraggio. Ma come si dice in Val d’Arno, si sono pisciati sulle scarpe”. Renzi ne ha anche per la premier: “Non ha avuto le palle, doveva dire: voto le preferenze e mi tengo il rosatellum, andate tutti aff…”. Quindi conclude con una rivendicazione: “Vannacci ha cambiato il corso di questa legislatura. Quando lo dicevo, un anno fa, ero da solo”. 

Di Alfonso Raimo su Huffpost

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