Anno: XXVIII - Numero 5    
Venerdì 9 Gennaio 2026 ore 13:30
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Il Paese non può permettersi un altro rinvio.

Nella conferenza di inizio anno la premier difende le scelte dell’esecutivo, ammette criticità e rilancia priorità per il prossimo anno.

Il Paese non può permettersi un altro rinvio.

Il punto non è l’annuncio, ma il tempo. E sull’equo compenso il tempo, finora, non è stato un alleato del governo. Le parole della presidente del Consiglio alla conferenza di fine anno segnano un passaggio politico rilevante perché, per la prima volta, Giorgia Meloni ammette apertamente le “lungaggini” e fissa una scadenza: febbraio. È una data che vale più di molte dichiarazioni di principio.

L’equo compenso non è una bandiera ideologica né una concessione corporativa. È una misura di civiltà economica che riguarda la qualità del lavoro professionale e, nel caso dell’informazione, la qualità stessa della democrazia. Per questo i ritardi accumulati pesano: perché hanno lasciato scoperto un settore già fragile, segnato da precarietà cronica, asimmetrie di potere e trasformazioni tecnologiche che corrono molto più veloci della politica.

La premier ha ragione quando dice che il giornalismo rischia di non esistere più così come lo conosciamo. Ma proprio per questo le parole, da sole, non bastano più. Le tabelle dell’equo compenso sono il banco di prova della credibilità dell’esecutivo su questo terreno: o arrivano, oppure l’impegno resterà confinato nel perimetro delle buone intenzioni.

C’è un altro elemento che conta. Meloni ha scelto di non contrapporre il tema dei compensi a quello del mercato, provando a tenere insieme sostenibilità economica e tutela del lavoro. È una linea politicamente sensata, ma richiede decisioni chiare e assunzione di responsabilità. Mediazioni infinite e rinvii tecnici non sono più giustificabili.

Febbraio, dunque, non è solo una scadenza amministrativa. È una verifica politica. Se il governo riuscirà a chiudere questa partita, potrà rivendicare di aver messo un punto fermo in una delle distorsioni più gravi del lavoro professionale. In caso contrario, il rischio è che anche l’equo compenso finisca nel lungo elenco delle riforme annunciate e mai davvero realizzate.

 

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