Anno: XXVIII - Numero 210    
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La sanità affonda, il governo conta i miliardi

Il governo rivendica 146,3 miliardi, ma medici e sindacati denunciano assunzioni insufficienti, stipendi inadeguati e servizi senza personale.

La sanità affonda, il governo conta i miliardi

146,3 miliardi sulla carta. Ma negli ospedali continuano a mancare medici e infermieri, le liste d’attesa non si accorciano e milioni di italiani sono costretti a rinunciare alle cure. È il grande paradosso della manovra 2027: il governo celebra lo stanziamento record per la sanità, mentre chi lavora nel Servizio sanitario nazionale denuncia una crisi che quei soldi, almeno per ora, non sembrano in grado di fermare. La bocciatura arriva da più fronti: medici ospedalieri, medici di famiglia, dirigenti sanitari e rappresentanza ordinistica. Sigle diverse, una stessa accusa: non basta mettere risorse a bilancio se poi non si finanziano le assunzioni, non si valorizza il personale e non si restituisce efficienza alla sanità pubblica.

È qui che la narrazione della manovra 2027 si scontra con la realtà. Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, ricorda che le Regioni avevano chiesto 18 miliardi aggiuntivi in tre anni e che per il 2027 ne arrivano 3,4. Risorse che, secondo la sua valutazione, serviranno soprattutto a coprire l’aumento dei costi energetici, lasciando senza risposte adeguate assunzioni, retribuzioni e liste d’attesa. Antonio Magi pone una questione ancora più concreta: il Pnrr può finanziare edifici, macchinari e tecnologie, ma non può far comparire medici e infermieri dove non ci sono. Le Case e gli Ospedali di comunità rischiano così di diventare strutture nuove con una vecchia emergenza: la mancanza di personale.

Non è una protesta isolata e non è neppure una rivendicazione corporativa. Anaao, Cimo-Fesmed, Fimmg e Fassid, pur partendo da esigenze diverse, descrivono la stessa crisi. I medici ospedalieri chiedono organici adeguati e retribuzioni capaci di trattenere i professionisti nel servizio pubblico. I medici di famiglia denunciano carichi di lavoro crescenti e chiedono una programmazione che tenga conto dei pensionamenti e del ricambio generazionale. I dirigenti sanitari reclamano risorse per la specificità professionale, mentre la medicina territoriale continua a fare i conti con una carenza di personale che rischia di svuotare gli obiettivi della riforma.

Il dato più inquietante riguarda i cittadini. Nel 2025 oltre 5,6 milioni di italiani hanno rinunciato almeno a una visita o a un accertamento necessario. Non è una statistica qualsiasi: è la misura di un diritto che, almeno per una parte della popolazione, diventa sempre più difficile da esercitare. Quando il servizio pubblico non riesce a garantire tempi ragionevoli, chi può permetterselo paga; chi non può, rinuncia. E così le liste d’attesa non sono soltanto un problema organizzativo: diventano un moltiplicatore di disuguaglianze.

Il governo rivendica lo stanziamento record. Ma il record, da solo, non cura nessuno. Bisogna capire quanto denaro sia realmente aggiuntivo, come venga distribuito, quali obiettivi finanzi e soprattutto se sia sufficiente a sostenere il costo del personale. Perché finanziare una struttura senza garantirle chi ci lavora significa costruire una promessa senza renderla esigibile. E aumentare le risorse senza affrontare la fuga dei professionisti dal pubblico rischia di lasciare intatti i problemi che si dichiara di voler risolvere.

C’è poi una contraddizione politica che merita attenzione. Il 7 ottobre è stata firmata la pre-intesa per il rinnovo del contratto dell’Area Sanità 2025-2027, con aumenti fino a 560 euro mensili. Un risultato importante, ma che non cancella la questione più ampia della valorizzazione economica e professionale di chi tiene in piedi il sistema. I contratti sono necessari, ma non bastano se non vengono accompagnati da una politica di assunzioni, da condizioni di lavoro sostenibili e da una strategia per rendere nuovamente attrattivo il Servizio sanitario nazionale.

Adesso la parola passa al Parlamento. Le organizzazioni chiedono emendamenti e correttivi, e il confronto sulla legge di Bilancio sarà il banco di prova della volontà politica di intervenire. Anche le risorse per le persone fragili possono rappresentare un segnale positivo, ma dovranno tradursi in strumenti effettivi per garantire le cure a chi non può permettersi di aspettare o pagare privatamente.

La questione, in fondo, è semplice: vogliamo una sanità pubblica che esista nei bilanci dello Stato o una sanità pubblica che funzioni nella vita delle persone? Perché i miliardi annunciati possono fare titolo, ma sono i medici e gli infermieri a fare la differenza tra un diritto scritto sulla carta e una cura ricevuta in tempo. E se il governo non comprende questa distinzione, potrà continuare a parlare di stanziamenti storici, mentre il Servizio sanitario nazionale continuerà a perdere pezzi. La vera emergenza non è soltanto quanto si spende. È ciò che, nonostante la spesa, non si riesce più a garantire.

 

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