Sanità, un contratto che divide le professioni
Le disparità economiche rischiano di indebolire il Servizio sanitario nazionale e la fiducia nella rappresentanza.
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L’ennesimo rinnovo contrattuale del comparto Sanità rischia di trasformarsi in un boomerang per il Servizio sanitario nazionale. Non tanto per le inevitabili polemiche che accompagnano ogni trattativa, quanto per il messaggio che il testo trasmette a migliaia di professionisti: esistono lavoratori di serie A e lavoratori di serie B.
È questo il cuore della dura presa di posizione della Fno Tsrm e Pstrp, che denuncia un contratto capace di consolidare differenze economiche e di trattamento tra professionisti che ogni giorno operano fianco a fianco negli ospedali e nei servizi territoriali. Tecnici sanitari, professionisti della riabilitazione e della prevenzione rappresentano un pilastro del sistema sanitario. Eppure, secondo la Federazione, il loro contributo continua a essere sottovalutato sia sul piano economico sia su quello del riconoscimento professionale.
Il problema non riguarda soltanto le buste paga. Quando un contratto attribuisce pesi diversi a competenze, responsabilità, esposizione ai rischi e carichi di lavoro comparabili, finisce per incrinare quel principio di collaborazione multidisciplinare sul quale si fonda la sanità moderna. In corsia non esistono professioni accessorie: ogni figura contribuisce, con competenze specifiche, alla sicurezza del paziente e alla qualità delle cure.
A rendere ancora più pesante il giudizio della Federazione è il riferimento agli impegni che sarebbero stati assunti durante il confronto con le organizzazioni sindacali e che, secondo la denuncia, non avrebbero trovato concreta traduzione nel testo finale. È un’accusa che va oltre il merito del contratto e investe direttamente il tema della rappresentanza.
La domanda posta dalla Fno Tsrm e Pstrp è destinata ad aprire un dibattito ben più ampio: chi rappresenta realmente le professioni sanitarie nei tavoli negoziali? Se una delle più grandi Federazioni ordinistiche italiane arriva a mettere in discussione l’efficacia dell’azione sindacale, significa che il rapporto tra rappresentanti e rappresentati mostra crepe sempre più evidenti.
Anche la posizione della Federazione merita attenzione. Pur ribadendo di non svolgere funzioni sindacali, annuncia di voler utilizzare ogni strumento consentito per difendere dignità e riconoscimento delle professioni rappresentate. È il segnale che gli Ordini professionali potrebbero assumere un ruolo sempre più incisivo nel dibattito sulle condizioni di lavoro dei propri iscritti, colmando uno spazio lasciato scoperto dalla contrattazione tradizionale.
La vicenda offre infine una lezione politica. Da anni si proclama la necessità di rafforzare il Servizio sanitario nazionale, contrastare la fuga dei professionisti e valorizzare il capitale umano. Ma questi obiettivi non possono essere raggiunti alimentando disparità all’interno delle stesse équipe sanitarie. La coesione non nasce dagli slogan, bensì da regole che riconoscano equamente il valore di tutte le professioni.
Se davvero si vuole rilanciare la sanità pubblica, il primo investimento non può che essere quello nella fiducia. E la fiducia si costruisce con contratti che uniscono, non con accordi che rischiano di dividere chi ogni giorno lavora, con responsabilità diverse ma uguale dignità, al servizio dei cittadini.
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