Anno: XXVIII - Numero 210    
Mercoledì 4 Novembre 2026 ore 13:30
Resta aggiornato:

Home » Pensioni, il furto continua: il Governo tradisce chi ha lavorato

Pensioni, il furto continua: il Governo tradisce chi ha lavorato

C'è un punto oltre il quale il risparmio pubblico diventa un abuso di fiducia.

Pensioni, il furto continua: il Governo tradisce chi ha lavorato

Il governo, con la manovra di bilancio per il 2027, sembra intenzionato a superarlo ancora una volta, mettendo le mani nelle tasche dei pensionati. Non si tratta di un intervento tecnico, di un aggiustamento contabile o di una necessità temporanea imposta dai numeri. Si tratta dell’ennesima riduzione del potere d’acquisto di chi ha lavorato una vita, versato contributi e maturato un diritto che dovrebbe essere tutelato, non trattato come una variabile di bilancio da correggere a ogni legge finanziaria.

L’articolo 55 del disegno di legge di bilancio ripropone un meccanismo che dovrebbe essere ormai archiviato: ridurre la rivalutazione delle pensioni in relazione all’importo complessivo dell’assegno, anziché applicare le percentuali alle singole fasce secondo il sistema ordinario. Sopra i 2.447,40 euro lordi mensili, la rivalutazione comincia a essere decurtata. E più l’assegno cresce, più l’adeguamento all’inflazione viene impoverito. Il risultato è semplice: il pensionato perde una parte dell’aumento che dovrebbe compensare l’aumento del costo della vita.

È qui che cade ogni giustificazione di natura solidaristica. Perché una cosa è chiedere un contributo temporaneo a chi dispone di redditi più elevati, un’altra è trasformare la mancata rivalutazione in uno strumento ordinario di finanziamento della spesa pubblica. La pensione non è un regalo dello Stato. È il risultato di una vita di lavoro e di contribuzione. E l’indicizzazione non è un premio, ma una garanzia minima contro l’erosione monetaria. Se i prezzi salgono, l’assegno deve adeguarsi. Altrimenti la pensione nominalmente resta la stessa, ma il suo valore reale diminuisce.

La questione più grave è proprio la normalizzazione dell’eccezione. Quello che viene presentato come un sacrificio limitato nel tempo si ripresenta puntualmente a ogni manovra. Il transitorio diventa permanente, l’emergenza diventa metodo, la deroga diventa regola. E ogni volta si riparte da zero, come se le decurtazioni degli anni precedenti non fossero mai esistite. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 19, ha ritenuto non irragionevole il meccanismo allora sottoposto al suo esame, ma ha anche richiamato il legislatore alla necessità di tenere conto, nelle future manovre, delle perdite già subite dai pensionati. Un richiamo che non può essere trasformato in una licenza a ripetere indefinitamente lo stesso intervento.

C’è poi un elemento che rende ancora più discutibile l’operazione: la relazione tecnica, secondo i dati riportati nel testo sottoposto all’esame parlamentare, utilizza un’ipotesi di svalutazione del 2,8 per cento, mentre viene denunciato un tasso già arrivato al 5,4 per cento. Se questa discrepanza sarà confermata, il problema non sarà soltanto politico, ma anche di attendibilità delle valutazioni economiche sulle quali si fonda la misura. Non si può chiedere ai pensionati di pagare il conto e, contemporaneamente, sottostimare il peso dell’inflazione che quel conto dovrebbe compensare.

Ma la manovra non si ferma qui. L’articolo 56 apre un altro fronte, quello di Cassa Forense. Dopo anni di controversie e numerose pronunce della Cassazione, il legislatore interviene sulla rivalutazione dei trattamenti degli avvocati, introducendo una disciplina che impone la riliquidazione delle prestazioni pregresse nei limiti della prescrizione decennale. È una vicenda che avrebbe richiesto ben altra capacità di governo e soprattutto una gestione tempestiva da parte della Cassa.

La questione della prescrizione resta delicata. La Cassazione ha ricondotto alla prescrizione ordinaria decennale le domande di ricalcolo di trattamenti già riconosciuti, quando la contestazione riguarda errori nella determinazione dell’importo. Una lettura che merita un confronto giuridico approfondito, perché investe il confine tra imprescrittibilità del diritto alla pensione e prescrizione dei crediti relativi alla sua corretta quantificazione. Ma una cosa è certa: la norma non cancella automaticamente il problema. Il rischio di nuovi contenziosi resta concreto.

Cassa Forense avrebbe potuto affrontare prima questa vicenda, cercando una soluzione transattiva delle posizioni controverse, come era stato suggerito. Non averlo fatto ha contribuito a trascinare la questione fino all’intervento legislativo. Ora saranno gli iscritti e i pensionati a dover fare i conti con le conseguenze di una gestione che avrebbe meritato maggiore lungimiranza.

Ancora più preoccupante è la prospettiva per le pensioni con decorrenza dal 2027. L’articolo 56 introduce nuove aliquote di rendimento, mentre dal 2025 è già intervenuto il passaggio al sistema di calcolo contributivo. Il risultato prospettato è una doppia penalizzazione: da una parte il nuovo criterio di calcolo, dall’altra la riduzione delle aliquote di rendimento. Per gli avvocati che andranno in pensione nei prossimi anni, il rischio è di ritrovarsi con prestazioni ulteriormente ridimensionate.

È un problema che riguarda la credibilità stessa della previdenza professionale. Le Casse non possono essere chiamate a garantire sostenibilità finanziaria scaricando sistematicamente il costo delle riforme sugli iscritti e sui pensionati. La sostenibilità è indispensabile, ma non può diventare una formula magica per giustificare ogni riduzione delle prestazioni. E soprattutto non può essere perseguita attraverso interventi che cambiano continuamente le regole del gioco.

Il messaggio che arriva da questa manovra è inquietante: chi è già in pensione deve rinunciare a una parte della rivalutazione; chi deve ancora andarci rischia di ricevere un assegno più basso; chi ha maturato il diritto a una corretta liquidazione deve affrontare nuovi ostacoli e possibili contenziosi. In altre parole, il conto viene presentato sempre agli stessi.

I pensionati non sono un bancomat pubblico. E gli avvocati non possono diventare il terreno sul quale sperimentare nuove decurtazioni previdenziali. Il Parlamento ha ancora il tempo e il dovere di intervenire. Non basta approvare una manovra e invocare i vincoli di bilancio. Occorre spiegare perché chi ha già pagato per decenni debba continuare a pagare anche dopo aver smesso di lavorare.

La previdenza non è una concessione del governo di turno. È un patto tra cittadini e Stato. E quando lo Stato modifica continuamente le condizioni di quel patto a danno di chi ha versato i contributi, non sta semplicemente facendo cassa: sta consumando la fiducia sulla quale si regge l’intero sistema previdenziale.

 

© Riproduzione riservata

Iscriviti alla newsletter!Ricevi gli aggiornamenti settimanali delle notizie più importanti tra cui: articoli, video, eventi, corsi di formazione e libri inerenti la tua professione.

ISCRIVITI

Altre Notizie della sezione

Pensioni, il tradimento di Meloni

Pensioni, il tradimento di Meloni

04 Novembre 2026

Le promesse di Fratelli d’Italia si scontrano con la realtà della manovra. E il programma del 2022 parlava chiaro.

La Cgil sbaglia bersaglio

La Cgil sbaglia bersaglio

30 Ottobre 2026

Il sindacato mette autonomi e dipendenti l'uno contro l'altro, ma il governo non può ignorare le distorsioni del sistema.

Archivio sezione

Commenti


×

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.