Schlein stoppa Conte: "Prima il programma, poi le primarie"
La segretaria Pd frena Conte: prima un programma comune, poi le primarie. Scontro sull'Ucraina divide il centrosinistra.
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Più che una polemica sulle primarie, quella esplosa tra Elly Schlein e Giuseppe Conte è la prima vera resa dei conti sulla natura del futuro centrosinistra. La risposta della segretaria del Partito Democratico al leader del Movimento 5 Stelle – «prima il programma, poi le primarie» – non è soltanto una correzione procedurale. È il riconoscimento che la coalizione, al momento, non esiste ancora sul piano politico.
Conte vorrebbe affidare alle primarie anche la scelta della linea da seguire sull’Ucraina e sulle forniture militari a Kiev, trasformando il voto popolare in uno strumento di definizione dell’identità della coalizione. Schlein ribalta l’impostazione: prima si stabilisce cosa si vuole fare, poi si decide chi dovrà guidare quel progetto. Una differenza che può apparire tecnica, ma che in realtà fotografa due idee profondamente diverse della politica.
Il punto è che il cosiddetto campo largo continua a essere un contenitore elettorale più che una proposta di governo. Sul piano sociale ed economico esistono ampi margini di convergenza, ma quando il confronto si sposta sulla politica estera, sulla difesa europea e sul rapporto con la Nato emergono fratture che nessuna formula organizzativa può cancellare. L’Ucraina è diventata il simbolo di queste contraddizioni. Per il Partito Democratico il sostegno a Kiev resta una scelta coerente con l’appartenenza europea e atlantica dell’Italia. Per il Movimento 5 Stelle, invece, quella stessa scelta rappresenta un errore politico da correggere attraverso una netta discontinuità.
È difficile immaginare che una divergenza di questa portata possa essere risolta davanti ai gazebo. Le primarie servono a scegliere un leader quando una coalizione ha già definito valori, priorità e obiettivi. Se diventano il luogo in cui si decide la linea politica, rischiano inevitabilmente di trasformarsi in un congresso permanente combattuto davanti agli elettori. Non rafforzano l’alleanza: ne mettono in piazza le divisioni.
Non è un caso che, al di là delle diverse sensibilità, anche Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli abbiano condiviso il principio indicato da Schlein: prima il programma, poi il candidato. Diversa la posizione di Matteo Renzi, che considera invece le primarie lo strumento naturale attraverso cui far emergere le differenti culture politiche del centrosinistra. Ma anche questa impostazione presuppone una condizione essenziale: che chi perde accetti senza riserve il risultato. Una condizione che, osservando gli attuali rapporti tra Pd e Movimento 5 Stelle, appare tutt’altro che scontata.
Carlo Calenda, da parte sua, pone la questione nei termini più radicali: prima ancora del candidato bisogna chiarire se sia possibile costruire una coalizione tra forze che esprimono visioni opposte sulla politica estera. È una domanda che molti elettori si pongono e alla quale, finora, nessuno ha dato una risposta convincente.
Nel frattempo il centrodestra osserva e incassa. Antonio Tajani ha colto immediatamente l’occasione per mettere il Pd sotto pressione, accusandolo di ambiguità rispetto alle posizioni di Conte e chiedendo a Schlein di chiarire definitivamente da quale parte intenda collocarsi. È la naturale conseguenza di una divisione che offre agli avversari un argomento politico difficilmente trascurabile.
Ma c’è un elemento che merita una riflessione ulteriore. La proposta di Conte non sembra nascere soltanto dall’esigenza di coinvolgere gli elettori. Ha anche una chiara valenza strategica. Portare il confronto sulle armi all’Ucraina significa spostare il terreno della competizione sul dossier che più distingue il Movimento 5 Stelle dal Partito Democratico. In altre parole, costringere Schlein a scegliere tra la difesa della collocazione europea del Pd e la necessità di mantenere unita la coalizione. È una mossa che, comunque vada, rafforza la centralità politica del leader pentastellato.
Non sorprende, quindi, il giudizio severo espresso da Paolo Mieli. L’ex direttore del Corriere della Sera sostiene che le primarie italiane funzionano soltanto quando devono consacrare un leader già individuato. Se invece diventano il terreno di uno scontro politico così radicale, finiscono per produrre l’effetto opposto: alimentano le divisioni invece di risolverle. Da qui la sua conclusione, volutamente provocatoria: «Le primarie all’italiana o sono fasulle o sono una iattura».
Il punto centrale, tuttavia, resta un altro. Conte e Schlein non stanno discutendo semplicemente di regole. Stanno contendendosi la leadership culturale e politica dell’opposizione. Il leader del Movimento 5 Stelle punta a diventare il punto di riferimento di un’area sempre più critica verso il riarmo europeo e verso l’impostazione atlantica della politica estera. Schlein, invece, è chiamata a difendere il profilo riformista ed europeista del Partito Democratico senza rompere il fragile equilibrio necessario per costruire un’alternativa di governo.
È il paradosso che accompagna il centrosinistra da anni. La matematica elettorale suggerisce che senza il Movimento 5 Stelle è quasi impossibile battere il centrodestra. La politica, però, continua a dimostrare che sommare i voti non significa necessariamente costruire una coalizione. Le differenze non riguardano più soltanto i programmi, ma la stessa idea di collocazione internazionale dell’Italia, di rapporto con l’Europa e di esercizio della leadership.
Per questo il confronto di queste ore assume un valore che va ben oltre la polemica sulle primarie. È il primo vero test sulla credibilità del progetto alternativo al governo Meloni. Se il centrosinistra non riuscirà prima a definire un’identità comune, ogni discussione sul candidato premier rischierà di trasformarsi in una battaglia per il comando di una coalizione che, nei fatti, non è ancora nata.
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