Primarie, il campo largo teme di farsi male
Franceschini cambia idea: il duello Schlein-Conte rischia di spaccare la coalizione e indebolirla prima delle elezioni.
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Il partito anti-primarie non si è arreso. Anzi, nelle ultime settimane sembra essersi allargato, attraversando quasi tutte le forze del centrosinistra. E dentro il Pd, secondo le ricostruzioni che circolano negli ambienti politici, anche Dario Franceschini avrebbe maturato una convinzione diversa rispetto a quella espressa appena venti giorni fa: una sfida diretta tra Elly Schlein e Giuseppe Conte per scegliere il candidato premier del campo largo potrebbe trasformarsi in una guerra fratricida, con conseguenze pesantissime sulla tenuta della coalizione. La sintesi del ragionamento attribuito all’ex ministro sarebbe secca: «Così ci facciamo male».
Non è un dettaglio. Franceschini, infatti, solo poche settimane fa aveva sostenuto che, in assenza di un accordo politico su un candidato condiviso, non sembrassero esistere vere alternative alle primarie. «Facciamole e basta», era stato il senso della sua posizione. Ma, secondo un parlamentare a lui vicino, quella non sarebbe stata tanto una convinta adesione al modello dei gazebo, quanto la constatazione che, senza un’intesa, sarebbe stato difficile evitarli.
Oggi il quadro sarebbe cambiato. E soprattutto sarebbero cresciuti i timori per quello che potrebbe accadere il giorno dopo una sfida tra Schlein e Conte. Perché il problema, secondo il fronte anti-primarie, è che in entrambi gli scenari possibili qualcuno rischierebbe di uscire politicamente devastato, trascinando con sé una parte importante della coalizione.
Se dovesse vincere Elly Schlein, il Movimento 5 Stelle potrebbe pagare un prezzo elevato. Una parte dell’elettorato pentastellato potrebbe non riconoscersi nella leadership della segretaria del Pd e Conte, sconfitto nella corsa per Palazzo Chigi, dovrebbe decidere se accettare fino in fondo il risultato o se cercare una via d’uscita politica. Il rischio, insomma, è di perdere una fetta consistente dei voti 5 Stelle o di ritrovarsi con un alleato formalmente dentro la coalizione, ma politicamente molto meno coinvolto.
Se invece a prevalere fosse Conte, il terremoto si sposterebbe dentro il Pd. Una sconfitta di Schlein alle primarie aprirebbe una crisi difficilmente controllabile al Nazareno. Il partito arriverebbe alla vigilia delle elezioni con una segretaria politicamente indebolita, se non addirittura costretta a fare i conti con una richiesta di dimissioni o con una nuova resa dei conti interna. Il rischio sarebbe quello di affrontare la campagna elettorale con un candidato premier vincente ma con il principale partito della coalizione attraversato da tensioni e divisioni.
È questo il doppio pericolo che, secondo le indiscrezioni, preoccupa Franceschini e una parte della vecchia guardia dem. Da qui i contatti, le telefonate e il tentativo di capire se esista ancora una strada alternativa alla conta nei gazebo.
Nel frattempo, Giuseppe Conte ha cambiato passo. Le sue prese di posizione su alcuni grandi temi internazionali e culturali, e il tentativo di caratterizzare con maggiore nettezza la propria proposta politica, vengono letti come la volontà di accreditarsi sempre più chiaramente come candidato alla guida del campo largo. Per il leader del Movimento 5 Stelle, inoltre, le primarie non dovrebbero limitarsi a scegliere un nome: dovrebbero definire anche la linea politica della futura coalizione e indicare la direzione del programma di governo.
Ed è proprio questo che spaventa chi teme una competizione distruttiva. Perché le primarie rischierebbero di trasformarsi in una sorta di congresso pubblico dell’intero centrosinistra, nel quale ogni differenza tra Pd e M5S verrebbe amplificata davanti agli elettori. Non più soltanto una scelta del candidato, dunque, ma un referendum sulla linea politica della coalizione.
Elly Schlein, dal canto suo, difficilmente potrebbe sottrarsi alla sfida senza pagare un prezzo politico. Ma accettarla significa correre un rischio enorme. Se vincesse, dovrebbe ricostruire il rapporto con un Conte sconfitto. Se perdesse, il Pd rischierebbe di arrivare alle elezioni con una segretaria tramortita e un partito nuovamente alle prese con le proprie divisioni.
Le perplessità sulle primarie, comunque, non sarebbero limitate al Pd. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli guardano con prudenza a un meccanismo che potrebbe trasformare la costruzione dell’alleanza in un duello personale. Dubbi arrivano anche dall’area civica e centrista. Matteo Renzi e Riccardo Magi, pur prendendo atto che i gazebo potrebbero diventare inevitabili, non sembrano considerarli la soluzione migliore.
Il problema è che Conte e il Movimento 5 Stelle, almeno finora, non sembrano intenzionati a prendere in considerazione soluzioni diverse. E l’eventuale nuova legge elettorale, con l’indicazione preventiva del candidato premier della coalizione, renderebbe ancora più difficile rinviare la scelta a dopo il voto, secondo il modello tradizionale del centrodestra.
Per questo il fronte anti-primarie starebbe cercando un’altra strada. L’obiettivo sarebbe convincere Schlein a rinunciare alla sfida diretta, garantendole al tempo stesso un ruolo centrale nel futuro della coalizione. Se la segretaria del Pd accettasse, si potrebbe poi lanciare un appello pubblico a entrambi i leader, invitandoli a compiere un gesto di generosità politica e a fare un passo indietro in favore di un candidato condiviso.
Una mossa che cambierebbe completamente il quadro. Con Schlein disponibile a rinunciare alle primarie, il cerino resterebbe soprattutto nelle mani di Conte. Sarebbe più difficile per il leader del Movimento 5 Stelle respingere da solo un appello alla rinuncia senza assumersi la responsabilità di aver fatto fallire il tentativo di costruire una candidatura unitaria.
E qui torna la domanda che Franceschini sembrava essersi posto anche venti giorni fa: chi sarebbe il famoso “signor X” o la “signora Y” capace di tenere insieme il campo largo? In realtà qualche nome già circola.
Tra i profili più discussi c’è Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’Anci. La sua candidatura offrirebbe un profilo istituzionale e amministrativo, meno direttamente coinvolto nelle rivalità tra Pd e Movimento 5 Stelle. Resta però da capire se una figura con un forte radicamento locale e un profilo politico finora poco conflittuale possa trasformarsi in un candidato nazionale capace di mobilitare l’intera coalizione.
L’altro nome è quello di Silvia Salis, sindaca di Genova e volto emergente del centrosinistra. Una candidatura che avrebbe il vantaggio della novità e della forte visibilità, ma che dovrebbe misurarsi con un’esperienza politica nazionale ancora limitata e con una competizione inevitabilmente molto più dura rispetto a quella affrontata finora.
Più complicata, ma non del tutto esclusa, l’ipotesi di Franco Gabrielli, già capo della Polizia e figura di grande esperienza istituzionale. Il suo profilo potrebbe rappresentare una soluzione esterna alle dinamiche dei partiti, ma proprio questa distanza dalla politica di coalizione renderebbe difficile trasformarlo rapidamente in un candidato condiviso.
Per ora si tratta di scenari e di ragionamenti politici. Ma il dato più significativo è un altro: nel campo largo sta crescendo il timore che le primarie, nate per dare forza e legittimazione al futuro candidato premier, possano produrre l’effetto opposto.
Il rischio è quello di arrivare al voto con un vincitore politicamente indebolito dalla battaglia e uno sconfitto troppo forte per essere semplicemente messo da parte. Se vince Schlein, il Movimento 5 Stelle potrebbe perdere pezzi. Se vince Conte, il Pd rischia di implodere. E in entrambi i casi, a beneficiare della guerra interna dell’opposizione sarebbe soprattutto Giorgia Meloni.
È per questo che Franceschini e il fronte anti-gazebo continuano a cercare una via d’uscita. Convincere Schlein e Conte a rinunciare contemporaneamente alla corsa per Palazzo Chigi e puntare su una figura terza sarebbe una soluzione difficile, forse persino improbabile. Ma per chi teme la resa dei conti, resta comunque meno pericolosa di una sfida che potrebbe lasciare il campo largo profondamente ferito prima ancora dell’inizio della vera campagna elettorale.
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