Pd, la fiera degli scacciavoti
A un anno dal voto, Schlein punta su identità e diritti. Ma salari, bollette e sicurezza restano fuori dal programma.
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A un anno dalle elezioni politiche, nel Partito democratico sembra prevalere una curiosa teoria della conquista del consenso: invece di parlare agli elettori che mancano all’appello, si continua a coccolare quelli che già ci sono. La Festa dell’Unità 2026 ne offre una rappresentazione plastica. Più che una grande manifestazione popolare pensata per intercettare le preoccupazioni degli italiani, il programma assomiglia a una lunga maratona di dibattiti identitari, con una concentrazione di temi e relatori che rischia di entusiasmare gli attivisti più ideologizzati e di lasciare completamente indifferente il resto del Paese.
L’elenco degli ospiti è eloquente. Da Laura Boldrini a Marta Bonafoni, passando per Michela Di Biase, Igiaba Scego e Annalisa Corrado, sfila un campionario pressoché perfetto dell’universo politico e culturale che oggi gravita attorno a Elly Schlein. Un mondo che parla soprattutto di diritti, patriarcato, inclusione, linguaggio, colonialismo, emergenza climatica e rappresentazione delle minoranze.
Temi legittimi, naturalmente. Il problema nasce quando diventano quasi gli unici temi. Perché fuori dai circoli, dalle assemblee e dai seminari del Nazareno esiste un Paese che ogni giorno si confronta con problemi molto più concreti: salari che non crescono, bollette che continuano a pesare sui bilanci familiari, pressione fiscale elevata, costo della vita in aumento, lavoro precario, crisi industriali, immigrazione irregolare e sicurezza urbana.
Eppure, scorrendo il programma della manifestazione, di tutto questo si trova ben poco. Come se il Pd avesse deciso di rinunciare in partenza a contendere alla destra quei milioni di elettori che chiedono risposte pragmatiche e non lezioni di pedagogia politica.
La sensazione è che il gruppo dirigente schleiniano abbia definitivamente scelto il proprio campo: non quello della costruzione di una maggioranza sociale, ma quello della rappresentanza di una minoranza culturalmente molto attiva e mediaticamente influente. Una scelta che può garantire applausi nei festival, nelle università e sui social network, ma che rischia di trasformarsi in un boomerang quando arriva il momento di mettere la scheda nell’urna.
Emblematica, in questo senso, è la figura di Marta Bonafoni. Coordinatrice della segreteria nazionale del Pd, presenza fissa in tutte le iniziative identitarie del partito, Bonafoni è ormai considerata una delle persone più vicine a Elly Schlein. La si vede ai Pride, alle manifestazioni, alle presentazioni di libri, agli incontri dedicati ai diritti civili. Molto meno sui dossier economici o sui grandi temi sociali che tradizionalmente costituivano il cuore della sinistra di governo.
Eppure, secondo le indiscrezioni che circolano nei corridoi del Nazareno, potrebbe essere destinata a un ruolo di primo piano in un futuro esecutivo guidato dalla segretaria dem. Una prospettiva che racconta meglio di molte analisi quale sia oggi il baricentro politico del partito.
Nel frattempo, mentre il centrosinistra non ha ancora definito né una coalizione né un programma comune, nel Pd è già partita la distribuzione preventiva delle poltrone. Da settimane rimbalzano nomi, incarichi e ipotesi di governo. Francesco Boccia all’Economia o alla presidenza del Senato. Marco Furfaro al Welfare. Marco Sarracino al Sud. Michela Di Biase sottosegretaria alla Giustizia. Chiara Braga ai Rapporti con il Parlamento. Peppe Provenzano agli Esteri. Franco Gabrielli al Viminale. E così via.
Un esercizio che ha qualcosa di surreale. Non soltanto per ragioni scaramantiche — il precedente della “non vittoria” di Pier Luigi Bersani nel 2013 dovrebbe aver insegnato qualcosa — ma soprattutto perché manca ancora il presupposto fondamentale: convincere gli italiani a votare per il centrosinistra.
Persino Goffredo Bettini, uno che certamente non può essere accusato di ostilità verso Schlein, ha invitato a smetterla con il toto-ministri. Prima bisognerebbe costruire una proposta politica credibile. Prima bisognerebbe capire con chi governare. Prima bisognerebbe spiegare agli elettori perché scegliere il Pd.
Invece sembra prevalere un’altra convinzione: che la vittoria arriverà quasi automaticamente, grazie agli errori della destra. Una sorta di fatalismo ottimistico che attribuisce a Giorgia Meloni e a Roberto Vannacci il compito di consegnare il governo all’opposizione.
È una scommessa rischiosa. Perché le elezioni non si vincono per inerzia. E soprattutto non si vincono parlando soltanto a chi è già convinto.
La verità è che il Pd continua a mostrare una straordinaria difficoltà nel confrontarsi con le questioni che orientano davvero il voto popolare. L’impressione è che il partito si senta più a suo agio discutendo di patriarcato che di buste paga, più impegnato a decostruire stereotipi culturali che a proporre una ricetta per aumentare i salari, più interessato alle battaglie simboliche che ai problemi materiali.
È una scelta politica precisa, non una distrazione. Ed è anche il motivo per cui, nonostante le difficoltà del governo e il fisiologico logoramento della maggioranza, il centrosinistra continua a faticare nella costruzione di un’alternativa davvero competitiva.
A un anno dal voto, la domanda resta inevitabile: il Pd vuole conquistare gli elettori che oggi votano altrove oppure preferisce continuare a parlare esclusivamente alla propria comunità ideologica? Perché tra una Festa dell’Unità trasformata in convention identitaria e un Paese che chiede risposte su stipendi, sicurezza e costo della vita, la distanza rischia di diventare ogni giorno più difficile da colmare.
E poi ci si stupisce se qualcuno finisce per votare Vannacci.
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