Primarie, il Pd scopre la trappola del suicidio
La sfida Schlein-Conte divide il campo largo mentre cattolici e riformisti contestano un Pd sempre più polarizzato.
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Il dibattito sulle possibili primarie del campo largo rischia di essere raccontato nel modo sbagliato. Non è soltanto una disputa tra dirigenti preoccupati di conservare la propria influenza, né un semplice regolamento di conti tra correnti del Partito democratico. Dietro gli appelli a Elly Schlein affinché rifletta prima di affrontare Giuseppe Conte ai gazebo si nasconde una questione politica molto più seria: che cosa resterebbe del Pd dopo una sconfitta della sua segretaria?
Il ragionamento che circola nelle stanze della politica è brutale, forse persino cinico, ma non per questo privo di fondamento. Se Schlein dovesse perdere contro Conte, una parte consistente dell’elettorato democratico potrebbe non riconoscersi nella leadership del presidente del Movimento 5 Stelle. Ma vale anche il contrario: una sconfitta di Conte potrebbe spingere molti elettori grillini a non accettare automaticamente Schlein come candidata dell’intero fronte alternativo al centrodestra.
Il risultato sarebbe paradossale. Le primarie, nate per legittimare un leader, potrebbero trasformarsi nel meccanismo perfetto per delegittimare entrambi.
È questa la vera paura che ha provocato, nelle ultime settimane, una singolare convergenza di politici, intellettuali e dirigenti del centrosinistra. Da Roberto Speranza a Dario Franceschini, da Stefano Bonaccini ad altri protagonisti del mondo progressista, fino alle voci della sinistra ecologista e ad alcuni intellettuali, si sono moltiplicati gli inviti alla prudenza. Non semplici «mal di pancia», ma il segnale di una crescente preoccupazione per la tenuta stessa dell’alternativa a Giorgia Meloni.
Elly Schlein, dal canto suo, ha respinto quelli che considera soprattutto «esercizi intellettuali». Una risposta comprensibile per chi non vuole apparire sotto tutela, ma politicamente insufficiente. Perché il problema non è stabilire se la segretaria del Pd abbia o meno il diritto di partecipare a una competizione. Quel diritto è indiscutibile. La domanda è un’altra: il Pd può permettersi politicamente una sconfitta di Schlein contro Conte?
E, soprattutto, sarebbe in grado di sopravvivere senza aprire una nuova guerra interna?
Il Partito democratico continua infatti a convivere con identità profondamente diverse. C’è la componente progressista e movimentista che si riconosce nella leadership di Schlein; c’è il mondo riformista che chiede maggiore attenzione alla cultura di governo; e c’è infine quella tradizione cattolico-democratica che oggi manifesta un disagio sempre meno nascosto.
Le parole di Graziano Delrio sono, da questo punto di vista, particolarmente significative. L’ex ministro rivendica la tradizione cattolico-democratica come elemento fondamentale per l’equilibrio istituzionale del Paese e denuncia il disagio davanti a un dibattito sempre più polarizzato, dalla politica estera alle questioni interne.
Ma Delrio non propone una resa dei conti. Al contrario, difende la legittimità di Schlein a correre in eventuali primarie, ponendo però una condizione politica precisa: il Pd deve continuare a fare il Pd e non trasformarsi nel semplice custode del campo largo.
È probabilmente questa la questione centrale.
Un grande partito non può esistere soltanto in funzione delle alleanze. Deve possedere una propria cultura politica, una proposta riconoscibile e la capacità di affrontare i grandi temi nazionali con posizioni credibili. Immigrazione, sicurezza, politica industriale, transizione energetica: è su questo terreno che Delrio chiede una discussione vera, capace di andare oltre gli slogan e la propaganda.
Sulla stessa linea si collocano le riflessioni di Alfredo Bazoli, che avverte il rischio di posizioni sempre più massimaliste e di una progressiva perdita della natura plurale del Partito democratico. Il timore, espresso senza particolari giri di parole, è che il Pd finisca per privilegiare una sola delle proprie tradizioni storiche, sacrificando quell’equilibrio tra culture politiche che aveva rappresentato, almeno nelle intenzioni, la sua ragion d’essere.
Il nodo, dunque, è persino più profondo della sfida tra Schlein e Conte.
Il Pd deve decidere che cosa vuole essere.
Vuole diventare il partito della sinistra radicale, spostando il proprio baricentro verso posizioni sempre più identitarie e conflittuali? Vuole rappresentare il perno di un’alleanza larga, nella quale però rischia continuamente di essere condizionato dal Movimento 5 Stelle? Oppure vuole recuperare la propria vocazione plurale, rimettendo insieme riformisti, cattolici democratici e sinistra progressista?
Sono domande alle quali non sarà possibile rispondere con una battuta dal palco di una festa o liquidando ogni critica come nostalgia delle vecchie correnti.
Le primarie potrebbero persino essere uno strumento utile, ma soltanto se arrivano alla conclusione di un percorso politico e non diventano il sostituto della politica stessa. Altrimenti il rischio è quello di mettere due leader uno contro l’altro, trasformando una possibile alleanza in una gara all’ultimo elettore e lasciando sul terreno rancori destinati a riemergere alle elezioni.
Per Giorgia Meloni sarebbe il miglior regalo possibile.
Mentre il centrodestra discute dei propri equilibri restando saldamente al governo, l’opposizione rischia di avvitarsi ancora una volta nella ricerca del proprio capo. Ma un campo politico non si costruisce semplicemente scegliendo un comandante. Si costruisce definendo prima una strategia, un programma e un’identità comune.
Forse è arrivato davvero il momento più difficile per Elly Schlein. Non quello della scelta personale tra candidarsi o rinunciare. Quello sarebbe persino il problema più semplice.
La vera sfida consiste nel capire se il Partito democratico può continuare a ignorare le crepe che si stanno allargando al suo interno. Perché cattolici, riformisti e settori moderati non sembrano più disposti a limitarsi al ruolo di spettatori.
E se il Pd dovesse arrivare alle primarie senza aver risolto questa contraddizione, la sfida contro Conte rischierebbe di essere soltanto l’ultimo atto di una crisi molto più grande.
Non la nascita del famoso «campo largo», ma il certificato della sua fragilità.
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