Baby gang senza pietà, ora servono pene esemplari
La violenza supera ogni limite. Giuste le misure del governo per contrastare baby gang e criminalità minorile.
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Un’aggressione pianificata, un sequestro durato ore, umiliazioni, percosse, una rapina e perfino il video delle violenze utilizzato come strumento di scherno. Chiamarla “bravata” sarebbe un insulto alle vittime e alla realtà dei fatti. Quanto accaduto in provincia di Treviso, riportata da Il Gazzettino dove due gemelli di 14 anni sarebbero stati attirati in una trappola, denudati, picchiati e tenuti sotto il controllo di un gruppo di coetanei, rappresenta un salto di qualità inquietante nella criminalità minorile.
Secondo quanto denunciato dai genitori il branco avrebbe agito con modalità che ricordano quelle delle organizzazioni criminali: un’esca per attirare le vittime, il sequestro dei cellulari e del denaro, le violenze fisiche e psicologiche, le minacce, la registrazione dei soprusi e la loro diffusione. Persino il gesto dell’undicenne che avrebbe inviato il video alla madre non per denunciare, ma per divertimento, racconta un degrado educativo e morale che non può essere ignorato.
Non si tratta di episodi di bullismo scolastico né di semplici ragazzate. Quando un gruppo organizza una spedizione punitiva, priva due coetanei della libertà, li umilia e li terrorizza per ore, si entra nel terreno della delinquenza organizzata. La giovane età degli autori impone certamente il rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento, ma non può trasformarsi in una zona franca di impunità.
Per questo appare condivisibile l’inasprimento delle misure adottate dal governo contro le baby gang e la criminalità minorile. Rafforzare gli strumenti di prevenzione, consentire interventi più rapidi delle autorità, responsabilizzare le famiglie e prevedere conseguenze certe per chi commette reati gravi rappresentano una risposta necessaria davanti a fenomeni che stanno assumendo livelli di violenza sempre più allarmanti.
Accanto alla fermezza repressiva resta indispensabile un grande investimento educativo, che coinvolga scuola, famiglie, servizi sociali e associazioni. Ma educazione e prevenzione non possono sostituire la certezza della risposta dello Stato quando vengono commessi reati di tale gravità.
La vicenda di Treviso deve essere un campanello d’allarme per tutto il Paese. Le immagini di due ragazzi in lacrime, umiliati e picchiati mentre i loro aggressori ridono e filmano la scena, impongono una riflessione collettiva. La solidarietà va innanzitutto alle vittime e alle loro famiglie. Allo Stato spetta il compito di assicurare giustizia e impedire che episodi di questa brutalità diventino la nuova normalità.
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