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Pensioni a 41 anni: una promessa che rischia di costare cara

Futuro Nazionale propone l’uscita a 41 anni, ma senza indicare costi, coperture e sostenibilità di una riforma così ambiziosa.

Pensioni a 41 anni: una promessa che rischia di costare cara

Il programma di Futuro Nazionale si presenta con l’ambizione dichiarata di «cambiare il mazzo da gioco» della politica italiana. Un linguaggio forte, che intercetta certamente una parte del malessere diffuso verso una politica percepita come incapace di affrontare le grandi questioni del Paese. E tra queste la previdenza occupa, senza dubbio, uno dei primi posti.

Il problema è che proprio quando si arriva alle pensioni, il programma rischia di trasformare una legittima esigenza politica in una promessa difficilmente sostenibile.

L’idea di consentire il pensionamento dopo 41 anni di contribuzione effettiva è certamente suggestiva. Per milioni di lavoratori significherebbe avere davanti una prospettiva più semplice e comprensibile rispetto all’attuale sistema, caratterizzato da requisiti differenti, deroghe, finestre e continui interventi legislativi. Il programma, inoltre, promette particolare attenzione ai lavori usuranti, alle carriere discontinue, ai lavoratori autonomi e alle donne con figli, prevedendo anche significative premialità per la maternità.

Sono principi difficilmente contestabili sul piano politico e sociale.

Ma la previdenza non vive di principi. Vive di contributi, bilanci e numeri.

Ed è proprio qui che il documento di Futuro Nazionale appare più debole. Il programma parla di un percorso graduale compatibile con gli equilibri finanziari e demografici del sistema previdenziale, ma non quantifica il costo dell’operazione e, soprattutto, non indica con precisione dove reperire le risorse necessarie.

Questa non è una questione secondaria. È la questione centrale.

Oggi l’età pensionabile tende ad aumentare proprio perché aumenta la speranza di vita. La legge di Bilancio 2026 ha già previsto un incremento di un mese nel 2027 e di altri due mesi nel 2028, con modalità differenti a seconda dei requisiti pensionistici. E l’attuale pensione anticipata consente già l’uscita, indipendentemente dall’età, con 42 anni e 10 mesi di contributi, requisito ridotto di un anno per le donne.

Portare indistintamente tutti a 41 anni significa dunque intervenire su un meccanismo delicatissimo.

Non basta dire che l’intervento sarà «graduale». Bisogna spiegare quanto costerà ogni anno, quale sarà l’impatto sul bilancio pubblico, come cambierà il rapporto tra lavoratori e pensionati e quali risorse saranno destinate alla copertura.

Il nostro sistema previdenziale, infatti, non può essere osservato soltanto dalla parte di chi aspetta di andare in pensione. Deve essere guardato anche dalla parte di chi oggi lavora e versa i contributi che finanziano il sistema.

Nel regime contributivo il principio è ancora più evidente: il lavoratore accumula nel corso della vita un montante derivante dai contributi versati e questo capitale viene poi trasformato in una rendita pensionistica attraverso coefficienti che tengono conto anche dell’età di uscita. Più si anticipa il pensionamento, più complesso diventa mantenere l’equilibrio complessivo del sistema.

E qui emerge una contraddizione che il programma non affronta fino in fondo.

Da una parte si propone di anticipare il pensionamento; dall’altra si riconosce che crescita dell’occupazione, produttività, natalità e ampliamento della base contributiva sono condizioni essenziali per la solidità della previdenza nel lungo periodo.

È esattamente così. Ma proprio per questo bisogna avere il coraggio di dire che la soluzione non può essere soltanto quella di consentire a chi ha raggiunto 41 anni di contributi di uscire prima.

Bisogna soprattutto aumentare il numero di coloro che lavorano, ampliare la platea dei contribuenti, favorire l’occupazione stabile dei giovani, sostenere la natalità e impedire che la precarietà contributiva si trasformi domani in una nuova emergenza pensionistica.

Il vero problema della previdenza italiana, infatti, non è soltanto quando mandare in pensione le persone. È soprattutto chi pagherà le pensioni di domani.

E questo interrogativo diventa ancora più pesante davanti alla crisi demografica richiamata dallo stesso programma di Futuro Nazionale.

Meno giovani significa meno lavoratori. Meno lavoratori significa meno contributi. Più pensionati significa maggiore spesa. È una dinamica elementare che nessun manifesto politico può ignorare.

Per questo il programma avrebbe dovuto avere il coraggio di entrare nei dettagli. Non necessariamente con un documento tecnico di centinaia di pagine, ma almeno indicando una stima dei costi, le fonti di finanziamento e il percorso attraverso il quale arrivare ai 41 anni senza mettere ulteriormente sotto pressione i conti previdenziali.

Altrimenti il rischio è quello, già troppe volte visto nella politica italiana, di presentare una misura molto popolare lasciando però ad altri il compito di spiegare quanto costa.

È interessante, sotto questo profilo, il richiamo alla proposta del professor Carlo Cottarelli: obbligare i partiti a spiegare come intendono finanziare i provvedimenti promessi in campagna elettorale.

Sarebbe una regola di trasparenza elementare.

Perché un conto è dire agli italiani che potranno andare in pensione dopo 41 anni di contributi. Un altro è spiegare loro quanto costerà questa scelta e, soprattutto, chi sarà chiamato a pagarla.

Il programma contiene anche proposte interessanti sulla previdenza complementare, sulla deducibilità dei versamenti e sull’educazione finanziaria. Ma anche qui occorre evitare che la previdenza complementare venga utilizzata come foglia di fico per nascondere le difficoltà della previdenza obbligatoria.

Il giudizio, dunque, non può essere liquidato né con un applauso né con una bocciatura ideologica.

Futuro Nazionale individua alcuni problemi veri e propone obiettivi in larga parte condivisibili. Ma tra l’individuazione del problema e la soluzione c’è di mezzo la realtà dei conti pubblici.

Ed è proprio questa realtà che un programma politico dovrebbe avere il coraggio di affrontare.

La pensione a 41 anni può essere un obiettivo. Può persino essere un obiettivo politico legittimo. Ma per diventare una riforma credibile deve essere accompagnata da numeri, tempi e coperture.

Altrimenti rimane una promessa.

E le promesse previdenziali sono particolarmente pericolose perché hanno una caratteristica che le distingue da tutte le altre: quando arriva il momento di pagare il conto, chi le ha fatte potrebbe non essere più al governo, ma il conto resta nelle mani dei cittadini.

Futuro Nazionale dice di voler «cambiare il mazzo». Bene. Ma prima di distribuire le carte sarebbe opportuno mostrarle tutte.

Perché sulla previdenza non si può giocare a carte coperte.

 

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