Anno: XXVIII - Numero 158    
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La prevenzione tradita dalla politica

La morte di una bambina riapre il caso vaccini. Ma senza investimenti, servizi e rispetto della scienza la prevenzione resta sola.

La prevenzione tradita dalla politica

La morte di una bambina a Palermo, se gli accertamenti confermeranno il legame con la difterite e con una mancata o incompleta immunizzazione, non potrà essere archiviata come una tragedia privata, un caso isolato, una fatalità.

Sarebbe troppo comodo.

Perché quando una malattia prevenibile torna a uccidere, la domanda non è soltanto perché una famiglia non abbia vaccinato. La domanda, molto più scomoda, è perché il sistema della prevenzione non sia riuscito ad arrivare fino a quella bambina.

Ed è qui che bisogna avere il coraggio di andare oltre.

La prevenzione non è una macchina asettica che funziona da sola. Non è un algoritmo sanitario che si accende premendo un pulsante. La prevenzione è fatta di persone: assistenti sanitari, medici, pediatri, infermieri, operatori. Persone che lavorano dentro un sistema organizzato e finanziato attraverso decisioni prese dai Comuni, dalle Regioni e dallo Stato.

In altre parole: anche la prevenzione è politica.

Purtroppo, da tempo, lo è diventata nel senso peggiore. La politica decide quanti soldi destinare alla sanità pubblica. Decide quanti operatori assumere, quali servizi mantenere aperti, quanti spazi destinare ai cittadini. Decide se finanziare le campagne informative, se rafforzare i centri vaccinali, se andare a cercare chi è rimasto indietro oppure limitarsi ad aspettare che qualcuno si presenti spontaneamente.

E quando queste scelte vengono sbagliate, le conseguenze prima o poi arrivano.

La difterite è il simbolo perfetto di questo paradosso. Il vaccino ha trasformato una malattia terribile in un ricordo lontano. L’ultimo caso autoctono pediatrico in Italia risale a decenni fa. Proprio per questo abbiamo cominciato a comportarci come se il pericolo non esistesse più.

È il successo stesso della scienza ad aver prodotto l’illusione che la scienza non serva più.

Ma la prevenzione non vive di rendita. Ogni nuova generazione deve essere vaccinata, informata, raggiunta. Servono coperture elevate, richiami, controlli, chiamate attive. Serve soprattutto una sanità territoriale capace di intercettare le fragilità prima che diventino tragedie.

Non basta dire: il vaccino c’è, è gratuito, chi vuole lo faccia.

È troppo semplice.

Se una famiglia non arriva alla vaccinazione, bisogna chiedersi perché. Mancanza di informazioni? Paura? Disagio sociale? Difficoltà di accesso ai servizi? Disinformazione? Sfiducia nelle istituzioni? Un sistema territoriale che non ha più uomini e strumenti per seguire tutti?

Queste domande dovrebbero essere al centro del dibattito.

E invece la sanità pubblica continua a essere trattata come una voce di spesa da comprimere. Si parla continuamente di ospedali e liste d’attesa, molto meno di ciò che dovrebbe impedire alle persone di ammalarsi. Le campagne di prevenzione vengono ridimensionate, i servizi territoriali accorpati, il personale diminuisce e gli spazi si restringono.

È un processo che molti operatori sanitari conoscono bene. Centri dedicati alla prevenzione e alle vaccinazioni vengono assorbiti in strutture più grandi, con meno autonomia, meno personale e meno attenzione specifica. Il risultato è sempre lo stesso: la prevenzione perde visibilità e capacità di raggiungere le persone.

E mentre si risparmia sulla prevenzione, si continua a giocare politicamente con la scienza.

Durante la pandemia abbiamo assistito a campagne vaccinali senza precedenti, realizzate da migliaia di professionisti sanitari in condizioni difficilissime. Eppure, invece di difendere e rafforzare quella cultura della prevenzione, una parte del dibattito pubblico ha trasformato vaccini e competenze scientifiche in un terreno di scontro ideologico.

Fino al punto che Fratelli d’Italia ha presentato un emendamento per consentire, a determinate condizioni, la reiscrizione negli Ordini dei sanitari radiati per fatti connessi alla pandemia, emendamento approvato in Commissione il 14 luglio.

Non è un dettaglio politico.

È un segnale. Perché la politica, quando interviene sulla sanità, non manda soltanto messaggi legislativi: costruisce un clima culturale. E se quel clima continua a insinuare il dubbio che scienza e competenza siano soltanto opinioni contrapposte, il danno alla prevenzione può essere enorme.

La scienza, naturalmente, non è infallibile. Proprio perché è scienza, discute, corregge, verifica, cambia idea davanti alle prove. Ma una cosa è il metodo scientifico, altra cosa è trasformare ogni evidenza in una bandiera ideologica.

Quando la politica pretende di sostituirsi alla scienza, o peggio ancora decide quali verità scientifiche siano politicamente convenienti, si perde sempre.

E questo vale anche fuori dalle vaccinazioni.

La prevenzione delle gravidanze non volute passa dall’informazione, dall’educazione, dall’accesso ai servizi e alla contraccezione. Se si rinuncia a educare i giovani, se la prevenzione viene considerata un tabù ideologico, non si risolve nulla. Si lascia semplicemente che il problema esploda dopo.

Anche qui la scienza sa indicare gli strumenti. Poi spetta alla politica decidere se usarli oppure no.

È questa la vera responsabilità.

Perciò, davanti alla morte della bambina di Palermo, sarebbe interessante che qualcuno ponesse una domanda anche a chi, in Parlamento, ha scelto di sostenere il ritorno negli Ordini dei sanitari radiati dopo le vicende legate al rifiuto della vaccinazione anti-Covid.

Che cosa pensa oggi della morte di una bambina che, secondo quanto emergerà dagli accertamenti, potrebbe essere stata esposta a una malattia prevenibile con un vaccino?

E soprattutto: quale idea di prevenzione sanitaria vuole proporre al Paese?

Perché non si può celebrare la libertà di mettere in discussione ogni evidenza scientifica e poi fingere sorpresa quando la sfiducia verso i vaccini produce conseguenze.

La libertà di opinione è una cosa. La responsabilità della politica sanitaria è un’altra.

E se c’è una lezione che Palermo può consegnarci, è che la prevenzione non è neutrale nel suo funzionamento, anche se la scienza che la guida non dovrebbe essere piegata alle convenienze di parte. Dietro ogni servizio che chiude, ogni campagna che non parte, ogni centro che perde personale, ogni ragazzo che non viene informato, ogni famiglia che non viene raggiunta, c’è una scelta.

Una scelta politica.

E allora basta con l’ipocrisia di dire, dopo ogni tragedia, che “bisogna fare di più”.

Bisogna fare di più prima.

Investire nella sanità pubblica. Rafforzare la medicina territoriale. Rimettere al centro i servizi vaccinali. Assumere personale. Informare nelle scuole. Recuperare chi non è coperto. Combattere la disinformazione senza arroganza, ma senza nemmeno mettere sullo stesso piano la ricerca scientifica e le fantasie diffuse sui social.

Perché quando una malattia prevenibile torna a uccidere, non basta ripetere che il vaccino esiste.

Bisogna chiedersi perché quella prevenzione non è arrivata.

E, soprattutto, chi ha deciso che non era più una priorità.

 

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