Anno: XXVIII - Numero 135    
Lunedì 13 Luglio 2026 ore 13:30
Resta aggiornato:

Home » I principali indicatori di finanza pubblica

I principali indicatori di finanza pubblica

Perché i numeri non possono essere manipolati per fini elettorali.

I principali indicatori di finanza pubblica

“Al momento dell’Unità d’Italia l’agricoltura generava circa metà del valore aggiunto complessivo dell’economia (cioè la ricchezza prodotta dal Paese), e assorbiva una quota ancora più elevata di occupazione, mentre oggi il settore primario pesa poco più del 2%. Al contrario, il peso del settore dei servizi è cresciuto quasi costantemente, passando dal 30 fino a oltre il 70% del valore aggiunto. L’industrializzazione è stata avviata in ritardo rispetto alle altre maggiori economie europee: il contributo dell’industria al valore aggiunto fino agli anni ’30 è rimasto stabilmente intorno al 20% e solo nel Secondo dopoguerra ha raggiunto il 30%, restando su questo livello fino agli anni ’80; parallelamente, il processo di inurbamento ha sostenuto la crescita del settore delle costruzioni, fino a un picco dell’8,5% nel 1975. La riduzione di importanza dell’industria (oggi tornata alla stessa quota degli anni ’20) è un fenomeno comune alle economie mature; ciononostante, l’Italia oggi è il secondo Paese manifatturiero d’Europa, dopo la Germania. Le attività terziarie, invece, hanno un peso poco inferiore rispetto alle altre maggiori economie europee e si caratterizzano per la quota relativamente elevata dei servizi tradizionali (commercio, alloggio e ristorazione, trasporti terrestri, ecc.): nel 2024 questi rappresentano il 37% del valore aggiunto complessivo dell’economia, poco meno che in Spagna; sono invece meno sviluppati quelli più intensi in conoscenza, il cui peso complessivo sul valore aggiunto tra il 2005 e il 2024 è rimasto stabile intorno al 20%; relativamente contenuto è anche il peso dei servizi collettivi prodotti dalla Pubblica Amministrazione e nei comparti di Istruzione e Sanità, che comunque oggi rappresentano circa il 15% del valore aggiunto complessivo”. (Fonte: ISTAT, L’evoluzione del sistema economico, Giugno 2026)

La Banca d’Italia nel luglio 2026 ha pubblicato l’economia italiana in breve. con i principali indicatori di finanza pubblica.

Prima dei grafici che riporterò in questa analisi, vanno chiariti i concetti del saldo complessivo, saldo primario e debito pubblico lordo.

Il saldo complessivo è dato dalla differenza tra entrate ed uscite.

Il saldo primario è la differenza tra le entrate correnti e le uscite correnti, escludendo i pagamenti di interesse sul debito. Se il saldo primario è positivo, il bilancio pubblico sta registrando un avanzo al netto degli interessi dovuti sul debito; se è negativo, c’è un deficit primario. Questa distinzione è cruciale perché gli interessi rappresentano una componente fissa del servizio al debito che può crescere o ridursi in funzione delle condizioni di mercato, dei tassi di interesse e della gestione del debito pubblico. Il bilancio pubblico complessivo, invece, comprende anche i pagamenti degli interessi.

Il debito pubblico lordo si distingue dal netto.

  • Debito lordo: comprende tutte le obbligazioni dello Stato, inclusi titoli di debito ancora da rimborsare, interessi maturati e altre passività non ancora estinte.
  • Debito netto: si ottiene sottraendo le disponibilità liquide del Tesoro e di altri enti pubblici dal debito lordo. In poche parole, è ciò che resta reale, una volta tenute in conto le risorse immediatamente disponibili.

La differenza tra debito lordo e debito netto è significativa: in momenti di scorte di cassa elevata, il debito netto può apparire più contenuto rispetto al debito lordo, anche se la massa complessiva resta imponente. Per comprendere la situazione italiana, bisogna guardare in particolare al rapporto Debito/PIL.

Come si misura: rapporto Debito/PIL

Il rapporto Debito/PIL è lo strumento preferito per valutare la sostenibilità del debito pubblico. Indica quante anni di prodotto interno lordo servirebbero, a condizioni costanti, per rimborsare l’intero debito. Un valore alto indica una maggiore pressione sugli interessi e sui bilanci pubblici, mentre un valore in discesa suggerisce una maggiore manovrabilità di politiche fiscali e di bilancio.

Fatta questa premessa vediamo i tre grafici pubblicati da Banca D’Italia:

 

 

La ricchezza delle famiglie italiane viene stimate in circa 11 mila miliardi di euro, tra immobili e asset finanziari, questi ultimi pari a circa 6500 miliardi di euro.

Secondo la media dei polli, ad ogni famiglia si attribuiscono 435 mila euro.

Il Rapporto Eurispes 2026 collega però fatica quotidiana delle famiglie alla condizione del ceto medio italiano. Secondo i dati richiamati dall’Istituto, il potere d’acquisto del ceto medio è sceso di circa il 7,5% dal 2021, mentre nel 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6%.

La distribuzione della ricchezza mostra un divario molto ampio: il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 59,9% dell’intera ricchezza nazionale, mentre la metà più povera possiede il 7,4%. Nel decennio 2014-2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane è diminuita del 5,5%.

La soglia della classe media, secondo la definizione OCSE richiamata da Eurispes, comprende chi guadagna tra 1.877 e 5.006 euro netti al mese. Il reddito familiare più diffuso in Italia è intorno a 2.500 euro mensili, quindi nella fascia bassa di questa area.

Servono politiche più attente al ceto medio, altrimenti il futuro sarà problematico per il nostro bel Paese.

Ugualmente per l’avvocatura italiana dove l’8% di 228 mila iscritti, detiene il 50% dell’intera ricchezza.

Come riferisce in una nota Cassa forense, sul piano demografico nel 2025 gli iscritti alla Cassa sono 228.641, di cui 211.464 avvocati attivi e 17.177 pensionati, mentre nel 2025 Cassa Forense ha erogato circa 36.000 trattamenti pensionistici. Sul fronte economico nel 2024 il reddito complessivo Irpef degli avvocati ha raggiunto gli 11,2 miliardi di euro (+7,1% rispetto al 2023), mentre il volume d’affari complessivo ha superato i 16 miliardi (+5,7%). Il reddito medio si attesta a 51.912 euro (+8,9%), ma con un marcato divario di genere: 67.959 euro per gli uomini contro 33.829 per le donne. La struttura reddituale dell’avvocatura continua ad evidenziare un «assetto piramidale»: il 61,7% dei legali, infatti, «si situa sotto i 35.000 euro di reddito, a 16.000 euro di distanza dal reddito medio della professione», ma il 38,3% di coloro che percepiscono più di 35.000 euro si divide in un 17,2% con un’entrata media «tra i 35.000 e i 58.400 euro, un 13,1% che percepisce fino a 121.900 e un 7,9% che ha un reddito superiore ai 121.900 euro».

La politica deve trovare un equilibrio tra redistribuzione della ricchezza e crescita economica con interventi che promuovano entrambi gli obiettivi.

Leggere solo un numero positivo per catturare il consenso elettorale, è operazione gravemente scorretta.

 

© Riproduzione riservata

Iscriviti alla newsletter!Ricevi gli aggiornamenti settimanali delle notizie più importanti tra cui: articoli, video, eventi, corsi di formazione e libri inerenti la tua professione.

ISCRIVITI

Altre Notizie della sezione

Scudo ministeriale esteso ai laici?

Scudo ministeriale esteso ai laici?

10 Luglio 2026

Dopo l'ordinanza sulla vicenda Almasri, resta aperto il nodo dell'autorizzazione a procedere per collaboratori e reati connessi.

Archivio sezione

Commenti


×

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.