Primarie, la base Pd dice: adesso basta
Mancano mesi ai gazebo, ma i militanti Pd non ne possono già più.
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Viaggio tra i circoli dei Dem di Roma e i loro segretari. Da Tor Bella Monaca a San Lorenzo, si alza un unico coro: basta parlarne, basta divisioni, l’importante è il programma.Riani (Pigneto): “La gente è stanca delle chiacchiere inutili”. Campagna (Tor Bella): “Vi prego, basta”. Chiacchiera (Quadraro): “Se vince Conte? Vedremo”. Buttarelli (Tor Sapienza): “Aspetta che condivido le tue domande con i compagni…”
“Vi prego, basta parlare di primarie”. Si alza forte il coro di segretari di circoli romani, attivisti e militanti del Partito democratico. Chi è ancora sotto l’ombrellone, chi ha appena riaperto la sezione nella periferia della Capitale: poco cambia, prima viene il programma. Tra chiamate e scorrazzate in una Roma ancora deserta, raccogliamo l’allarme di una base sfinita dal dibattito estivo del centrosinistra: “Se ‘ste primarie van fatte, voteremo, basta che non ci dividiamo ancora”.
I trenta gradi all’ombra non scoraggiano Patrizia Campagna. A Tor Bella Monaca ha appena tirato su la saracinesca del circolo che dirige, anche se premette: “Mi chiamano il soldatino”. Tradotto: parlo a titolo personale, “io non comando nessuno”. Tessera con la falce e il martello dal 1971, fino al 2010 era l’edicolante di Piazza San Lorenzo in Lucina, dietro al Parlamento. “Io ho conosciuto la Dc, ne ho visti tanti”. Non ci casca. “Matteo Renzi? Ha commesso qualche scivolone, ma è stato comunque il segretario del mio partito”.
Campagna sta preparando le iniziative per gli iscritti a settembre e a ottobre. “Di queste primarie si sta parlando troppo”, abbozza mentre ci racconta vita e miracoli di uno dei quartieri più difficili di Roma: “Siamo l’unico municipio governato dalla destra”. Predica “unità”, ammette che “le primarie non mi sono mai piaciute” e che “prima in ogni caso serve un programma condiviso”. Da due anni sta lavorando con Movimento 5 Stelle e Alleanza verdi e sinistra per sconfiggere la destra a “Torbella”, figurarsi se non ci crede a livello nazionale: “Se proprio serviranno si facciano, basta che non ci dividiamo”.
Da buon soldato, Campagna voterà Schlein, non c’è dubbio. E se dovesse vincere Giuseppe Conte, vedremo: “Anche la Regina ha bisogno della sua vicina, spero che capisca che andare insieme è l’unica via per non vivere altri vent’anni così”. Speranze, anche popolari, diffuse a macchia d’olio in una Roma ancora deserta. Quella in cui Vinicio Buttarelli si sposta di quartiere in quartiere per lavoro.
Tessera Pd, segretario della sezione Tor Sapienza/Tor Tre Teste, Buttarelli ci chiede tempo. Vuole condividere le nostre domande con altri iscritti. Dove non può la sezione fisica e torrida, arriva la chat: “Allora, mi hanno risposto quattro compagni”. Ascoltiamoli: “Tutti pensano che le primarie siano un fattore di divisione, creerebbero altre spaccature”. Ancora: “Tutti concordano sulla necessità di avere prima un programma, così chi guida la coalizione è secondario, ma…”. Ma? “Ecco, io non son d’accordo, penso che le primarie siano un valore aggiunto, che vadano fatte, anche per combattere l’agenda della destra imponendo i nostri temi”.
Un sano lavoro di educazione democratica, quello impartito da Vinicio, che però su un altro punto condivide l’idea dei compagni: “Sì, tutti vogliamo che sia Schlein la leader, non crediamo in papi stranieri e non vogliamo terze persone che non hanno un partito dietro”. Conte, però, lo ha: “Lo sosterrei se vincesse le primarie, siamo testardamente unitari come dice Schlein”.
Qualche dubbio in più dalle parti del Quadraro, dove la segretaria è Gaia Chiacchiera: “Che faccio se vince Conte? A quel punto ci ragionerò… non ne abbiamo parlato in questi mesi”. Per lei, come tanti altri militanti concordano in giro per la città, “prima è meglio avere un programma condiviso, poi scegliere il leader”.
Parole al miele per Tonino Riani. Il suo circolo Pd al Pigneto è ancora chiuso, ma anche dal mare la disponibilità c’è. Indovinate? “Prima bisogna stabilire il programma, poi andare a primarie”. E per carità, non parlategli di stramberie come il prestanome, cioè il candidato simbolico che un dirigente esperto come Roberto Speranza ha proposto ieri al Corriere per superare l’impasse sul leader: “No, serve chiarezza assoluta”. Anche su Conte, che “sosterrei se vincesse”, a patto di avere prima “un accordo di ferro”, perché “la gente è stanca delle chiacchiere inutili”. Anche Riani apprezza Schlein: “Ha dimostrato di attrarre il mondo iscritto e non, in questi anni si è mossa senza demagogia, è amata dalle sezioni”. Nessun dubbio: “Lei è la candidata giusta”, ma ora basta con questo “dibattito fuorviante” sulle primarie.
Sono meno esasperati i toni di Marco Menconi, segretario del circolo di San Lorenzo, ancora chiuso per un contenzioso e immerso in una lunga trattativa: “Speriamo di riottenere presto lo spazio”. Problemi diversi da quelli del Nazareno, anche se Menconi è diplomatico: “Sulle primarie non mi impicco, però sia chiaro che non è il metodo giusto”. Anche per lui servirebbe “prima un programma di massima condiviso”. Altrimenti, sarebbe meglio “contarsi e scegliere chi ha preso più voti alle elezioni, come fa la destra”. Ah. “Se poi, per assurdo, vincesse Fratoianni alle primarie e il Pd prendesse oltre il 20% alle elezioni? Capite che sarebbe insostenibile”. Il competitor, però, è più che altro il leader del Movimento 5 Stelle. “Chi vince vince e lo accetto… certo, a me Conte non piace”.
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