Il “piano di pace” di Trump è un regalo a Putin e un cappio per l’Europa.
Trump continua a illudersi di poter comprare Putin come si compra un casinò in bancarotta.
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Ma ignora una verità elementare: Mosca non è un asset da rilevare, è una potenza nucleare che gioca una partita sua — e la gioca con Xi. Fingere il contrario significa trasformare l’Ucraina in un pegno sacrificabile e l’Europa in una comparsa.
La domanda allora non è cosa voglia ottenere Trump, ma quanto siamo disposti a farci trascinare nel suo delirio di onnipotenza. Perché mentre lui corteggia Putin, è l’Occidente intero a rischiare di finire fregato.
Il tredicesimo punto della bozza di “pace” voluta da Donald Trump è il più rivelatore: la reintegrazione della Russia nell’economia mondiale, il ritorno nel G8 e perfino un accordo economico a lungo termine con gli Stati Uniti. Non un passaggio marginale, ma il nucleo reale di un piano che risponde quasi esclusivamente alle richieste del Cremlino.
L’idea di fondo è semplice quanto ingenua: usare l’Ucraina come moneta di scambio per strappare Vladimir Putin dall’abbraccio con Xi Jinping, considerato da Trump il vero nemico sistemico degli Stati Uniti. Un “decoupling” geopolitico che molti analisti giudicano irrealistico, se non impossibile.
La Cina, infatti, potrebbe sostituire il petrolio russo con quello del Golfo senza particolari scossoni, mentre Mosca ha oggi un legame strategico con Pechino più solido che mai. Dal 2022 in poi l’asse sino-russo è diventato un pilastro per entrambi: la Russia vende energia a prezzi vantaggiosi, la Cina garantisce tecnologia, mercati e una protezione indiretta contro l’isolamento occidentale. Per Putin, rompere questa alleanza per inseguire la volatilità di Trump non ha alcun senso politico né economico.
A questo si aggiunge un ostacolo che il tycoon finge di ignorare: la resurrezione dell’Europa non passa per Washington. Gli asset russi congelati — oltre 250 miliardi — sono in Europa, non negli Stati Uniti. Senza Bruxelles non si muove foglia, men che meno un piano di ricostruzione dell’Ucraina da 200 miliardi.
Trump, invece, ragiona come in un closing immobiliare: tempi corti, zero diplomazia, nessuna attenzione per gli equilibri multilaterali. Il risultato è una bozza che ignora completamente l’alleanza occidentale e si muove solo nella logica della forza: prendere Putin, sottrarlo a Xi e farne un alleato personale negli incontri tra Grandi.
Nel frattempo, in Europa si balla. Giorgia Meloni, pur provando a mostrarsi garante dell’Ucraina, ammicca apertamente alla linea di Trump: “Ha senso lavorare sulla proposta americana”, ha detto al G20. Più chiaro di così. Come se le sorti di Kyiv fossero una variabile dipendente del rapporto sentimentale tra Washington e Mosca.
In questo quadro, perfino l’attivismo del segretario di Stato Marco Rubio sembra quello di un pompiere costretto a correre dietro alle fiammate del proprio presidente. È lui a dover rassicurare gli ucraini dopo il colpo di mano della Casa Bianca, mentre a Kiev si combatte non solo contro l’invasione russa, ma anche contro la corruzione interna.
Il tutto mentre, negli Stati Uniti, il consenso di Trump sulla gestione economica crolla al 24% secondo Gallup. Eppure, nonostante il malessere interno, il tycoon sembra disposto a sacrificare la credibilità internazionale americana pur di inseguire un’illusione geopolitica: portare Putin via da Xi Jinping come se fosse un affare in svendita.
Il problema è che non è in vendita. E l’unico vero prezzo da pagare, in questo gioco al massacro, lo rischia l’Ucraina.
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