I danni al bilancio dello Stato da malagestione della pandemia da Covid
Da Giuseppe Conte a Giorgia Meloni.
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“Farlocche”, false, fasulle o di scarsa qualità, insomma inutilizzabili, eppure pagate come buone, sono le mascherine acquistate a carico del bilancio pubblico durante l’epidemia da Covid 19. Uno sperpero di denaro del quale il Parlamento vorrebbe avere ragione. E lo fa attraverso una apposita Commissione parlamentare d’inchiesta che dovrebbe accertare i fatti e determinare le responsabilità politiche da “danno erariale”, come si chiama una spesa inutile o eccessiva dovuta a dolo o a colpa grave di un pubblico amministratore o funzionario. Sul banco degli accusati il Presidente del Consiglio dell’epoca, l’Avv. Giuseppe Conte, oggi a capo del Movimento 5 Stelle, e il dottor Domenico Arcuri, Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e il contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19, già Amministratore delegato di Invitalia, che quelle mascherine ha acquistato e forse altri impegnati a fornire materiali occorrenti a combattere l’epidemia o ad assistere i malati ricoverati, caschi per consentire la respirazione, bombole d’ossigeno ed altro.
Sennonché, per far fronte all’emergenza il Governo Conte non ha soltanto semplificato le procedure ed i controlli sui contratti di acquisto, come certamente era necessario per garantire tempi brevi alle forniture, ma ha di fatto escluso le responsabilità di natura contabile ove si fossero verificati illeciti. Ciò che, evidentemente, non ha senso, considerato che snellire le procedure non doveva significare consentire impunemente acquisti di materiali scadenti.
E così nel decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76, è stato inserito un articolo, il 21, che in pratica esenta da ogni responsabilità per danno all’erario, fino ad allora prevista per dolo o colpa grave. Lo ha fatto prevedendo che “Limitatamente ai fatti commessi dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al 30 aprile 2025, la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica per l’azione di responsabilità di cui all’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, è limitata ai casi in cui la produzione del danno conseguente alla condotta del soggetto agente è da lui dolosamente voluta. La limitazione di responsabilità prevista dal primo periodo non si applica per i danni cagionati da omissione o inerzia del soggetto agente”. Con la precisazione che “La prova del dolo richiede la dimostrazione della volontà dell’evento dannoso”. In sostanza nei termini del dolo penale.
Passi il dolo così configurato, ma non si giustifica l’eliminazione della colpa grave, che tradizionalmente individua una condotta connotata da macroscopica negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero da inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline.
La limitazione della responsabilità che, si badi bene, non era riferita alle sole operazioni connesse con l’approvvigionamento di materiali e la gestione della pandemia, ma riguardava qualunque fattispecie di danno, anche lavori di costruzione o di manutenzione di immobili o la gestione del patrimonio pubblico, che aveva come termine il 30 aprile 2025, poi prorogato al 31 dicembre 2025 dal Governo Meloni.
È così accade che il più grande appalto della storia, pari a un miliardo e 251 milioni, affidato a consorzi cinesi sconosciuti per l’acquisto di mascherine rivelatisi farlocche, pagandone, sembra, il quadruplo del dovuto resta privo di responsabilità. Cioè il danno non sarà risarcito come sempre era avvenuto fin dalla istituzione dello Stato unitario, quando la classe politica dell’epoca, la Destra storica, aveva voluto che il primo giudice competente per l’intera Nazione fosse la Corte dei conti, proprio per garantire la corretta gestione della finanza pubblica. Poi sono venute le regole per reintegrare il bilancio pubblico delle somme illegittimamente erogate, regole interne e regole europee.
Non è più così. A dimostrazione del fatto che ogni partito, di destra o di sinistra, ha i suoi amministratori e funzionari da difendere se distratti o disonesti. Ed evocando il “timore della firma”, cioè la preoccupazione di causare danno erariale per “colpa grave”, quella che si configura a seguito di una condotta negligente, imprudente o imperita, ovvero che non osservi leggi, regolamenti, ordini o discipline. Incredibile ma vero. E magari quei funzionari ricevono anche il premio di produttività!
Non solo la proroga della norma di Conte. Il Governo Meloni fa propria una iniziativa del deputato Tommaso Foti che riordina la disciplina della responsabilità amministrativa prevedendo che, al più, l’autore del danno erariale risponda del 30 per cento del pregiudizio accertato dal giudice contabile. Anzi, che paghi l’assicurazione che obbligatoriamente il funzionario dovrà stipulare. E allora che senso ha la riduzione del danno se paga l’assicurazione? È un regalo alla Compagnia?
Lo chiamano “scudo erariale”, difende il singolo, incapace o disonesto, che abbia causato un danno alle casse pubbliche, cioè ai cittadini sul groppone dei quali resta il 70 per cento del danno accertato.
Siamo alla follia. In concreto, per i lettori meno competenti in materia, per le condotte attive – cioè le azioni compiute da amministratori e funzionari – la responsabilità è limitata ai soli casi di dolo, vale a dire quando il danno è stato provocato con intenzionalità. Ipotesi evidentemente del tutto residuale. La colpa grave continua invece a essere perseguibile soltanto in caso di omissioni.
Da ultimo l’obbligo, per chi gestisce risorse pubbliche, di stipulare una polizza assicurativa a copertura della colpa grave è stato rinviato al 1° gennaio 2027.
Non c’è dubbio che di questa riforma, di cui molto si parla in tono critico da parte delle opposizioni, si parlerà ancora, e molto, durante la campagna elettorale. E per questa (presunta) Destra sarà difficile spiegare perché il danno provocato all’erario con incompetenza se non con disonestà debba rimanere, per oltre due terzi, a carico del bilancio pubblico, cioè dei cittadini. Nonostante l’assicurazione!
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