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Martedì 19 Maggio 2026 ore 14:00
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Il panico delle toghe davanti alla fine della gogna

Il Fatto e qualche Pm si scagliano contro le linee guida del Consiglio sui rapporti con i giornali, bollate come bavaglio alla libertà di stampa.

Il panico delle toghe davanti alla fine della gogna

Ora il Csm dice basta: nuove regole per evitare la gogna mediatica«Certe trasmissioni possono diventare importanti per indurre la pubblica opinione alla coscienza critica di un problema… Ma appunto, occorre distinguere la cultura del diritto da quella del sospetto, la criminalità comune o la cattiva amministrazione dalla mafia vera e propria. Della quale, in tv, con tutto il rispetto, non si dovrà mai discutere come se fosse il Processo del lunedì». La celebre riflessione di Giovanni Falcone sembra essere sfuggita a chi, come Il Fatto Quotidiano, ha bollato le nuove linee guida del Csm sulla comunicazione istituzionale svelate dal Dubbio, come un “bavaglio” ai magistrati.

Gli argomenti evocati dai critici sono sempre gli stessi: Licio Gelli, tirato in ballo ad ogni parvenza di riforma, il rischio di censura, il richiamo a Falcone e Paolo Borsellino e l’idea che oggi i due magistrati simbolo dell’antimafia finirebbero sotto procedimento disciplinare. A sostenere questa tesi è anche Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Dna ed ex consigliere del Csm: «Il fatto che Giovanni Falcone andasse in tv a rilasciare interviste o addirittura scrivesse libri sulle dichiarazioni di Tommaso Buscetta è stato fondamentale per creare consapevolezza su un fenomeno come Cosa Nostra – ha dichiarato -. Ma con le regole di oggi Falcone e Paolo Borsellino sarebbero sottoposti a procedimento disciplinare e condannati»

Il punto, però, è che le nuove linee guida non dicono questo. Le regole in discussione non vietano le interviste ai magistrati in quanto tali, ma scoraggiano quelle «in esclusiva» e soprattutto quelle aventi ad oggetto «singoli procedimenti o specifiche posizioni processuali», nel tentativo di evitare canali privilegiati tra procure e organi di stampa. Né Falcone scrisse libri sui verbali di Buscetta: il collaboratore di giustizia veniva richiamato nelle sue analisi per spiegare il funzionamento di Cosa Nostra e il ruolo dei pentiti. Allo stesso modo, le apparizioni televisive di Falcone riguardavano il fenomeno mafioso in termini generali, senza anticipazioni investigative o dettagli coperti da segreto. Il vero paradosso storico è un altro: Falcone finì davvero davanti al Csm, ma per accuse opposte rispetto a quelle evocate oggi. Gli si contestava, infatti, di non avere indagato abbastanza sui cosiddetti “delitti eccellenti”. Sia lui sia Borsellino furono, per tutta la loro attività professionale, difensori rigorosi del segreto istruttorio e profondamente diffidenti verso la spettacolarizzazione delle indagini. Una concezione della funzione giudiziaria molto distante dall’attuale esposizione mediatica di parte della magistratura.

Le nuove linee guida del Csm si muovono in una direzione diversa da quella denunciata dai critici: rafforzare la tutela della presunzione di innocenza e limitare gli effetti devastanti che una comunicazione giudiziaria può avere nella dimensione digitale, dove un’informazione provvisoria rischia di trasformarsi in una condanna permanente. La delibera, attesa in plenum, è stata fortemente sostenuta da Unicost. Senza entrare in polemica, il togato Marco Bisogni circoscrive il perimetro delle nuove regole: «La proposta di delibera non fa che attuare il principio generale della presunzione di innocenza, adeguandolo all’impatto permanente che oggi una notizia giudiziaria può avere nella nuova dimensione digitale – spiega al Dubbio -. La protezione reputazionale è quindi una conquista di civiltà, perché mira a evitare che una comunicazione provvisoria si trasformi in una condanna pubblica definitiva. In questa prospettiva si colloca anche il tema della rettifica e dell’aggiornamento, previsto però non in via automatica, ma solo quando l’ufficio abbia già deciso di comunicare un dato e il quadro processuale muti in modo significativo. Non viene limitata la possibilità di informare, ma si chiede alle istituzioni di accompagnare l’informazione con responsabilità anche dopo il primo momento della notizia. Si realizza così un migliore equilibrio tra diritto di cronaca, dignità della persona e credibilità della giurisdizione».

Responsabilità, parola che in nessun modo potrebbe fare rima con bavaglio. Sulla stessa linea Bernadette Nicotra (Magistratura indipendente): «Interveniamo per implementare l’efficacia della performance comunicativa degli uffici in termini di trasparenza, comprensibilità e tempestività. La scelta delle parole incide sulla vita delle persone: per un imputato prosciolto l’assoluzione deve significare piena restituzione della dignità, senza ombre». Secondo Nicotra, i critici non avrebbero colto la ratio di linee guida che si limitano a recepire gli orientamenti della Procura generale della Cassazione e le risoluzioni sovranazionali per una comunicazione omogenea e responsabile.

Più critico Giovanni Zaccaro, segretario di Area: «La pubblicità e la trasparenza sono connotato irrinunciabile del processo penale, in quanto ineliminabili strumenti di controllo democratico sulle modalità di esercizio del potere giudiziario. Unici limiti al principio di pubblicità del processo sono le esigenze di tutela delle indagini e la protezione di dati sensibili delle persone coinvolte nei processi, quando non rilevanti per il procedimento. Oltre questi limiti – ha sottolineato – ogni tentativo di limitare la pubblicità dei processi è da un lato sbagliato perché riduce il controllo democratico sulla magistratura e dall’altro pericoloso perché alimenta il mercato di notizie riservate. Anche noi siamo contrari alla spettacolarizzazione dei processi e al circuito mediatico giudiziario. Ma bisogna accettare il fatto che alcune cose sbagliate si risolvono solo con la cultura, la formazione e la deontologia di magistrati e giornalisti. Mentre i divieti e le punizioni non servono a nulla».

Eppure, l’impressione è che la cultura e la deontologia da sole non siano bastate, in questi anni, a frenare gli abusi della gogna mediatico-giudiziaria. Il testo del Csm non evoca censure, ma tenta di codificare un principio elementare: la giustizia si fa nelle aule di tribunale, non nei talk show. Per evitare, per l’appunto, che i processi continuino a essere trattati come se fossero il Processo del lunedì.

Simona Musco su Il Dubbio

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