Siher, il manuale della disobbedienza anti-Meloni
Nel computer sequestrato il manuale contro il Governo con istruzioni per le proteste. La Procura indaga sui social e sui possibili contatti con Hannoun.
In evidenza
C’è un documento intitolato Rivoluzione, istruzioni per l’uso al centro dell’inchiesta milanese su Youssef Siher, il trentenne indicato dagli investigatori come uno degli amministratori dei canali social del Movimento 17 ottobre. Un manuale sulla disobbedienza civile contro il governo di Giorgia Meloni, che, secondo la ricostruzione contenuta negli atti investigativi, conterrebbe non soltanto indicazioni per organizzare le mobilitazioni, ma anche istruzioni relative alla gestione degli scontri con le forze dell’ordine. È da questo materiale, insieme ai messaggi diffusi attraverso Telegram e Instagram, che prende forma uno dei filoni più delicati dell’indagine sui disordini che hanno accompagnato le recenti manifestazioni. La Procura di Milano contesta al giovane ipotesi di reato gravi, tra cui l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. Accuse che dovranno essere dimostrate nel corso del procedimento e che, allo stato, non equivalgono a responsabilità accertate.
Il documento sarebbe stato rinvenuto nel notebook sequestrato a Siher e presenterebbe analogie con un testo circolato sul canale Telegram del movimento. Secondo gli inquirenti, il manuale sarebbe ispirato, almeno in parte, alle esperienze della rivoluzione egiziana del 2011 e avrebbe l’obiettivo dichiarato di spiegare come costruire una mobilitazione collettiva contro l’esecutivo e le sue politiche. Le finalità indicate sarebbero tre: manifestare il dissenso, ampliare il numero dei partecipanti e proteggere chi prende parte alle iniziative. È proprio il contenuto delle istruzioni, tuttavia, a costituire l’oggetto degli approfondimenti investigativi, perché accanto alle indicazioni sull’organizzazione della protesta comparirebbero riferimenti a comportamenti potenzialmente conflittuali con le forze di sicurezza.
Il manuale descriverebbe un percorso che parte da piccoli gruppi di amici, conoscenti e compagni, destinati progressivamente ad allargarsi attraverso il coinvolgimento di altre persone e degli abitanti delle zone interessate dalle manifestazioni. Seguono indicazioni sulla preparazione dei partecipanti, sull’abbigliamento e sui materiali da portare durante i cortei. Tra gli oggetti menzionati figurerebbero acqua e kit di primo soccorso, ma anche dispositivi che, nella lettura investigativa, potrebbero essere funzionali alla gestione degli scontri. Gli accertamenti dovranno chiarire se queste indicazioni fossero finalizzate alla protezione dei manifestanti durante situazioni di rischio oppure se, considerate nel loro insieme, fossero destinate a favorire condotte violente o intimidatorie.
Le illustrazioni contenute nel documento rappresenterebbero persone con cappucci, occhiali protettivi, kefiah e guanti, presentati come strumenti per affrontare i lacrimogeni e proteggersi durante i disordini. Altre immagini mostrerebbero scudi e vernice spray, con riferimenti all’ostacolo della visibilità dei mezzi blindati e delle telecamere di sorveglianza. Uno dei passaggi più controversi riguarderebbe proprio i lacrimogeni: secondo le ricostruzioni disponibili, il testo suggerirebbe di raccogliere quelli lanciati verso la folla e rilanciarli contro le forze dell’ordine. Altre parti sarebbero dedicate al superamento degli sbarramenti, al coordinamento dei movimenti del corteo e alla ripetizione di slogan semplici per mantenere compatto il gruppo.
È la combinazione di questi elementi a rendere il documento centrale per gli investigatori. Una guida alla protesta può contenere indicazioni sulla sicurezza personale e sull’organizzazione collettiva senza per questo configurare automaticamente un illecito. Diverso sarebbe il quadro qualora emergessero istruzioni dirette a promuovere aggressioni, intimidazioni o altre condotte penalmente rilevanti. Per stabilirlo, la Procura dovrà ricostruire la provenienza del file, individuare chi lo abbia redatto o modificato e verificare come sia stato diffuso e se abbia avuto un rapporto concreto con le manifestazioni. La presenza del documento nel computer sequestrato, da sola, non risolve queste questioni.
L’attenzione degli investigatori si concentra anche sull’attività digitale attribuita a Siher. Il trentenne sarebbe stato individuato come amministratore delle pagine Instagram e Telegram utilizzate dal Movimento 17 ottobre per promuovere le iniziative di piazza. Attraverso questi canali sarebbero stati diffusi appelli alla partecipazione e messaggi dai toni progressivamente più radicali. Tra le frasi attribuite alla comunicazione del gruppo compare: «Non ci hanno fermato con le leggi. Non ci fermeremo con i blindati». Un’espressione che gli inquirenti intendono valutare nel contesto complessivo delle pubblicazioni, per comprendere se si trattasse di una formula di protesta politica oppure di un messaggio con una portata ulteriore, collegato a condotte violente.
La contestazione della finalità terroristica rappresenta il passaggio più delicato dell’inchiesta. Nel provvedimento della Procura viene evocato il rischio di una mobilitazione capace di determinare uno stato di «intimidazione della popolazione». È un’impostazione accusatoria che richiede riscontri specifici e una verifica rigorosa degli elementi previsti dalla legge. Il carattere radicale di un messaggio, l’opposizione a un governo o la presenza di un manuale sulla disobbedienza civile non bastano, isolatamente, a dimostrare la sussistenza della finalità terroristica. Sarà necessario accertare il significato delle comunicazioni, le condotte concretamente promosse e l’eventuale collegamento tra le istruzioni diffuse e fatti penalmente rilevanti.
Un altro elemento da chiarire riguarda il funzionamento della rete che avrebbe gestito i canali del movimento. Gli investigatori stanno esaminando computer, telefoni e conversazioni per ricostruire le date di creazione dei documenti, le modalità di pubblicazione dei messaggi e i rapporti tra i diversi amministratori. Le chat potrebbero contribuire a stabilire se i contenuti fossero frutto dell’iniziativa di una singola persona oppure il risultato di un’attività coordinata. Anche la disponibilità effettiva degli account e l’identificazione di chi impartiva indicazioni operative costituiscono passaggi essenziali per attribuire eventuali responsabilità individuali.
Nell’indagine risulta coinvolta anche la moglie di Siher, mediatrice culturale, alla quale sarebbero contestate le medesime ipotesi di reato. Secondo l’impostazione investigativa, anche lei avrebbe avuto un ruolo nella gestione delle comunicazioni sui social. La sua posizione dovrà essere valutata autonomamente, verificando quali attività le siano concretamente attribuibili e quali elementi documentali sostengano le contestazioni. La presenza di più indagati non dimostra, di per sé, l’esistenza di una struttura organizzata con responsabilità condivise.
Il caso milanese si intreccia inoltre con un secondo filone di verifiche avviato dalla Procura di Genova. Gli inquirenti liguri intendono accertare se siano mai esistiti contatti o collegamenti tra Siher e il gruppo riconducibile, secondo l’accusa, a Mohammad Hannoun, architetto palestinese residente nell’area genovese e indicato dagli investigatori come referente di Hamas in Italia. Hannoun è stato arrestato il 27 dicembre scorso insieme ad altre persone, nell’ambito di un’inchiesta relativa alla raccolta di fondi che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero stati destinati ad Hamas attraverso organizzazioni presentate come impegnate nella solidarietà con la popolazione palestinese.
La Procura di Genova, guidata da Nicola Piacente, vuole verificare se l’attività politica a favore della causa palestinese portata avanti da Siher abbia mai incrociato quella del gruppo di Hannoun. Nell’ambito dell’inchiesta genovese che ha condotto agli arresti, coordinata dal procuratore aggiunto Marco Zocco e dal sostituto Luca Monteverde, il nome del trentenne bresciano non comparirebbe nel fascicolo, secondo le informazioni disponibili. Non sarebbero inoltre pervenute segnalazioni specifiche a suo carico agli uffici liguri. Le verifiche sarebbero state avviate d’iniziativa, sulla base delle possibili affinità tra gli ambienti impegnati nella mobilitazione per la Palestina. Un punto, questo, che richiede particolare cautela: la condivisione di una causa politica non dimostra l’esistenza di rapporti illeciti, né consente di attribuire responsabilità penali senza riscontri concreti.
Siher risiede a Mazzano, in provincia di Brescia, dove sono stati perquisiti anche i genitori, di nazionalità marocchina. La sua posizione è al vaglio degli investigatori milanesi, che devono definire il ruolo effettivamente svolto nella gestione delle piattaforme digitali e nella diffusione dei contenuti contestati. Le ricostruzioni investigative riferiscono inoltre che le pagine del Movimento 17 ottobre avrebbero dovuto diffondere, nel primo pomeriggio di sabato, luoghi e orari di ritrovo delle manifestazioni in diverse città, compresa Genova. La mancata pubblicazione delle indicazioni potrebbe essere collegata alle perquisizioni già in corso, ma anche questo aspetto dovrà essere verificato.
Sul fronte delle mobilitazioni, negli ambienti vicini ai cortei viene sostenuto che il Movimento 17 ottobre sia nato dopo i disordini di due fine settimana prima e che non abbia avuto un ruolo di coordinamento negli scontri e nei saccheggi di negozi a Milano. È una ricostruzione che gli investigatori dovranno confrontare con la cronologia delle comunicazioni, le date di creazione dei canali e le iniziative effettivamente organizzate. Il nodo è stabilire quando il movimento abbia iniziato a operare, quale funzione abbia svolto e se vi siano elementi che lo colleghino a episodi specifici di violenza.
Prima che il suo nome emergesse nell’inchiesta, Siher aveva costruito un profilo pubblico tra giornalismo, ricerca e attività associativa. In un video pubblicato nel 2023 sul canale YouTube Medio Oriente e dintorni si presentava come giornalista freelance e dichiarava di aver scritto per Il Fatto Quotidiano. L’intervento era dedicato all’iftar, il pasto serale che interrompe il digiuno durante il Ramadan, e alle iniziative organizzate per la comunità musulmana di Milano. Nel filmato veniva presentato come organizzatore del primo iftar pubblico milanese, un appuntamento concepito per portare la celebrazione al di fuori degli spazi tradizionali della comunità e favorire la partecipazione pubblica.
Nel medesimo intervento raccontava il proprio percorso universitario, con una laurea in Comunicazione e un master in Scienze politiche conseguiti all’Università degli Studi di Milano. Tra i suoi interessi di ricerca figuravano le ideologie politiche islamiche del Novecento, i rapporti tra Islam e nazionalismo arabo e i movimenti islamici in Marocco, con particolare attenzione alle relazioni con il potere monarchico. Un percorso intellettuale e professionale che si sviluppava tra informazione, studio dei fenomeni politici del mondo arabo e iniziative rivolte alla comunità musulmana.
Nel 2018, secondo quanto dichiarato dallo stesso Siher, era stato socio fondatore e primo presidente effettivo dell’associazione degli studenti musulmani della Statale di Milano. L’obiettivo era dare rappresentanza agli studenti musulmani all’interno dell’ateneo e promuovere il riconoscimento delle loro esigenze. Il progetto avrebbe dovuto estendersi ad altre università italiane, attraverso la costituzione di associazioni analoghe e la creazione di una struttura nazionale capace di dialogare con le istituzioni. Lo stesso Siher aveva raccontato le difficoltà incontrate nel consolidare l’iniziativa, tra impegni universitari, lavoro e problemi organizzativi.
Queste esperienze contribuiscono a ricostruire il profilo pubblico del trentenne, ma non costituiscono una prova delle accuse. L’attività giornalistica, gli studi sull’Islam politico e l’impegno associativo appartengono a un ambito distinto dalle condotte che la Procura intende accertare. Anche le informazioni sulle origini familiari sono state riportate in modo discordante da diverse ricostruzioni giornalistiche: alcune hanno parlato di origini palestinesi, altre di origini marocchine. In assenza di elementi univoci, il dato non può essere assunto come certo e, in ogni caso, non ha valore probatorio rispetto alle ipotesi di reato.
L’inchiesta si trova dunque davanti a una serie di questioni che dovranno essere risolte attraverso l’esame dei documenti e delle comunicazioni acquisite. Occorrerà stabilire chi abbia scritto il manuale, se il file rinvenuto nel notebook coincida con quello circolato su Telegram, chi lo abbia diffuso e quale rapporto abbia avuto con l’organizzazione delle manifestazioni. Parallelamente, gli investigatori dovranno verificare la natura dei messaggi attribuiti al movimento, l’eventuale coordinamento tra i suoi amministratori e la presenza di collegamenti concreti con gli ambienti oggetto dell’indagine genovese.
Il manuale Rivoluzione, istruzioni per l’uso è destinato a rimanere uno degli elementi centrali del caso, ma non rappresenta da solo la conclusione dell’inchiesta. La sua rilevanza giudiziaria dipenderà dal contenuto integrale, dal contesto in cui è stato elaborato e diffuso e dagli eventuali riscontri con le condotte contestate. La Procura dovrà dimostrare il collegamento tra il documento, l’attività del Movimento 17 ottobre e le responsabilità individuali degli indagati, oltre agli elementi necessari a sostenere l’aggravante della finalità terroristica. È su questo terreno che si giocherà la partita giudiziaria: non sulle frequentazioni, sulle origini familiari o sugli interessi personali di Siher, ma sulla prova delle condotte che gli vengono attribuite. Fino a quando tale verifica non sarà completata, le accuse resteranno ipotesi investigative e la responsabilità degli indagati non potrà essere considerata accertata.
Altre Notizie della sezione
Avvisate Elly: Salis vuole federare tutto il centrosinistra
23 Ottobre 2026La sindaca di Genova non si candida, ma detta la linea al campo largo: primarie, Renzi dentro e conquista del centro.
Sabato ad alta tensione, l’Italia si blinda
22 Ottobre 2026Appelli social in decine di città, Milano schiera 500 militari in più. Allerta per nuove proteste dei giovanissimi.
È in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico
21 Ottobre 2026Il Gup Francesco Felici: “È in atto un progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico. Sui social invito a una mobilitazione permanente”.
