Basta alibi, i furbetti vanno cacciati
Chi guida la sanità deve dare l'esempio: la Cassazione smonta privilegi, giustificazioni e impunità.
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C’è un male che corrode la pubblica amministrazione più della burocrazia, delle carenze di organico e delle risorse insufficienti: l’idea che chi occupa posizioni di potere possa permettersi ciò che agli altri è vietato. È la cultura del privilegio, dell’impunità, delle regole valide solo per i subordinati. La sentenza della Cassazione che conferma le sanzioni disciplinari a un dirigente medico sorpreso tra ritardi sistematici e assenze ingiustificate rappresenta, finalmente, uno schiaffo a questa mentalità.
Il badge non è un pezzo di plastica. È il simbolo di un patto tra lo Stato e i cittadini. Ogni timbratura certifica che chi è pagato con denaro pubblico sta svolgendo il proprio dovere. Alterare questo rapporto con ritardi ripetuti, assenze immotivate o comportamenti superficiali significa tradire la fiducia dei contribuenti e sottrarre credibilità all’intero Servizio sanitario nazionale.
Fa ancora più indignazione che tutto ciò riguardi un dirigente. Chi dirige non gode di immunità morale. Al contrario, deve essere il primo a rispettare le regole che pretende dagli altri. Se il capo arriva tardi, se considera gli obblighi di servizio una formalità, se pensa che la propria posizione lo metta al riparo dalle conseguenze, manda un messaggio devastante a tutta l’organizzazione: le norme sono opzionali e l’autorità coincide con il privilegio.
Per troppi anni il Paese ha assistito a scandali sui cosiddetti “furbetti del badge”, spesso archiviati come episodi folkloristici o liquidati con qualche giorno di clamore mediatico. Ma non c’è nulla di folkloristico quando viene tradito il principio di responsabilità nella sanità pubblica. Ogni minuto sottratto al servizio, ogni assenza ingiustificata, ogni abuso pesa sui colleghi che lavorano con serietà e sui cittadini che attendono visite, esami e cure.
La Cassazione ha avuto il merito di ricordare una verità elementare: la funzione dirigenziale non attribuisce privilegi, ma moltiplica le responsabilità. È un principio che dovrebbe valere in ogni ufficio pubblico, in ogni ospedale, in ogni amministrazione. Chi amministra risorse pubbliche deve essere irreprensibile. Non basta rispettare la legge: bisogna incarnarla.
È tempo di archiviare definitivamente la stagione delle attenuanti automatiche, delle giustificazioni di comodo e delle solidarietà corporative. Difendere l’indifendibile significa umiliare migliaia di medici, infermieri e operatori sanitari che ogni giorno rispettano orari, turni e sacrifici senza cercare scorciatoie. Sono loro il vero volto della sanità italiana, non chi confonde il proprio incarico con una licenza di fare ciò che vuole.
La sentenza della Cassazione è quindi molto più di una decisione disciplinare. È un richiamo severo a una cultura della responsabilità che l’Italia deve ritrovare. Chi indossa un camice, soprattutto se ricopre un ruolo di comando, deve sapere che prestigio e autorevolezza si conquistano con l’esempio, non con il titolo. E chi tradisce questo principio non può invocare comprensione: deve semplicemente risponderne. Perché nel servizio pubblico la tolleranza non è una virtù quando diventa complicità.
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