Anno: XXVIII - Numero 203    
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Salvare lo stato sociale

È stato il tema del Festival dell’economia di Torino che si è concluso il 25 ottobre 2026.

Salvare lo stato sociale

Il Direttore scientifico del Festival, prof. Tito Boeri, ha introdotto i lavori in questo modo:

“Il welfare state è un carattere distintivo dell’identità europea. Molto diverso da paese a paese, ma con tratti e obiettivi comuni: l’idea di offrire protezione contro rischi per lo più non coperti dalle assicurazioni private, ridurre la povertà e contenere le disuguaglianze senza però scoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro. Ci viene invidiato da tutto il mondo perché offre benessere e rafforza la coesione sociale.

Dietro all’antieuropeismo della nuova amministrazione USA, si legge anche l’invidia per il welfare state europeo, costruito mentre gli Stati Uniti ci difendevano sul piano militare. Oggi, oltre a chiedere allo stato sociale di proteggerci, dobbiamo noi stessi proteggerlo perché ha di fronte a sé numerose sfide da cui potrebbe uscire fortemente ridimensionato.

Vediamo le principali.

La transizione demografica sta erodendo la base fiscale dello stato sociale, facendo lievitare la spesa sanitaria, riducendo la dimensione delle coorti che entrano ogni anno nel mercato del lavoro e aumentando il novero di coloro che vivono dei trasferimenti di chi lavora. Il declino dei tassi di fecondità, in particolare, mina alle basi i sistemi di ripartizione che sono alle fondamenta dei regimi pensionistici.

La globalizzazione spinge verso gare al ribasso nella fornitura di assistenza ai più poveri. Le grandi catene mondiali del valore rendono possibile alle imprese abbassare di fatto non solo i livelli retributivi, ma anche le coperture assicurative. Manca un coordinamento tra paesi nel garantire livelli minimi delle prestazioni sociali. Ma questo richiederebbe un nuovo multilateralismo nell’epoca dei blocchi contrapposti e dell’uso della legge del più forte.

L’immigrazione riduce il supporto popolare allo stato sociale perché si teme che i trasferimenti sociali che questo concede – compreso l’accesso a case a prezzi convenzionati – vadano principalmente ai nuovi arrivati. Spesso questo non accade, ma le percezioni diffuse sull’immigrazione, e soprattutto sul peso fiscale di chi chiede asilo, sono quelle di persone che vivono dei trasferimenti sociali.

Il cambiamento climatico comporta nuovi rischi e richiede nuove assicurazioni non sempre delegabili al settore privato, sottraendo risorse ad altre assicurazioni sociali. Al tempo stesso la riconversione energetica, la transizione verde, comportano distruzioni di posti di lavoro, disagio e disoccupazione per fasce non limitate della popolazione, finendo così a carico di un sistema di protezione sociale già sotto stress.

Da ultimo la crescita degli scenari di guerra impone ai paesi del welfare state di provvedere alla propria difesa con maggiori spese militari. Sono inevitabili per tutelare le vite umane, ma sottraggono anch’esse preziose risorse alla spesa sociale. Si producono così più armi e meno tutele per i più deboli.

Cosa si può fare per proteggere quella che è stata una grande conquista del XX Secolo? Molte le traiettorie di riforma passate al setaccio dalla ricerca scientifica in questi anni. Si scontrano con forti opposizioni politiche soprattutto nell’era del populismo. Di qui la necessità di trovare anche nuovi strumenti per conquistare alla causa l’opinione pubblica, e trovare forme di compensazione per coloro che temporaneamente vengono danneggiati da queste trasformazioni. Devono anche adattarsi le strategie delle grandi organizzazioni collettive che storicamente hanno sostenuto il welfare state, a partire dal ruolo dei sindacati.

Le sfide all’orizzonte rendono anche inevitabile un maggiore coinvolgimento del settore privato. Non solo perché alcune imprese oggi hanno giri d’affari superiori al reddito nazionale di interi paesi, ma anche perché è stata in gran parte tradita la promessa fatta nel 2019 dalla Business Roundtable. L’associazione che raccoglie gli amministratori delegati delle più grandi imprese statunitensi, si era impegnata a ridefinire l’obiettivo delle aziende per includere la “creazione di valore a lungo termine per tutti gli stakeholder”, sottolineando l’importanza di farsi carico di interessi più generali di quelli dei propri azionisti e in grado di conciliare moralità, impegno sociale e profitti. La realtà, soprattutto nell’ultimo anno, è stata ben diversa.

Il welfare state non potrà comunque che continuare a essere gestito in parte preponderante dal settore pubblico. Paradossalmente oggi il ritorno del protagonismo dello stato in economia sta sottraendo risorse allo stato sociale. É un protagonismo fatto di politiche protezionistiche, di obiettivi di politica industriale, di interessi geopolitici e di ambizioni di potere, piuttosto che basato sulla ricerca di sempre migliori servizi ai cittadini.

Per salvare lo stato sociale avremo perciò bisogno di riformarlo beneficiando dei tanti esperimenti naturali portati a termine in questi anni in tutto il mondo. Gli scienziati sociali che si troveranno anche quest’anno a Torino per il Festival Internazionale dell’Economia hanno gli strumenti per far parlare questi esperimenti, per permetterci di imparare dai successi come dagli errori.”

Nel corso del Festival è intervenuto il prof. Luigi Zingales, professore di finanza alla University off Chicago, per il quale “lo stato sociale sta divorando i suoi figli. Bisogna tassare i boomer e gli algoritmi”.

Per il prof. Zingales, l’Italia destina risorse per la disoccupazione, disabilità e contrasto alla povertà, relativamente contenute nel senso che il welfare state italiano non assicura contro i rischi.

È un sistema, quello italiano, fatto per pagare pensioni.

Secondo i calcoli presentati dall’economista, chi andava in pensione nel 1995 riceveva il doppio dei contributi versati; per le generazioni successive il rapporto si è progressivamente ridotto fino al 65%.

Ma questo sistema prevede 50.000 euro di interessi sul debito pubblico a carico dei cittadini e altri 140.000 di squilibrio previdenziale che graverebbero sulle giovani generazioni.

Per correggere questa disparità il prof. Zingales suggerisce di intervenire sulla trasmissione della ricchezza, non con una patrimoniale ma con un’imposta sulle successioni dei baby boomer per ridurre i contributi a carico delle nuove generazioni.

Ogni anno, secondo i dati richiamati dall’economista, vengono trasferiti in eredità circa 250.000 miliardi di euro e con un’imposta temporanea del 15% si potrebbero ridurre del 60% i contributi sociali dei giovani tra i 20 e 29 anni.

Della materia si è occupato anche il prof. Alberto Brambilla in www.itinerariprevidenziali.it che propone, invece, questa soluzione:

“L’ultimo Osservatorio Itinerari Previdenziali, presentato al CNEL nel corso delle celebrazioni per l’80 anniversario CIDA, evidenzia l’insostenibilità del sogno italico di un welfare generoso, finanziato però con il contributo di pochi: quasi la metà degli italiani non ha redditi e quindi vive di fatto “a carico” di altri cittadini, e in particolare di quel 18,78% di contribuenti che dichiara redditi dai 35mila euro in su, corrispondendo da solo circa il 65% di tutta l’IRPEF. Dati che non si spiegano con la sola evasione ma che affondano le loro radici in anni di politiche assistenzialiste e incentivi impliciti al non lavoro

Il totale dei redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025 ai fini IRPEF è ammontato a 1.076 miliardi, per un gettito generato al netto del TIR di 216,24 miliardi di euro (193,316 per l’IRPEF ordinaria; 16,17 per le addizionali regionali e 6,76 per quelle comunali). Un conto da 200 miliardi che a pagare sono però i “soliti noti”: nonostante aumentino sia i dichiaranti, vale a dire 42.837.963 persone che hanno presentano una dichiarazione dei redditi, sia i versanti, vale a dire 34.105.072 soggetti che hanno effettivamente corrisposto almeno 1 euro di IRPEF, il carico fiscale del Paese continua a gravare sulle spalle di quei circa 8 milioni di contribuenti che dichiarano 35mila euro lordi l’anno – all’incirca 2mila euro netti al mese – e versano il 65% di tutta l’Imposta sui Redditi delle Persone Fisiche. Sul versante opposto, sono circa 24,8 milioni gli italiani che non dichiarano redditi, corrispondendo poco o nulla delle imposte dirette necessarie, tra le altre cose, a sostenere i costi del nostro welfare.

Quello che emerge dall’ultimo Osservatorio Itinerari Previdenziali sulle entrate fiscali, presentato questa mattina al CNEL nel corso di un convegno promosso in collaborazione con CIDA-Confederazione Italiana Alti Dirigenti e Professionalità, è dunque un quadro complesso, e soprattutto distante da quella narrazione che vuole (tutti) gli italiani oppressi dalle tasse, che dovrebbe quantomeno invitare a riflettere media, sindacati e politica su equità e sostenibilità del sistema di protezione sociale del Paese.

Chi sostiene il finanziamento del welfare italiano?

Come rilevato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, nel 2024 sono occorsi 138,33 miliardi per la spesa sanitaria, 180,5 per l’assistenza sociale e altri 13,5 per il welfare degli enti locali. Per finanziare solo queste tre funzioni che, in assenza di contributi di scopo pesano sulla fiscalità generale, è stato sostanzialmente necessario utilizzare tutte le imposte dirette (IRPEF, IRES, IRAP, ISOST e addizionali territoriali), per un totale di 325,27 miliardi, e almeno altri 7 miliardi di imposte indirette.

«Un’enorme redistribuzione di ricchezza – ha spiegato il Professor Alberto Brambilla – di cui non solo la maggior parte dei cittadini che fruisce, appunto gratuitamente, di quei servizi non si rende neppure conto ma che lascia oltretutto alle altre funzioni statali solo le residuali imposte indirette, le accise e la pericolosa strada del debito, negli ultimi anni cresciuto spaventosamente nell’indifferenza quasi generale. Con buona pace di investimenti e sviluppo, e infatti siamo ultimi in Europa per produttività e occupazione».

Un primo paradosso che si fa ancora più evidente analizzando dettagliatamente le dichiarazioni dei redditi rese lo scorso anno. I dichiaranti fino 7.500 euro lordi sono 7.968.832 e pagano in media 19 euro di IRPEF annui, che salgono a 204 euro per i 7.426.239 dichiaranti con redditi tra 7.500 e 15mila euro lordi l’anno. A seguire la scomposizione mostra quindi 4,79 milioni di cittadini che dichiarano tra i 15mila e i 20mila euro l’anno e versano un’imposta media di 1.773 euro (che si riduce a 1.288 euro se rapporta al numero di abitanti): valore, per avere un ordine di confronto, ben al di sotto del costo pro capite della sanità, ammontata nel 2024 a 2.347euro. Per garantire la sola sanità a questa metà della popolazione, occorre dunque che altri cittadini si carichino di una spesa pari a 54,45 miliardi. A salire, con redditi lordi tra 20 e 26mila euro si contano poi 6,65 milioni di cittadini, che versano in media 3.284 euro (2.384 per cittadino), mentre tra 26 e 29mila euro lordi, altri 3 milioni e poco più di versanti, che corrispondono 4.413 euro ciascuno, vale a dire 3.205 euro se rapportato al numero di cittadini. In sintesi, quindi, gli italiani con redditi fino a 29mila euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano il 21,33% di tutta l’IRPEF, un’imposta di 46 miliardi, pari a un terzo della spesa sanitaria.”

“Proposte e possibili “soluzioni”

Dinanzi a differenze tra le diverse classi e categorie di contribuenti troppo marcate per risultare pienamente credibili, anche alla luce delle statistiche che vogliono il nostro Paese primeggiare in Europa anche per economia sommersa, la pubblicazione propone dunque soluzioni che sappiano superare il fin troppo banalizzante dualismo tra “ricchi” e “poveri” e soprattutto maggiormente calate sulla realtà. In particolare, se il contrasto di interessi tra clienti e fornitori diretti di beni e servizi potrebbe rivelarsi un buon modo per favorire l’emersione e al tempo stesso agevolare le finanze delle famiglie italiane, una profonda revisione dell’ISEE e la messa a punto di una banca dati centralizzata dell’assistenza sembrano le vie lungo le quali limitare fenomeni di elusione fiscale, consentendo allo Stato di aiutare in maniera più mirata ed efficace solo quanti si trovano in una condizione di reale bisogno. Nel 2025 sono stati 10,369 i nuclei familiari che hanno fatto richiesta per la DSU, la Dichiarazione Sostitutiva Unica necessaria a ottenere la certificazione ISEE: tenendo conto di una media di 2,9 componenti a nucleo, sono più di 29 milioni gli italiani che dunque hanno usufruito di agevolazioni sotto forma di denaro o servizi.

Cifre che descrivono la parabola di uno strumento pensato per le vere fragilità ma oggi divenuto di massa e spesso inefficiente, in assenza di controlli e prove dei mezzi meno facilmente aggirabili. Esattamente come quanto accaduto alla spesa assistenziale a carico della fiscalità generale, cresciuta a dismisura negli anni (dai 73 miliardi del 2008 ai 180,5 del 2024), di pari passo però – altro paradosso – con il numero di poveri relativi e assoluti registrati da Istat.

«Rincorsa a nuovi bonus e agevolazioni da parte di una politica alla perenne ricerca di consenso elettorale, da una parte, e inefficienze della macchina organizzativa anche in termini di verifiche e controlli – la chiosa di Brambilla – hanno purtroppo alimentato il mito del “meno dichiari e più avrai dallo Stato”, cui oggi il Paese appare pericolosamente aggrappato».

Di qui, l’auspicio di un’ampia revisione del welfare assistenziale, essenziale per incentivare il lavoro (regolare) e lo sviluppo del Paese.” (Mara Guarino, 24 settembre 2026).

«Per salvare lo Stato sociale bisogna migliorarne la capacità di raggiungere chi ne ha più bisogno e contenere gli abusi. Occorre fermare l’erosione della base contributiva, cioè il monte salari, proteggendo questi ultimi dall’inflazione e da un eccessivo potere contrattuale dei datori di lavoro. Anche l’IA può essere di grande aiuto. E il settore privato dev’essere chiamato a fare la sua parte, con previdenza integrativa e assicurazioni, ma pure maggiore responsabilità sociale delle imprese.» (Prof. Tito Boeri)

 

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