Avvisate Elly: Salis vuole federare tutto il centrosinistra
La sindaca di Genova non si candida, ma detta la linea al campo largo: primarie, Renzi dentro e conquista del centro.
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Avvisate Elly Schlein: Silvia Salis non vuole fare la federatrice del centro, vuole mettere insieme tutto il centrosinistra. E magari, un domani, guidarlo. La sindaca di Genova non annuncia la scalata, ma intanto piazza le sue pedine: benedice le primarie senza dire per chi voterà, avverte che una sconfitta della segretaria sarebbe «un duro colpo», reclama Renzi dentro la coalizione e punta a conquistare il centro senza rinunciare alla sinistra radicale. Altro che comparsa o stampella del Pd: Salis si muove da protagonista, mentre Schlein rischia di ritrovarsi accanto una concorrente che non ha ancora dichiarato di volerlo diventare. La beffa è tutta in una frase: «Mi riconosco nel Pd, ma sosterrò chi vincerà». Traduzione politica: Elly, non contare sul mio voto.
Una prospettiva che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe rassicurare la segretaria del Pd. Ma che, ascoltando bene le parole della sindaca di Genova, rischia di trasformarsi in una scomoda investitura alternativa. Perché Salis non si limita a parlare di alleanze: entra nel terreno della leadership, delle primarie e del destino politico di Schlein.
Ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7, la sindaca ha prima messo le mani avanti sul proprio futuro nazionale. «Ho altri quattro anni di mandato a Genova. Se per me ci sarà un giro per me in politica nazionale, non sarà il prossimo». Una dichiarazione che sembra chiudere la porta, almeno per il momento, alla tentazione di trasformarla nella federatrice del centro. Ma la politica, si sa, è fatta anche di porte che restano socchiuse. E intanto, da Francesco Rutelli a Matteo Renzi fino a Massimo D’Alema, nel centrosinistra c’è chi guarda alla carta Salis come a una possibile alternativa agli attuali equilibri. La sindaca, ufficialmente, non si candida. Ma il suo peso politico cresce proprio mentre il campo largo cerca qualcuno capace di parlare a elettorati diversi.
Il passaggio più delicato riguarda le primarie. Salis le considera ormai inevitabili: «Ormai facciamole, così possiamo passare a una fase successiva di consolidamento». Poi arriva la frase destinata a far discutere: «Non sarebbe corretto per i partiti che mi sostengono dire per chi voterei. Mi riconosco nel Pd, ma sosterrò chi vincerà».
Una posizione formalmente rispettosa delle regole, ma politicamente ambigua. Salis si riconosce nel Partito democratico, eppure non dichiara il proprio sostegno alla segretaria. Non si schiera, non si espone, non consegna a Schlein un’investitura esplicita. Si tiene le mani libere e aspetta che siano le primarie a decidere. Una prudenza che può essere letta come rispetto per il confronto democratico, ma che lascia aperta una domanda: se la sindaca si riconosce nel Pd, perché non sostenere apertamente chi oggi lo guida?
Ancora più significativo è il giudizio sulle conseguenze di un’eventuale sconfitta della segretaria dem. «Se Schlein dovesse perdere sarebbe sicuramente un duro colpo avendo così tanto distacco dai Cinque Stelle in termini di consensi». Non è una dichiarazione di guerra, ma nemmeno una manifestazione di solidarietà politica. Salis fotografa la fragilità di un equilibrio: il Pd conserva una posizione centrale nella coalizione, ma la distanza dai Cinque Stelle non mette automaticamente al riparo la sua segretaria. E se Schlein dovesse perdere la sfida delle primarie, il problema non sarebbe soltanto il nome del candidato premier. Sarebbe la tenuta dell’intero assetto del centrosinistra.
La sindaca, del resto, non sembra interessata a ritagliare uno spazio esclusivo per il centro. «Credo si vinca ovunque, anche al centro che ha un peso come l’estrema sinistra». E aggiunge: «Per me tutti dentro, anche Renzi: l’obiettivo è vincere». Il messaggio è chiaro: nessuna esclusione preventiva, nessun recinto ideologico, nessun veto che impedisca di allargare la coalizione. Anche Italia Viva deve trovare posto nella costruzione dell’alternativa al centrodestra.
È qui che la proposta Salis si distingue dalla formula della semplice federazione centrista. Non un’operazione limitata a recuperare qualche voto moderato, ma un tentativo di ricomporre l’intero schieramento, dai riformisti ai Cinque Stelle, passando per le forze più a sinistra. Una missione che sulla carta appare ragionevole, ma che nella pratica si scontra con rivalità personali, divergenze programmatiche e diffidenze mai superate. Renzi e Conte, per esempio, non diventano alleati soltanto perché qualcuno pronuncia la parola unità. E Schlein difficilmente può accettare che il suo partito venga trattato come una componente fra le altre, anziché come il perno della coalizione.
Salis prova intanto a distinguersi anche sul terreno della sicurezza, uno dei dossier più delicati per il centrosinistra. Sui nuovi decreti del governo Meloni, la sindaca contesta il ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza: «È un messaggio sbagliato che parla alla pancia del Paese». I reati, sostiene, sono già previsti dalla legge, mentre il Parlamento viene «sminuito» quando si interviene inseguendo ogni fatto di cronaca. E soprattutto, osserva, «i risultati non si vedono».
La critica al governo, però, non si traduce in una sottovalutazione della violenza. Salis riconosce che serve una risposta immediata e repressiva, ma insiste sulla necessità di politiche strutturali rivolte ai giovani, capaci di contenere il disagio e favorire l’inclusione attraverso scuole aperte e sport. Una posizione che tenta di tenere insieme sicurezza e prevenzione, senza lasciare alla destra il monopolio della fermezza e senza rinunciare alla difesa delle forze dell’ordine. Anche su questo terreno, la sindaca cerca uno spazio politico più largo di quello tradizionalmente attribuito alla sinistra.
Poi c’è la patrimoniale, tema che nel centrosinistra continua a dividere e che rischia di diventare un nuovo terreno di scontro. Salis non la boccia, ma neppure si avventura in proposte concrete: «Va presa in considerazione, ma in modo serio». E avverte che la questione deve essere spiegata bene, perché si rischia di far credere anche a chi possiede un patrimonio modesto di essere coinvolto. Alla domanda sulla soglia da fissare, la risposta è prudente: «Ora non saprei dirglielo, non sarebbe serio da parte mia».
Un’apertura che evita lo scontro frontale con l’ala più redistributiva del centrosinistra, ma che non si traduce in una proposta definita. Anche qui Salis preferisce non legarsi le mani, lasciando aperto il confronto e rinviando le scelte concrete.
Quanto alla propria collocazione, la sindaca respinge l’etichetta di moderata e si definisce progressista, richiamando anche temi come Gaza. Un modo per chiarire che la sua ambizione non consiste nel costruire una corrente centrista in opposizione alla sinistra, ma nel proporsi come figura capace di attraversare le diverse anime della coalizione.
Il problema, per Schlein, è proprio questo. Salis non annuncia una candidatura, non contesta formalmente la leadership del Pd e ribadisce che resterà a Genova fino alla fine del mandato. Eppure, parlando delle primarie, del peso dei Cinque Stelle, della necessità di includere Renzi e della conquista del centro, finisce per mettere sul tavolo tutti i temi sui quali si misurerà la futura guida del centrosinistra.
La segretaria dem può consolarsi con la prudenza della sindaca. Ma non può ignorarne le parole. Salis non chiede di federare il centro: rivendica una coalizione senza esclusioni e indica nella vittoria elettorale l’unico criterio di giudizio. È una linea che può rafforzare Schlein, se riuscirà a tradurla in un progetto condiviso. Oppure diventare il terreno sul quale emergerà una leadership alternativa, qualora le primarie dovessero riservare sorprese.
Per ora Silvia Salis giura che la politica nazionale può aspettare. Ma nel centrosinistra, mentre tutti discutono di chi debba guidare la coalizione, lei parla già da protagonista. E soprattutto evita di dire per chi voterebbe. Elly è avvertita.
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