Anno: XXVIII - Numero 150    
Lunedì 3 Agosto 2026 ore 13:30
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L’invasione

Tra emergenza e integrazione, l'immigrazione impone strategie di lungo periodo, sicurezza, legalità e cooperazione con i Paesi d'origine.

L’invasione

Le scene drammatiche delle migliaia di giovani marocchini che hanno attraversato il mare a nuoto per entrare in territorio spagnolo, a Ceuta, hanno fatto il giro del mondo ed hanno dato lo spunto ai giornali di ogni tendenza per alcune riflessioni. Che non sono nuove, già sentite, perché il fenomeno dell’immigrazione incontrollata preoccupa in varia misura i governi d’Europa, in particolare quelli dell’area mediterranea e dell’Italia in primo luogo.

Siamo di fronte a uno dei fenomeni che si ripetono nella storia del mondo, che ha conosciuto, come abbiamo imparato fin dalle elementari, molteplici migrazioni, un tempo prevalentemente dal Nord verso il Sud di interi popoli hanno abbandonato territori inospitali alla ricerca dei tepori mediterranei. E il ”bel Paese” è stato tra i preferiti. Attiravano il clima, le terre fertili, la fama dei popoli che abitavano lo Stivale, la luminosa storia di Roma.

Oggi tuttavia il fenomeno è molto diverso e si indirizza da Sud e da Oriente verso l’Europa, sempre alla ricerca di condizioni di vita migliori, alle quali i popoli civili non negano delle aspettative ma a condizione, ovviamente, di compatibilità. Perché se i migranti superano un certo numero la loro convivenza con gli abitanti del paese che li accoglie può diventare intollerabile. Perché se mancano possibilità di lavoro evidentemente il migrante è spinto a delinquere per sopravvivere o è destinato a cadere nelle mani della criminalità organizzata che lo utilizza per lo spaccio di droghe, per minacciare, per uccidere. Per non dire dello sfruttamento della manodopera nell’edilizia e soprattutto nelle campagne che conosciamo dai giornali, nel silenzio delle autorità.

L’ingresso di immigrati si può dunque consentire a condizioni che vi sia la possibilità di impiegarli in attività lavorative dignitose, in modo che possano vivere accanto agli abitanti del paese che li ospita. Si chiama integrazione. Quasi mai facile. Molti, come abbiamo constatato, provengono da ambienti difficili dove la violenza è la regola della vita quotidiana, per cui ritengono, anche per un certo lassismo delle autorità di polizia, che sia possibile vivere di prepotenza e di sopraffazione. Di mancanza di rispetto nei confronti dell’ambiente che pure li ha accolti.

Naturalmente, dietro l’immigrazione incontrollata ci sono interessi rilevanti. Di chi organizza le partenze, lucrando sulla disperazione di queste persone. Autentici “negrieri” che reclutano gente e ne organizzano il viaggio che nessuno di loro sarebbe individualmente in condizione di effettuare. Una volta arrivati a destinazione c’è chi gestisce l’accoglienza. Che non si pone il problema di integrare queste persone o di farle lavorare ma che sistema spesso in modo precario, non di rado in condizioni subumane. In un caso venuto agli “onori” della giustizia addirittura venivano tenuti in una porcilaia. Sempre a spese dello Stato. È, avrebbe detto Trilussa, “un gran giro di quatrini” al di qua e al di là del mare.

E allora bisogna tenere conto del fatto che il numero degli immigrati e la loro qualità deve essere valutata dallo Stato che li accoglie in relazione alla possibilità che questi lavorino e anche che si integrino. Cosa non facile, perché questi gruppi fra loro molto omogenei si isolano, rimangono chiusi nelle loro tradizioni. Sono una comunità autonoma organizzata con una rete fitta di moschee, scuole coraniche, ambulatori e centri ricreativi, macellerie e alimentari a halal, enti assistenziali e finanziari, tribunali sharaitici, centri studi sulla “islamofobia” e centri di formazione per iman, siti in Rete che propagandano l’islam e promuovono il proselitismo. Insomma, una bomba ad orologeria perché tra quelli di seconda e terza generazione esplodono risentimenti nei confronti dei cittadini del paese che li ospita, semplicemente una ostilità nei confronti dell’ambiente che considerano, rispetto alle loro tradizioni, corrotto.

Non va trascurato che gli immigrati di religione islamica, ad esempio, si considerano portatori ideale religiosi, spirituali e familiari che ritengono superiori rispetto ai nostri. Con la conseguenza che si determinano delle reazioni violente, come avvenuto in Francia o in Belgio. O come dimostrano gli attentati che vengono portati a manifestazioni di carattere culturale, ambientale, turistico in giro per l’Europa, da Nizza a Berlino. È difficile controllare chi aspira al martirio in nome di un dio che promette ricompensare per il sacrificio.

Quindi il fenomeno va gestito con molta responsabilità, espellendo senza mezzi termini chi delinque. Perché se un delinquente italiano ce lo dobbiamo tenere non ci dobbiamo tenere un delinquente di origine straniera ancorché nato in Italia. E comunque non essendo possibile riproporre forme di colonialismo che un tempo consentivano di gestire in loco facilmente quei popoli dell’Africa dell’Asia gli Stati europei hanno il dovere di individuare forme di collaborazione con i paesi di origine di queste persone cercando in qualche modo di creare condizioni di vita migliori tali che non li spingano a lasciare il loro paese.

Non è facile, non è assolutamente facile. Anzi è difficile, ma è un tentativo che va fatto.

In proposito richiamo il discorso di ieri del Presidente Mattarella alla stampa in occasione della cerimonia del “ventaglio”. Ha richiamato “le parole con cui, riguardo all’epocale e globale fenomeno delle migrazioni, Leone XIV ha richiamato le coscienze di chi, nel mondo, riveste responsabilità istituzionali.

Personalmente ritengo indiscutibile – e condivido appieno – la considerazione del Pontefice della insuperabile necessità di accantonare la logica dell’emergenza – del tutto improduttiva, come risulta ormai senza ombra di dubbio – e di impegnarsi in interventi di strategia di governo del fenomeno. Strategia possibile e sostenibile. L’unica in grado di evitare l’altrimenti inevitabile destino alternativo: quello di subirne conseguenze disordinate e di cercare – vanamente – di tacitare le coscienze di fronte a quanto avviene”.

L’occasione ha consentito al Presidente di dire che è “comprensibile e opportuno dedicare attenzione alle modalità e ai problemi connessi a chi arriva nel nostro Paese”. Aggiungendo l’augurio, molto opportuno che “almeno una parte di questa attenzione sia riversata anche a chi parte: ai numerosi nostri giovani che si trasferiscono all’estero non per scelta ma per necessità”.

Tornando alle scene di Ceuta il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha preannunciato iniziative per il controllo delle frontiere anche eventualmente mediante la sospensione del trattato di Schengen nei rapporti con la Spagna per evitare che si riversi sull’Italia questa marea di persone disperate, disponibili a tutto.

Una conclusione finale anche questa non nuova ci porta a dire che chiudiamo la o tentiamo di chiudere la stalla quando i buoi sono già fuggiti. Tradotto i fenomeni vanno studiati e individuati nella loro realtà nel momento in cui si manifestano, evitando di attendere che abbiano un carattere di drammaticità che diventa difficile gestire, spesso con misure eccezionali e drastiche che possono apparire difficili e inumane. L’Italia e l’Europa devono imparare dall’antica Roma che aveva una grande disponibilità all’accoglienza purché il migrante dimostrasse di rispettare le leggi di Roma e fosse consapevole dei valori civili e spirituali che identificavano la romanità. In mancanza Roma non aveva difficoltà a espellere il singolo o una comunità. In questo modo l’impero romano si è arricchito di persone capaci, devote alla storia di Roma che hanno fatto di quella comunità una grande realtà, il centro della civiltà occidentale.

 

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