Melillo, la conferma si complica
Silenzio e imbarazzo al Csm: si va verso una richiesta di ritorno in Commissione e di una pratica sulla compatibilità ambientale.
La conferma di Giovanni Melillo alla guida della Direzione nazionale antimafia è diventata una questione politica. Dopo l’esposto di Nino Di Matteo, sostituto procuratore a via Giulia, il plenum del Csm si trova davanti a una decisione delicata: confermare o meno il procuratore nazionale, nonostante le contestazioni emerse nelle ultime settimane. Finora, il percorso sembrava segnato. Il consiglio giudiziario della Corte d’appello di Roma aveva espresso un giudizio «pienamente favorevole» e, fino a qualche giorno fa, alla Quinta Commissione di Palazzo Bachelet non risultava «nessun dato ostativo alla conferma». Nella pagina e mezza preparata per il voto si certificavano così le qualità di Melillo, definito dirigente «di sicura competenza ed in possesso di doti organizzative che gli hanno consentito di assicurare funzionalità ed efficienza all’ufficio». Una valutazione che l’esposto di Di Matteo mette ora in discussione. Tanto che più di un consigliere potrebbe chiedere il ritorno della pratica in Commissione, per evitare una conferma al buio che, secondo quanto trapela, rischierebbe di apparire come una via preferenziale riservata a Melillo.
La discussione si annuncia tutt’altro che serena. Da una parte ci sarebbe chi, più vicino a Melillo, considera l’esposto di Di Matteo poco significativo, se non una provocazione a orologeria. Dall’altra chi chiede che le contestazioni vengano approfondite e che sia fatta piena chiarezza prima di procedere alla conferma. Al centro dell’esposto, reso noto dal Fatto quotidiano, ci sono il funzionamento della Dna, il suo modello organizzativo e, soprattutto, il coordinamento delle indagini. Il punto di rottura è la gestione del gruppo stragi, il pool nato per mettere in rete le inchieste sui misteri delle bombe e che, secondo Di Matteo, sarebbe ormai svuotato delle proprie funzioni. Composto da cinque magistrati, avrebbe dovuto raccordare le diverse procure impegnate a ricostruire mandanti, responsabilità e connessioni ancora oscure. Ma, nella ricostruzione del pm siciliano, il gruppo sarebbe rimasto sostanzialmente paralizzato. Un dato, più di altri, restituisce la dimensione del problema denunciato: secondo Di Matteo, nell’intero 2025 il gruppo si sarebbe riunito una sola volta, il 2 aprile. Il magistrato sostiene di aver sollecitato per iscritto una nuova convocazione il 4 giugno e di aver reiterato la richiesta pochi giorni dopo, senza che la riunione venisse organizzata. Emblematico l’incontro con le procure di Caltanissetta e Firenze dell’8 gennaio 2026, al quale non sarebbero stati convocati né Di Matteo né la collega Franca Imbergamo. Alla mancata circolazione delle informazioni si sarebbe aggiunto il mancato aggiornamento delle banche dati riservate, le cosiddette Arca, destinate a raccogliere gli atti delle indagini.
È questa la sostanza della denuncia: una gestione verticistica delle informazioni, che finirebbero per transitare dal capo dell’ufficio ed essere distribuite soltanto a chi viene ritenuto “degno” destinatario. Una conoscenza «a compartimento stagno», secondo Di Matteo, che rischierebbe di compromettere proprio la ragione d’essere del coordinamento nazionale delle indagini: condividere le informazioni e favorire il confronto tra i magistrati impegnati sulle stesse vicende. Nell’esposto, il magistrato siciliano riferisce anche di avere appreso dalla stampa notizie investigative che, a suo giudizio, avrebbero dovuto essergli comunicate all’interno del gruppo. Melillo, almeno pubblicamente, non ha replicato alle contestazioni. In privato, però, il confronto c’è stato: il 20 gennaio, durante una riunione plenaria convocata dopo una nuova richiesta di Di Matteo e Imbergamo, Melillo avrebbe contestato il metodo e i toni della loro iniziativa, parlando di affermazioni «infondate ed erronee» e rivendicando la solidità dei rapporti di collaborazione tra la Dna e le procure distrettuali. Una replica che, nella ricostruzione del magistrato, avrebbe spostato il confronto dalle criticità denunciate alle modalità con cui erano state rappresentate. La contrapposizione, dunque, è ormai esplicita.
L’esposto depositato in Procura generale e trasmesso anche al Csm ha seguito un percorso articolato: dalla Settima Commissione sono passate al Comitato di presidenza, che, a quanto risulta, non le ha inoltrate alla Quinta Commissione – che si riunirà domani mattina – non ritenendola rilevante e di competenza del procuratore generale. Le carte verranno dunque scoperte domani in plenum, dove si vocifera anche di una richiesta di apertura pratica in Prima Commissione per verificare la compatibilità ambientale. A Palazzo Bachelet, per ora, prevale la cautela: nessuno sembra intenzionato a esporsi pubblicamente.
A muoversi subito sul fronte politico è stato il Movimento 5 Stelle, che ha cercato di portare la questione anche in Commissione Antimafia. Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero de Raho, Michele Gubitosa, Luigi Nave e Roberto Scarpinato hanno scritto alla presidente Chiara Colosimo chiedendo «che quanto prima si provveda alle audizioni» dei due magistrati. Per i parlamentari pentastellati, la denuncia ha «una grandissima rilevanza istituzionale» perché segnalerebbe una compromissione della piena funzionalità della Dna nel coordinamento delle indagini sulle stragi del 1992 e del 1993, con possibili ricadute anche sui lavori della Commissione Antimafia. «Se, come denuncia, il magistrato ha appreso dalla stampa e non dal suo ufficio di appartenenza le novità relative alla pista nera, a mafia-appalti e ad altri elementi del lavoro in corso in varie procure, siamo di fronte ad un fatto di allarmante gravità», scrivono.
Il tema si intreccia con lo scontro che da tempo oppone il M5S alla presidente Colosimo sulle ragioni delle stragi del 1992-93. Da qui anche l’accusa di «cose preoccupanti e oscure» e la richiesta che l’Antimafia «arresti la sua corsa verso l’oblio», partendo proprio dalle audizioni di Di Matteo e Melillo. A stretto giro è arrivata anche la presa di posizione dei familiari delle vittime delle stragi, già «preoccupati» per il modus operandi della Commissione. Nessuna voce, invece, si è levata pubblicamente in difesa di Melillo. La sua conferma, ora, non è più una formalità. E il silenzio intorno alle accuse di Di Matteo rischia di pesare quanto l’esposto stesso.
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