Accerchiata. Schlein vuole la proroga del mandato, l'assemblea Pd sarà piena di trappole
La segretaria ha bisogno di un passaggio assembleare per candidarsi alla leadership del centrosinistra: Conte da Nova ha avuto un plebiscito. Per le primarie insistono solo i riformisti. Bonaccini: "Aboliamo la parola per una settimana".
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Di nuovo i cacicchi. Sulla strada per le primarie Elly Schlein si trova di nuovo davanti i capicorrente. Se vuole candidarsi a competere con Giuseppe Conte – e lei lo vuole, fortissimamente – Schlein deve prima stringere un nuovo patto con le aree politiche del suo partito, alle quali chiedere il lasciapassare. Non si tratta di un atto dovuto. Per candidarsi Schlein deve ottenere la proroga del suo mandato di segretaria, che altrimenti scadrebbe a febbraio prossimo, e chiedere al presidente Stefano Bonaccini di riunire l’assemblea nazionale. È il parlamentino di 700 membri eletto con le primarie del 2022, quando lei stessa è diventata segretaria. Doveva essere convocato prima della pausa estiva, ma poi non se ne fece nulla. Quindi era balenata una nuova convocazione a settembre. Ora si ragiona su ottobre. Col rischio di un nuovo slittamento.
Dopo 4 anni in carica, e a fronte di continue liti nel centrosinistra, i delegati dem sono motivatamente demotivati. Di norma, la convocazione dell’assemblea sarebbe un passaggio formale. Ma non lo è in un clima che vede la coalizione scossa da continui duelli e rifiorire di giorno in giorno terzi nomi, ipotesi di federatori o candidati in pectore che avrebbero come grande pregio quello di evitare la conta all’ultimo voto tra Pd e Cinque Stelle.
Schlein, va detto, ha dimostrato di non tenere in gran conto l’assemblea nazionale. Vi ha fatto ricorso il minimo indispensabile e l’ultima volta l’ha convocata una settimana prima di Natale scorso. Un passaggio fugace per farsi gli auguri e tirare avanti altri dieci mesi. Una diffidenza comprensibile: l’assemblea è il luogo in cui ogni singola corrente delle otto che attualmente compongono il Pd ha i suoi fedeli rappresentanti. Per la segretaria movimentista mettersi nelle mani dell’assemblea è come passare per le forche caudine.
Ma con Conte che si è fatto impalmare da Nova con percentuali superiori al 90 per cento, Schlein non può non passare da un’investitura in grande stile. Tanto più che senza la proroga votata dall’assemblea, non le resterebbe altro che convocare il congresso. La proroga funzionerebbe come il lancio della candidatura alle primarie. Ma le correnti devono essere d’accordo.
Senonché nelle aree politiche del Pd il nodo primarie non è stato ancora digerito. Per paradosso i più convinti sostenitori sono i parlamentari dell’area riformista, la minoranza interna di Lorenzo Guerini, Filippo Sensi e Lia Quartapelle, che vedono nella competizione “un caposaldo della storia del Pd”, come dice Quartapelle. Sabato prossimo a Prato riuniranno l’assemblea nazionale – Cambiare! è il titolo – con l’obiettivo di incalzare la segretaria sul nodo dell’Ucraina, ma anche per chiedere che la coalizione si allarghi ai centristi, ivi compresa Casa riformista. Nella larga maggioranza che sostiene la segretaria, l’opinione prevalente è che “se si potessero evitare le primarie, sarebbe meglio”. La pensano così molti esponenti vicini a Dario Franceschini, a Pierluigi Bersani e a Andrea Orlando, le tre correnti che sono riunite nel correntone di Montepulciano (si riunirà il 23 ottobre, probabilmente prima dell’assemblea). L’ultimo a dirlo chiaro e tondo è stato il presidente del Pd Stefano Bonaccini. “Sto girando l’Italia da mesi e non trovo uno o una che mi fermi per chiedermi quando faremo le primarie. Chiedo di abolire la parola primarie per qualche settimana”, propone Bonaccini. La priorità, dice, deve essere il programma “per unire la coalizione, non solo contro la destra, ma attorno a poche priorità chiare, e firmare un patto di sangue”.
Ma prima del patto di sangue con gli alleati, le correnti chiedono a Schlein di firmarne uno interno. Deve riguardare il programma – nessun passo indietro sul sostegno a Kiev, ad esempio, al più una formula di mediazione – e sul cammino a seguire, ivi compresa la questione delle liste elettorali. Le chiedono inoltre una valutazione comune sul rischio primarie per il Pd. Per Schlein è un passaggio delicato. Il sondaggio di Ipsos per il Corriere della Sera che dava Conte in vantaggio alle primarie ha atterrito molti nel partito. Di qui l’insistenza con cui vengono rilanciati i nomi di possibili federatori – come Roberto Gualtieri, Gaetano Manfredi, da ultimo Franco Gabrielli – nonostante Schlein sia ben lontana dal fare un passo indietro.
In questo clima di incertezza, il Pd cammina a vista. E anche i passaggi più semplici riservano incognite. Così, ad esempio, il voto sul ddl antisemitismo, che alla Camera è in programma dal 12 ottobre in poi. Il gruppo parlamentare è schierato in gran parte per il no, contrario a una definizione di antisemitismo che comprende anche le critiche a Israele. Sono su questa linea parlamentari vicini a Schlein come Laura Boldrini e Arturo Scotto. Ma i riformisti guidati da Piero Fassino premono per un voto a favore, come hanno già fatto cinque colleghi senatori nel primo passaggio parlamentare. Il partito rischia di dividersi in tre, favorevoli, contrari e astenuti. Tocca a Schlein ricomporre il quadro.
Una mano insperata al Pd potrebbe arrivare dai malpancisti di centrodestra. Se nella seconda metà di ottobre la legge elettorale che obbliga di indicare un candidato premier non dovesse passare al voto di Montecitorio, svanirebbe quanto meno l’isteria delle primarie. Non esime la coalizione dal trovare un candidato premier, ma almeno evita lo spargimento di sangue.
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