Ranucci, Lavitola e il cortocircuito della credibilità
La credibilità non si proclama: si dimostra, soprattutto quando brucia.
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Per anni Sigfrido Ranucci ha costruito la propria autorevolezza su un principio semplice: chi esercita un ruolo pubblico deve spiegare anche ciò che formalmente non costituisce reato, ma che può apparire incompatibile con la funzione svolta. È il metro che Report ha applicato a politici, imprenditori, manager e uomini delle istituzioni.
Oggi quello stesso criterio si ritorce contro il suo conduttore.
Le indagini sull’attentato subito da Ranucci hanno aperto uno scenario che nessuno avrebbe immaginato. Valter Lavitola, indagato dalla Procura di Roma come presunto mandante dell’attentato, ha descritto il loro rapporto come una vera e propria amicizia, sostenendo che le rispettive famiglie si frequentavano e che gli incontri erano abituali. Lo stesso Ranucci ha confermato pubblicamente l’esistenza di un rapporto di amicizia nato dopo alcune inchieste di Report, definendo Lavitola anche una fonte utilizzata in determinate circostanze e dichiarandosi tuttavia convinto che l’amico non avrebbe mai potuto voler fare del male a lui o alla sua famiglia.
Naturalmente vale un principio fondamentale: Lavitola è indagato e non condannato, respinge ogni accusa e saranno i magistrati a stabilire se le contestazioni abbiano fondamento. Allo stesso modo, non esiste alcun elemento che dimostri interferenze di Lavitola sull’attività editoriale di Report.
Ma il punto politico e giornalistico è un altro.
Per chi ha fatto della trasparenza il proprio marchio distintivo, il tema non è soltanto la rilevanza penale dei fatti, bensì l’opportunità. Quanto era stretta quella relazione? In quali occasioni Lavitola è stato utilizzato come fonte? Sono mai esistite interlocuzioni riguardanti servizi o inchieste? Domande che non implicano colpevolezza, ma che lo stesso metodo giornalistico adottato da Report renderebbe legittime.
Ranucci ha scelto di non nascondere quell’amicizia e ha parlato apertamente del proprio “stordimento” davanti agli sviluppi dell’inchiesta. È una presa di posizione che merita di essere registrata. Ma potrebbe non bastare. Per chi ha costruito la propria credibilità sull’idea che anche i conflitti d’interesse potenziali vadano spiegati, la richiesta di piena trasparenza appare inevitabile.
Il rischio, infatti, non riguarda soltanto il destino personale del conduttore, ma quello del giornalismo d’inchiesta. Se chi pretende spiegazioni dagli altri ritiene di potersi sottrarre allo stesso scrutinio, si produce un doppio standard destinato a indebolire la fiducia dei cittadini.
La presunzione di innocenza resta intatta. La credibilità, invece, si misura anche sulla disponibilità a sottoporsi alle stesse regole che per anni si sono chieste agli altri.
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