Il coraggio di Antigone e il diritto calpestato dal potere della forza
Il tema di Siracusa è "Antigone e il suo paradosso". Non solo il conflitto tra la legge morale e il diritto positivo ma il contrasto tra potere costituito e diritto.
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Ci sono quelle esperienze irripetibili, che se riesci a viverle più di una volta, rendono illimitate le emozioni. Nella meraviglia del Teatro greco di Siracusa, quest’anno torna l’Antigone di Sofocle.
È la tragedia che più di qualsiasi altra esalta l’essenza della Donna, pronta a qualsiasi sacrificio, fino alla morte, per difendere ciò in cui crede sopra ogni cosa . Nella poetica di Sofocle ad Atene, “città amatissima” dall’immenso drammaturgo, maestro della potenza della parola, capace di far vibrare le passioni più violente e funeste, eppure “uomo fortunato e sereno” – come lo consideravano i suoi contemporanei, circa duemilacinquecento anni fa- i personaggi femminili trovarono un protagonismo senza precedenti. Non più solo spose o madri, ma figure epiche.
La mitica Antigone, nell’antica Tebe, fu quella donna che si ribellò al tiranno, lo zio Creonte, che aveva ordinato di lasciare insepolto il corpo del giovane Alcesti, perché nemico della città, contravvenendo al diritto sacro presso i greci di dare comunque sepoltura ai morti .
Antigone copre con la terra il corpo del fratello, sfida il potere, perché la legge degli uomini non può contravvenire al diritto universale nella caducità del tempo, e accetta il sacrificio estremo di venire murata in una grotta, dove cercherà, senza aspettarla, la morte . Ma quest’anno la tragedia sarà preceduta da un appuntamento di assoluta attualità, sempre a Siracusa, promosso dalla Fondazione dell’Avvocatura Italiana nell’ambito degli incontri annuali dedicati al pensiero classico e al nostro tempo.
Il tema è “Antigone e il suo paradosso”. Ovvero non solo il conflitto tra la legge morale e il diritto positivo, ma il contrasto che è diventato cronaca quotidiana tra il potere costituito e il diritto.
In parole semplici, la progressiva fragilità delle democrazie nella cornice dei codici internazionali sviliti, non perché le regole siano superate, ma perchè sono considerate seconde al potere della forza. La forza che ritorna come metodo di governo e impone ciò che vuole.
Hanno cominciato i russi con l’aggressione all’Ucraina, in piena Europa, quattro anni fa. È seguito il 7 ottobre in Israele con la reazione smisurata ordinata dal governo Netanyahu, autore dello sterminio dei palestinesi a Gaza e dell’occupazione della Cisgiordania, oltre che dellattacco israelo-americano illegittimo all’Iran.
L’arrivo alla Casa Bianca di Trump, per il secondo mandato, ha semplicemente creato la destabilizzazione totale, in una sorta di anarchia muscolare, impregnata di regressione, monetizzata dagli affari, che ha accelerato i tanti processi negativi in corso. I sistemi politici nazionali europei, già minati dall’eversione delle destre sovraniste, sono di fatto più deboli.
L’Unione Europea è smarrita nella transizione non più solo energetica o digitale, ma diventata politica, strutturale ed etica, in un passaggio storico che restituisce priorità economica al riarmo e passa dall’umanità alla disumanizzazione verso i migranti e i popoli senza terra. Il diritto internazionale sembra in frantumi, travolto dagli interessi.
Era facile parlare del potere che non riconosceva il diritto a proposito dei totalitarismi, anzi era scontato. Dalle “leggi fascistissime” del 1925 e gli abissi del lucido disegno di sterminio, codificato dai nazisti, allo stalinismo che tradì la Rivoluzione russa, contagiando molte altre realtà a latitudini diverse, come i Balcani, l’Asia o l’Africa.
Si è ripetuto nella stagione dei golpe di destra dei sanguinosi anni ’60, ’70 e ’80 della guerra fredda, in Centro e Sudamerica, con l’istituzione di feroci dittature militari nel contrasto dell’imperialismo americano schierato contro il contagio comunista, che avrebbe portato il massiccio impegno yankee a metà degli anni Sessanta fino alle trincee del Vietnam. In parallelo, nel 1967, il sogno del grande Israele, coltivato dal sionismo già dagli anni Venti, con quel blitz di soli sei giorni contro l’Egitto, la Siria e la Giordania avviava la destabilizzazione del Medioriente, segnando i prodromi della tragedia palestinese.
Eppure, dal dopoguerra, benché faticosamente, il percorso parallelo del diritto e del potere di governo era proseguito grazie alle democrazie, con l’Europa diventata la culla dei principi universali. La convenzione di Ginevra sui civili e i prigionieri in tempo di guerra; quella sul genocidio, approvata dalle Nazioni Unite su proposta di un noto giurista ebreo-polacco; l’Atto finale di Helsinki sui diritti umani, la cooperazione e la sicurezza; la Carta di Parigi, dopo la caduta del Muro di Berlino, per tracciare la strada verso la pace e l’unità europea; lo Statuto di Roma, che istituiva la Corte Penale Internazionale, nel sogno di una giurisdizione universale; l’Eurojust, l’agenzia che rafforzava la collaborazione contro i delitti, una Corte di giustizia cui poteva accedere ciascun cittadino.
In sostanza, nelle imperfezioni ed anche nel doppio standard, da sempre a tutela di chi detiene il potere, il senso del diritto era condiviso, diventato un valore sociale, tenendo conto dei più deboli “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” – come recita la nostra Costituzione al primo comma dell’art. 3, che proclama l’uguaglianza. Alla giustizia dei vincitori – vedi l’esempio dei processi contro i nazisti- si era affiancata quella delle vittime.
Anche Antigone avrebbe trovato oggi il suo giudice a Tebe. Forse per questo, il recente “referendum sulla giustizia” in Italia – come è stato chiamato- mentre di un referendum per indebolire la giustizia si trattava, ha portato tanti cittadini al voto, soprattutto i giovani e le donne, che pompano l’astensione. Il segnale non va sottovalutato. Nel tempo corto che viviamo e nella condizione di iperconnessione -da vantaggio, già un problema- strattonati di continuo da armi di distruzione e distrazione di massa, servono ragioni forti per la partecipazione.
Noam Chomsky, filosofo, attivista, politologo di un’altra America, rispetto a quella tradita da Trump, già critico allora della politica estera americana, faceva l’esempio della rana bollita. L’essere umano, come una rana cotta nell’acqua bollente, tende ad assuefarsi passivamente alle situazioni degradanti, pericolose o soprattutto ingiuste. È così, perfino nell’era digitale, che si torna indietro. Non al tempo di Socrate, magari! Lui era nato nell’Atene simbolo della democrazia, benchè ne sarebbe stato testimone del declino. Sono quelli i momenti in cui ricomincia. Valeva duemilacinquecento anni fa. Vale oggi.
Di Carmen Lasorella su Il Dubbio
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