Anno: XXVIII - Numero 141    
Martedì 21 Luglio 2026 ore 13:30
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Caso Fakir, applicato lo scudo agli agenti.

Cosa dice il protocollo sulle “persone non collaborative”

Caso Fakir, applicato lo scudo agli agenti.

Il video mostra gli ultimi minuti di vita dell’uomo. Le linee guida elaborate a maggio dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza indicano di non prolungare la posizione prona e la compressione del torace, e di controllare la respirazione. Al vaglio dei pm ci sono 2 agenti e 4 operatori sanitari: sarà l’inchiesta a stabilire tempi, condotte e responsabilità

Due agenti lo immobilizzano, gli operatori di un’ambulanza assistono alla scena. Il quarantaduenne si dimena, ansima, ripete “aiuto, basta”. Intorno al minuto due e trenta non si muove più. I sanitari si avvicinano soltanto alla fine, quando occorre verificare se respiri ancora. Sono immagini che colpiscono, ma non raccontano tutto. Non mostrano l’inizio dell’intervento e, da sole, non permettono di stabilire né il momento né la causa della morte. Sarà la Procura a dover ricostruire l’intera sequenza, mettendo insieme le chiamate ai numeri di emergenza, le comunicazioni radio, gli altri filmati, le testimonianze, gli accertamenti medico-legali e le eventuali immagini registrate dalla bodycam indossata da uno degli agenti. Sono sei le persone iscritte nel registro delle annotazioni preliminari della Procura di Bologna, come diposto dal nuovo scudo introdotto nell’ordinamento italiano dal decreto Sicurezza: si tratta di due agenti del commissariato Bolognina Pontevecchio e quattro operatori sanitari. 

Le prime telefonate al 112 segnalavano un uomo in forte stato di agitazione, che gridava e danneggiava un’automobile. Sul posto era arrivata una volante e, secondo le informazioni finora disponibili, erano stati gli stessi agenti a chiedere l’intervento del 118. I poliziotti avrebbero provato a calmare Fakir, che si sarebbe però scagliato contro di loro. Avrebbero quindi usato lo spray urticante e tentato di ammanettarlo, bloccandolo a terra con le braccia dietro la schiena. Secondo quanto riferito dai familiari, l’uomo soffriva d’asma e aveva avuto crisi ripetute.

Sarà, come detto, la Procura ad accertare eventuali responsabilità individuali. Ma in situazioni come questa, quali protocolli devono essere seguiti? E come si coordinano polizia e personale sanitario?

Nel maggio scorso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha trasmesso ai sindacati le Linee guida per la gestione delle “persone non collaborative”, elaborate dalla Direzione centrale anticrimine insieme alla Direzione centrale di sanità e all’Ispettorato delle scuole della Polizia di Stato. Il documento, viene spiegato, nasce per orientare gli interventi nei confronti di persone che rifiutano ordini o regole e che possono trovarsi in una condizione di fragilità psichica o psicologica, oppure agire sotto l’effetto di alcol o sostanze. Le indicazioni prevedono anzitutto la tempestiva comunicazione con la sala operativa, la richiesta di personale di supporto e il coinvolgimento del soccorso sanitario. Quando le condizioni lo consentono, il primo approccio deve fondarsi sulla comunicazione empatica: osservare l’ambiente, mantenere le distanze, usare un linguaggio semplice e pacato, ridurre gli stimoli e cercare di convincere la persona a collaborare. Se il tentativo di de-escalation fallisce e permane un pericolo per la persona, per gli operatori o per chi si trova sul posto, è possibile ricorrere ai mezzi di coazione fisica. L’intervento deve tuttavia rispettare i criteri di necessità, urgenza, proporzionalità e gradualità, privilegiando il mezzo meno lesivo tra quelli disponibili. Il passaggio più rilevante rispetto alle immagini di Bologna si trova nella parte dedicata alla tutela sanitaria. Le linee guida prescrivono di non prolungare la posizione prona e la compressione del torace, per i rischi a carico del sistema cardiaco e degli organi respiratori. Una volta messo in sicurezza, il fermato deve essere sistemato, se necessario, in posizione laterale nell’attesa del personale sanitario. Il documento stabilisce inoltre che, se la persona manifesta segni di malessere, la presa debba essere immediatamente allentata, verificando che riesca a respirare regolarmente e richiedendo l’intervento dei sanitari. Il contenimento fisico deve essere limitato al necessario e mantenuto “per il minor tempo possibile”. 

Di fronte alla segnalazione di una persona alterata e potenzialmente pericolosa, si attivano normalmente sia le forze dell’ordine sia il soccorso sanitario. Nella pratica è spesso la pattuglia ad arrivare per prima, perché deve mettere in sicurezza l’area e contenere il pericolo immediato. Durante una colluttazione ancora in corso, i sanitari possono essere costretti a mantenere una distanza di sicurezza. Il nodo si presenta quando la persona è stata immobilizzata, ma continua a opporre resistenza. Gli agenti devono ancora garantirne il contenimento, mentre medici e infermieri sono chiamati a controllarne le condizioni cliniche e i parametri vitali, valutando gli interventi necessari. È una fase nella quale sicurezza e soccorso si sovrappongono, richiedendo procedure maggiormente condivise: la persona può apparire ancora pericolosa e, nello stesso momento, trovarsi in una condizione di rischio determinata dallo sforzo, dalla posizione del corpo o da patologie preesistenti. 

Proprio sulle linee guida, il Silp-Cgil aveva sollevato obiezioni subito dopo la loro emanazione. In una lettera inviata il 13 maggio al Dipartimento della Pubblica Sicurezza, il sindacato aveva giudicato l’approccio del documento “prettamente giuridico/operativo”, non sistemico e privo delle nozioni necessarie a riconoscere la condizione della persona non collaborativa. Il sindacato definiva le indicazioni “completamente lacunose” nella distinzione tra problemi di salute mentale, crisi ad alto rischio e condotte criminali intenzionali. Proponeva quindi di integrare il documento con il contributo degli psicologi della Polizia di Stato e di costruire indicazioni operative “interconnesse e dinamiche”, capaci di accompagnare l’intero intervento.

Già due mesi fa del caso Fakir era stata posta una questione precisa: non basta indicare agli agenti come contenere una persona; occorre metterli nelle condizioni di riconoscere la natura della crisi e la sua evoluzione. Anche per questo, dopo la morte di Fakir, il Silp-Cgil annuncia una richiesta di incontro con i vertici del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, per discutere le proposte già avanzate e rimaste senza risposta. La segreteria bolognese del sindacato ha inoltre raccolto “l’invito del Sindaco ad un momento di riflessione e di confronto sulla tragedia verificatasi, consapevoli che la chiamata ad essere presenti in piazza, non è un’azione di accusa nei confronti dell’operato dei lavoratori della Polizia di Stato, ma una richiesta di accertamento della verità e di ricerca, da parte delle istituzioni democratiche e della società civile, della strada più giusta per evitare che questi episodi possano ripetersi in futuro”.

La Procura di Bologna ha intanto applicato lo “scudo” del modello 45-bis “nei confronti di quanti hanno preso parte alle diverse fasi del prolungato intervento”. I nomi dei due agenti e dei quattro operatori sanitari non sono stati iscritti, almeno per ora, nel registro ordinario degli indagati, ma sono oggetto di un’annotazione preliminare in un modello separato. Il 45-bis, introdotto dal decreto Sicurezza, si applica quando il fatto attribuito a una persona appare essere stato commesso in evidente presenza di una possibile causa di giustificazione, come la legittima difesa o l’uso legittimo della forza. Se non sono necessari ulteriori accertamenti, il pubblico ministero deve decidere sulla richiesta di archiviazione entro trenta giorni. In caso contrario, può proseguire gli approfondimenti e valutare successivamente se archiviare o procedere con un’iscrizione ordinaria. Le condotte degli operatori restano però sottoposte al vaglio della magistratura. “C’è comunque un’indagine al loro carico, questo è il dato. Il resto mi sembrano tecnicismi, la cosa importante è capire come sono andate le cose e chi ha sbagliato”, spiegano fonti di polizia a Huffpost, che ritiene possibile un cambiamento della loro posizione con il procedere degli accertamenti irripetibili legati al decesso. Quello bolognese è uno dei primi casi di applicazione dello “scudo”.

Di Adalgisa Marrocco su Huffpost

 

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