Affitti brevi “Utili al turismo, non per fare cassa”
Ora che il governo alza le tasse, chi ha trasformato le città in alberghi diffusi si scopre vittima. Ma il turismo non paga affitti, e i trolley non votano.
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Per anni abbiamo applaudito il “turismo diffuso”. Diffuso talmente bene che ha diffuso via pure gli inquilini, gli studenti e chiunque avesse bisogno di una casa. I centri storici si sono svuotati, i residenti espulsi, i supermercati sostituiti da gelaterie “gourmet” e check-in automatici. Ma guai a toccare l’oro di Airbnb: è subito “furto di libertà”.
Ora arriva la Finanziaria, che osa – orrore! – chiedere qualche euro in più di tasse. E i “piccoli proprietari” (quelli con tre appartamenti in centro, ma “è solo un investimento per la pensione”) gridano al complotto di Stato.
“Ci penalizzano!”, urlano. Già, dopo anni in cui hanno fatto concorrenza sleale agli hotel, fatto esplodere gli affitti e contribuito a rendere Milano e Firenze inaccessibili anche per chi ci lavora.
Nel frattempo, i sindacati degli inquilini tirano un sospiro di sollievo, gli albergatori ringraziano, e i politici fingono di scoprire che forse, giusto forse, non si può lasciare il mercato a briglia sciolta.
Che scoperta. Peccato che nel frattempo le città siano diventate parchi tematici per ricchi: Venezia come Disneyland, Roma come Airbnbland.
Gli host dicono che “fanno turismo”. Ma il turismo, quello vero, lo fanno i luoghi vivi, non i condomìni travestiti da resort. Se la casa è solo un bancomat, allora chi ci abita diventa un fastidio, non un cittadino.
E così eccoci al paradosso italiano: chi guadagna da anni su un bene primario ora si presenta come vittima dello Stato “esoso”. Ma tranquilli: fra un po’ torneremo a lamentarci perché i giovani scappano all’estero e i centri storici muoiono. Chissà come mai.
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