Il tetto contiene la fiamma ma non spegne l'incendio.
Oltre 10mila distributori sottosoglia, ma il caro carburanti costa 1,1 miliardi al mese.
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Il price Cap corre, ma la stangata resta. Oltre 10mila distributori hanno aderito al tetto sui carburanti e più della metà della rete nazionale vende benzina sotto i 2 euro e gasolio sotto i 2,20 euro. Ma mentre il Governo rivendica il risultato, arriva il conto della Cgia: famiglie e imprese italiane rischiano di pagare 1,1 miliardi di euro in più ogni mese per il caro carburanti.
È il paradosso di una crisi che il tetto ai prezzi riesce ad attenuare, ma non a cancellare. Secondo gli ultimi dati comunicati all’Osservatorio prezzi carburanti del Mimit, aggiornati alle 8 di sabato 3 ottobre, il 51,7% dei distributori vende la benzina a meno di 2 euro al litro, mentre il 52,2% pratica un prezzo del gasolio inferiore a 2,20 euro.
Numeri che il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, considera superiori alle aspettative: in pochi giorni il price cap ha superato la metà della rete nazionale.
Ma il problema è che il pieno costa ancora caro. E soprattutto il carburante continua a scaricare i suoi aumenti sull’intera economia: trasporti, logistica, imprese, commercio e famiglie.
La Cgia stima che, mantenendo invariati i consumi rispetto al 2025, nel 2026 l’aggravio complessivo possa raggiungere 13,6 miliardi di euro, pari a un aumento del 20,4%. Tradotto su base mensile significa circa 1,1 miliardi di euro in più.
Una cifra che ridimensiona inevitabilmente l’effetto psicologico del price cap. Perché abbassare il prezzo alla pompa è una cosa; riportare il costo complessivo dell’energia su livelli sostenibili per il sistema produttivo è un’altra.
A pagare il conto sono soprattutto i territori dove la mobilità e il trasporto hanno un peso maggiore. Secondo le elaborazioni della Cgia, l’aggravio stimato arriva a 68,5 milioni di euro a Roma, 49,5 milioni a Milano, 39,6 milioni a Napoli, 31,2 milioni a Brescia, 27,8 milioni a Torino e 25,6 milioni a Bari.
La pressione arriva anche dai mercati internazionali. Le tensioni sulle forniture, l’incertezza sulle rotte del greggio e la volatilità delle quotazioni energetiche continuano a condizionare i prezzi alla pompa. E finché il quadro internazionale resterà instabile, il ritorno ai livelli precedenti alla crisi appare difficile.
Il dato più significativo resta quindi quello del doppio binario: oltre 10mila distributori hanno scelto di stare sotto le soglie del price cap, ma il sistema Italia continua a sostenere un costo aggiuntivo che la Cgia quantifica in 1,1 miliardi al mese.
La doppia faccia del caro carburanti
Indicatore | Dato |
Distributori aderenti al price cap | Oltre 10.000 |
Benzina sotto 2 €/litro | 51,7% della rete |
Gasolio sotto 2,20 €/litro | 52,2% della rete |
Aggravio carburanti stimato nel 2026 | 13,6 miliardi € |
Aumento rispetto al 2025 | +20,4% |
Maggiore spesa mensile stimata | 1,1 miliardi € |
Aumento benzina dall’inizio del conflitto | +29,1% |
Aumento gasolio dall’inizio del conflitto | +36,6% |
Le città più colpite
Città | Aggravio stimato |
Roma | +68,5 milioni € |
Milano | +49,5 milioni € |
Napoli | +39,6 milioni € |
Brescia | +31,2 milioni € |
Torino | +27,8 milioni € |
Bari | +25,6 milioni € |
Il numero che buca la pagina: il price cap ha superato il 50% della rete
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