Anno: XXVIII - Numero 195    
Mercoledì 14 Ottobre 2026 ore 13:30
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La vergogna del doppio binario

A Cosenza la Procura accede subito agli atti, i difensori devono aspettare. Se l’accusa corre e la difesa resta in coda, la parità delle parti diventa una beffa costituzionale.

La vergogna del doppio binario

C’è un punto oltre il quale la disorganizzazione degli uffici giudiziari smette di essere un problema amministrativo e diventa una ferita inferta al diritto di difesa. A Cosenza quel punto rischia di essere stato superato: la Procura può consultare gli atti senza le stesse limitazioni, mentre gli avvocati devono prenotarsi e attendere, anche uno o più giorni, per esaminare i fascicoli dei procedimenti penali. Se il quadro denunciato dalla Camera penale corrisponde a quanto preannunciato dall’organizzazione del Tribunale, siamo davanti a una disparità che non può essere liquidata con una circolare, giustificata con esigenze di servizio o archiviata sotto la voce della modernizzazione.

La domanda è brutale, ma inevitabile: come si può parlare di processo equo quando una parte ha accesso immediato agli atti e l’altra è costretta ad aspettare?

Il processo penale non è un terreno sul quale l’accusa può correre e la difesa deve inseguire. Non è una competizione nella quale chi rappresenta lo Stato dispone di una corsia preferenziale e chi tutela i diritti del cittadino deve accontentarsi degli spazi lasciati liberi. La parità delle parti non è una formula ornamentale da citare nelle inaugurazioni dell’anno giudiziario. È una garanzia concreta, che deve essere rispettata ogni giorno, anche davanti allo sportello di una cancelleria.

Eppure, il nuovo sistema di prenotazione obbligatoria per accedere ai fascicoli dell’ufficio Gip-Gup e della Sezione penale rischia di produrre proprio questo risultato. Il difensore presenta la richiesta e aspetta. Nel frattempo, gli atti possono essere depositati, il fascicolo può aggiornarsi, l’udienza può avvicinarsi. E l’avvocato rischia di trovarsi nella condizione paradossale di dover preparare una difesa senza poter verificare tempestivamente tutto ciò che è stato acquisito agli atti.

Non è un inconveniente da poco. È una questione che tocca il cuore del processo. Nel penale, il tempo non è una variabile burocratica: può incidere sulla possibilità di individuare un elemento decisivo, contestare una ricostruzione, predisporre un’istanza o correggere una strategia difensiva. La tempestività della conoscenza degli atti non è un favore concesso dall’amministrazione. È una condizione essenziale per esercitare il mandato difensivo con serietà ed efficacia.

Il problema, peraltro, si aggrava in assenza di un fascicolo telematico completo. Se il cartaceo resta il riferimento necessario per verificare la presenza e l’effettiva acquisizione dei documenti, imporre un’attesa significa introdurre un ostacolo proprio nel momento in cui la difesa ha bisogno di controllare, verificare e agire. Le procedure organizzative dovrebbero semplificare il lavoro degli avvocati e rendere più efficiente la giustizia. Se invece producono ritardi nell’accesso agli atti, finiscono per scaricare sui cittadini e sui loro difensori il costo delle difficoltà degli uffici.

Ma è la presunta disparità tra avvocati e pubblici ministeri a rendere la vicenda particolarmente grave. Se il vincolo della prenotazione si applica alla difesa e alle parti private, mentre l’accusa conserva un accesso immediato, non siamo più soltanto davanti a una scelta organizzativa discutibile. Siamo davanti a un modello che rischia di alterare, nella pratica quotidiana, l’equilibrio tra chi accusa e chi deve difendere.

La Costituzione non contempla una giustizia a due velocità. L’articolo 24 tutela il diritto di difesa; l’articolo 111 impone condizioni di parità nel contraddittorio. L’articolo 3 richiama l’uguaglianza, mentre l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo garantisce il diritto a un processo equo. Non spetta a un editoriale pronunciare sentenze sulla legittimità di una misura organizzativa, ma spetta al giornalismo denunciare le conseguenze di un sistema che, se confermato nei termini descritti dalla Camera penale, rischia di mettere la difesa in una posizione deteriore rispetto all’accusa.

C’è poi un equivoco che va smontato senza esitazioni: l’avvocatura non è un intralcio alla macchina giudiziaria. Non è un’utenza da disciplinare con una fila più o meno lunga, né una categoria alla quale imporre attese in nome di una presunta efficienza. L’avvocato è un protagonista della giurisdizione, una garanzia per il cittadino, un presidio indispensabile contro l’errore e l’abuso. Indebolirne concretamente la possibilità di conoscere gli atti significa indebolire anche la tutela di chi, davanti alla giustizia penale, si trova nella posizione più esposta.

Se le cancellerie sono in difficoltà, si affrontino le carenze di personale, si riorganizzino i servizi, si investa nella digitalizzazione, si individuino procedure che consentano di smaltire le richieste senza compromettere i diritti. Ma non si faccia passare per efficienza un meccanismo che rischia di trasformare l’attesa in un ostacolo alla difesa. La scarsità delle risorse può spiegare una difficoltà; non basta a giustificare una disparità.

Per questo la protesta della Camera penale di Cosenza non può essere considerata una vertenza corporativa. Il Consiglio direttivo, facendo seguito all’assemblea degli iscritti del 28 settembre, ha chiamato in causa l’intera Avvocatura bruzia, chiedendo al Consiglio dell’Ordine, al Comitato pari opportunità e alla Consulta delle associazioni forensi di convocare senza indugio un’adunanza generale. È una richiesta che merita attenzione e una risposta concreta. Quando sono in gioco le garanzie del processo, il silenzio delle istituzioni forensi sarebbe un errore e la frammentazione dell’Avvocatura un regalo a chi considera secondarie le esigenze della difesa.

Occorre verificare i fatti, chiarire le procedure e pretendere che nessun accesso agli atti sia regolato in modo da creare ingiustificate asimmetrie tra le parti. Non bastano rassicurazioni generiche. Servono regole trasparenti, tempi compatibili con le esigenze processuali e garanzie effettive di accesso per tutti i soggetti legittimati.

La giustizia non può chiedere ai cittadini di rispettare le regole e poi tollerare che le condizioni per esercitare un diritto fondamentale dipendano dalla disponibilità di uno sportello. Non può proclamare la parità delle parti e poi rischiare di smentirla nell’organizzazione quotidiana degli uffici. E soprattutto non può pretendere fiducia se chi deve difendere un cittadino viene collocato, anche soltanto sul piano operativo, in una posizione di svantaggio rispetto a chi lo accusa.

La questione è semplice: o la parità delle parti vale davvero, oppure resta soltanto una bella frase scritta nei codici. A Cosenza, la Camera penale ha lanciato l’allarme. Ora spetta alle istituzioni giudiziarie chiarire e intervenire, rimuovendo ogni eventuale disparità.

«Resistere significa esistere», affermano i penalisti. È un richiamo che va oltre una protesta locale. Perché quando la difesa è costretta a fare la fila mentre l’accusa passa avanti, non è soltanto l’avvocato a perdere tempo. È la credibilità della giustizia a rischiare di restare in coda.

 

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