Ania rilancia la previdenza integrativa e la sostenibilità
Dall'assemblea Ania il confronto tra Solvency Ratio e Funding Ratio delle Casse riapre il dibattito sulla tenuta previdenziale futura.
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Il 2 luglio 2026 si è tenuta l’assemblea dell’Ania e tutti i documenti, compresa la relazione del suo Presidente, sono visibili sul sito istituzionale.
Ho tratto ciò che mi interessa dal punto di vista previdenziale.
Nella sua relazione il Presidente dell’Ania ha così scritto:
«La raccolta premi complessiva ha raggiunto i 182 miliardi di euro, segnando una crescita solida del 7,8%. Un incremento simmetrico che vede il comparto Danni crescere del 6,5% e il comparto Vita confermare la sua traiettoria di sviluppo oltre l’8%. La nostra solidità patrimoniale complessiva, misurata da un Solvency Ratio medio settoriale saldamente al 274%, si posiziona ai vertici europei, confermando le nostre compagnie come una roccia di stabilità per l’intero sistema macroeconomico italiano. Siamo il primo investitore istituzionale privato dell’Italia: con oltre 1.000 miliardi di euro di investimenti attivi, dei quali circa un quarto allocati nel nostro debito sovrano, finanziamo direttamente lo sviluppo della nazione, le sue infrastrutture e la sua economia reale. – Contribuiamo – e lo dico con un certo orgoglio – con circa 14 miliardi di euro alle entrate fiscali dello Stato, tra imposte dirette ed indirette, e offriamo a circa 300 mila famiglie che operano nella nostra filiera, posti di lavoro caratterizzati da qualità e stabilità seconde a nessun altro comparto produttivo.
Abbiamo finalmente aperto il cantiere della previdenza integrativa: troppo pochi sono ancora i lavoratori iscritti. Oltre due lavoratori su tre saranno esposti al rischio povertà quando saranno anziani. Servono educazione previdenziale, incentivi finanziari e serve un settore – quello dei fondi pensione – competitivo ed efficiente. Ed esattamente in questa direzione vanno le misure approvate nella scorsa legge di bilancio che hanno aumentato, anche se timidamente, la deducibilità fiscale, hanno liberalizzato la portabilità dei contributi dei datori di lavoro, e hanno introdotto l’iscrizione automatica dei nuovi assunti.
Nella previdenza integrativa abbiamo le idee molto chiare: bisogna far conoscere cos’è, soprattutto ai giovani. Qui proponiamo un “bonus di ingresso”: una somma, anche simbolica, che lo Stato erogherebbe a tutte le ragazze ed i ragazzi che compiono i diciotto anni, con il vincolo di investirla in un fondo pensione o in una polizza previdenziale. I diciottenni che la riceveranno si renderanno conto, all’ingresso nel mondo del lavoro, che quei 100 euro saranno diventati 130, 140 o anche 160 e capiranno immediatamente il valore della previdenza integrativa. Vogliamo inoltre difendere il principio della portabilità dei contributi datoriali e quindi della libertà di scelta di milioni di iscritti in quale fondo o polizza previdenziale investire per il proprio futuro pensionamento. Ciò per garantire la necessaria concorrenza tra le varie forme di previdenza presenti sul mercato e generare costi inferiori e rendimenti migliori. Sento dire che c’è chi vorrebbe rinviare sine die l’entrata in vigore di questa misura appena introdotta, perché metterebbe in crisi i fondi pensione datoriali. Non è questo l’obiettivo e certamente andranno previste forme di tutela delle situazioni in essere, ma sia chiaro: il principio di libertà di scelta per gli iscritti e di concorrenza di mercato non può venir sacrificato di fronte all’esigenza di preservare uno status quo che rappresenta uno dei limiti alla diffusione del settore. Discutiamo certamente sul come realizzarla, ma prendiamo atto che non si può tornare indietro. Vogliamo infine aumentare con decisione gli incentivi: i 135,43 euro che l’anno scorso sono stati concessi sul limite di deducibilità portandolo a 5.300,00 euro sono stati il primo passo ma non sono ancora sufficienti a convincere i 20 milioni di potenziali iscritti che ancora esitano ad iscriversi. La fiscalità dovrebbe inoltre favorire maggiormente la scelta della rendita rispetto all’opzione capitale. Non è un tema di trovare le risorse: il costo di queste coperture è irrilevante se confrontato con i risparmi che lo Stato otterrebbe nell’evitare quella che si può ben definire la “futura povertà dei pensionati”.» (Fonte: intervento del Presidente di Ania del 02.07.2026)
Il mondo delle imprese di assicurazione si avvicina molto al mondo delle Casse di previdenza.
Nelle imprese di assicurazione la sostenibilità del sistema si misura attraverso lo strumento del Solvency ratio.
Il coefficiente di solvibilità (Solvency Ratio) misura il livello di patrimonializzazione di una compagnia assicurativa.
È calcolato come rapporto tra il i fondi propri (Own Funds) e il requisito di capitale di solvibilità (Solvency Capital Requirement) a una certa data. I fondi propri sono determinati a partire dalla valutazione del bilancio della Compagnia a valori di mercato (Fair Value) mentre lo Scr è determinato valutando i rischi sottostanti al business sviluppato secondo quanto previsto dalla Normativa Solvency II.
Per le Casse di previdenza la sostenibilità di lungo periodo si misura attraverso il funding ratio che è il rapporto tra la patrimonializzazione e il debito latente.
Per un ente di previdenza è estremamente significativo misurare rispetto al proprio attivo patrimoniale, la percentuale di copertura dell’esposizione debitoria pensionistica complessiva, maturata e maturanda, ovvero che comprenda non solo il valore attuale delle pensioni in essere ma anche quelle maturate dagli iscritti attivi per ciascuna classe di età. Il Funding ratio rappresenta la previsione prospettica che sintetizza in un indicatore il patrimonio accumulato ad una certa data rapportato al debito previdenziale maturato ed esprime in forma sintetica lo stress test sull’andamento della solidità finanziaria futura rapportata all’evoluzione demografica della popolazione degli iscritti.
Per le Casse che conosco si aggira intorno al 40%, ad eccezione della Cassa dei commercialisti che ha un funding ratio superiore al 60%.
La sostenibilità nelle imprese di assicurazione c’è ed è molto buona essendo pari al 274% mentre nelle Casse di previdenza la patrimonializzazione è ancora insufficiente, dato che tra non molti anni il rapporto attivi v pensionati sarà di 1 a 1, il che significa saldi previdenziali negativi con la necessità di accedere prima al rendimento e poi al patrimonio stesso per pagare le pensioni.
Da sempre vado argomentando che la sostenibilità della previdenza non può dipendere dalla volatilità sui mercati finanziari e allora bisogna che il sistema garantisca un rendimento minimo, pari almeno a quello del Trf e non dovrebbe essere difficile se la maggior parte della dottrina, escluso il prof. Beppe Scienza molto scettico sul rendimento del fondi pensione, spinge per portare quei 20 milioni di lavoratori nei fondi pensione che, mutuando dal Presidente di Ania, dovranno essere competitivi ed efficienti.
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