Il vero record di Meloni
Il governo longevo ha fatto buone cose ed errori, promesse mantenute e occasioni perdute.
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Il dato politico, però, dopo quattro anni, è che il centrodestra non discute chi debba sostituire la premier, ma come vincere ancora con lei. Meloni rimane il centro indiscusso della coalizione
Il domani Giorgia Meloni batterà un record: il suo governo diventerà il più longevo della storia repubblicana. Ma la durata misura la stabilità, non necessariamente la qualità. E soprattutto non garantisce il consenso per essere rieletti. Per questo il bilancio va fatto senza propaganda e senza caricature. Ci sono cose fatte bene, promesse mantenute, errori e occasioni perdute. Ma c’è soprattutto un dato politico: Meloni arriva a questo traguardo senza essere una presidente del Consiglio al tramonto. È ancora pienamente in corsa per vincere le prossime elezioni.
Partiamo dai risultati.
Meloni incensa il governo longevo. Cosa non torna nel suo libretto dei record
Il lavoro. Gli occupati hanno raggiunto livelli record e la disoccupazione è scesa. Restano il problema dei salari e quello, gigantesco, della produttività, ma la crescita dell’occupazione è un fatto.
La sicurezza è uno dei risultati più netti e va riconosciuto senza esitazioni. Nel 2025 i delitti sono diminuiti complessivamente di oltre il 2%, gli omicidi del 15%, i furti del 6%, le rapine del 4%. Gli omicidi volontari, 286, sono al livello più basso dell’ultimo decennio. Anche i femminicidi sono diminuiti. La percezione di insicurezza può restare alta, soprattutto nelle grandi città, ma la percezione non può cancellare i numeri.
Sul fisco il governo ha ridotto il cuneo, modificato l’Irpef e portato avanti una riforma che non coincide con la rivoluzione promessa nel 2022, ma ha prodotto effetti concreti. Il Reddito di cittadinanza nella sua configurazione originaria è stato abolito. Era una promessa ed è stata mantenuta.
Università, Ricerca e Afam costituiscono un altro capitolo spesso ignorato. È cambiato l’accesso a Medicina, superando il vecchio test e introducendo il semestre aperto. Una riforma complessa e perfettibile, ma realizzata, non annunciata. A questo si aggiungono investimenti sulla ricerca, diritto allo studio, infrastrutture scientifiche e alta formazione.
Il Pnrr è stato rinegoziato e portato avanti. Non era il Piano di Meloni, ma a questo governo è toccata la fase più difficile: trasformare le risorse in progetti e cantieri.
E nel giudicare la politica economica di questi quattro anni c’è un macigno che non può essere rimosso: il Superbonus voluto dal governo Conte. È stata probabilmente la più pesante eredità finanziaria ricevuta da Meloni. Una misura nata per rilanciare edilizia ed economia si è trasformata, per dimensioni e meccanismo dei crediti fiscali, in un costo enormemente superiore alle previsioni iniziali.
Il Superbonus è stato la pietra d’inciampo dei conti pubblici della legislatura. La massa di crediti fiscali accumulata ha ipotecato una parte importante dei margini di manovra degli anni successivi: meno spazio per investimenti, sanità, riduzione delle tasse, famiglie e politiche di sviluppo. Si può discutere quanto Meloni avrebbe potuto fare diversamente, ma non si può giudicare la sua politica economica fingendo che il governo sia partito da un foglio bianco. Quella scelta ha continuato a presentare il conto per anni, condizionando la possibilità di utilizzare risorse per interventi strutturali.
Poi la politica estera, forse la sorpresa maggiore. Nel 2022 molti prevedevano un’Italia isolata, ambigua sull’Atlantismo e marginale in Europa. È accaduto il contrario. Meloni ha mantenuto una linea atlantica, sostenuto l’Ucraina, costruito un rapporto pragmatico con Bruxelles e conquistato una propria riconoscibilità internazionale.
Non tutto, naturalmente, ha funzionato.
Le carceri rappresentano il fallimento più evidente. Sovraffollamento, suicidi, condizioni degli istituti e carenza di personale richiedevano una risposta più rapida e coraggiosa. Un governo che ha fatto della sicurezza una propria bandiera deve ricordare che lo Stato si misura anche da come amministra la pena.
Sulla giustizia il giudizio è più articolato. Nordio ha affrontato questioni che esistevano da decenni, ma si è consumato un enorme capitale politico senza ottenere il risultato complessivo promesso. Per il cittadino, inoltre, la vera riforma resta una: avere una sentenza in tempi ragionevoli.
Il premierato non è ancora diventato quella “madre di tutte le riforme” annunciata all’inizio della legislatura. L’autonomia ha incontrato ostacoli. E tra flat tax, pensioni e immigrazione la realtà del governo ha inevitabilmente ridimensionato alcune promesse della campagna elettorale.
Si poteva fare di più soprattutto su sanità, salari, natalità e produttività. La sanità non si misura soltanto dai miliardi stanziati, ma dal tempo necessario per ottenere una visita. Il lavoro è aumentato, ma deve valere di più. E la crisi demografica non si risolve sommando bonus: richiede una strategia su casa, asili, lavoro femminile, fiscalità e famiglie.
Questo è un bilancio onesto. Ma il 4 settembre racconta anche qualcosa di diverso: la trasformazione di Giorgia Meloni.
Quattro anni di potere normalmente consumano un leader. Meloni, invece, rimane il centro indiscusso della coalizione e ha acquisito un peso internazionale che nel 2022 pochi le riconoscevano.
Il problema è semmai la classe dirigente. Meloni è cresciuta più rapidamente di una parte del personale politico che la circonda. Alcuni ministri hanno prodotto risultati e conquistato autorevolezza; altri molto meno. Se vuole trasformare una vittoria elettorale in un ciclo politico, dovrà costruire una squadra all’altezza della leadership.
È qui che il record di longevità acquista il suo significato politico.
Un governo può durare ed essere già finito. Può arrivare alla conclusione della legislatura logorato dal potere e aspettare soltanto il giudizio degli elettori.
Meloni arriva invece al quarto anno ancora al centro della partita. Il centrodestra non sta discutendo chi debba sostituirla: sta discutendo come vincere ancora con lei.
È questo il dato che conta.
Domani 4 settembre certificherà quanto è durato il governo Meloni. Le prossime elezioni diranno qualcosa di molto più importante: se quella durata sarà riuscita a trasformarsi in un ciclo politico.
Perché dopo cinque anni a Palazzo Chigi non basta essere sopravvissuti al potere. Bisogna riuscire a convincere gli italiani ad affidartelo di nuovo.

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